La produzione italiana di kiwi continua a calare. Il report periodico del Centro servizi ortofrutticoli  di Ferrara mostra infatti una ulteriore diminuzione delle giacenze del kiwi, accompagnato ad un calo delle vendite rispetto allo stesso periodo del 2019.

A riportare i dati è una analisi dell'Arsial, l'Agenzia regionale per lo sviluppo e l'innovazione in agricoltura del Lazio. Il Lazio infatti è il principale produttore di kiwi in Italia, che come paese si colloca al terzo posto nel mondo dopo Cina e Nuova Zelanda.

Al 30 novembre 2020 le giacenze rilevate a partire dalla raccolta sono state quantificate in 203.079 tonnellate su 232.642 di prodotto disponibile contro le 218.590 dell'anno precedente, mentre il volume delle vendite riferito alla campagna 2020-2021 si è fermato a 29.563 tonnellate (12,6% del raccolto), contro le 40.301 (15,6% del raccolto) registrate esattamente un anno prima.

Andando a vedere i dati della prima quindicina di dicembre, periodo di rilevazione immediatamente successivo, l'andamento resta tendenzialmente lo stesso: le vendite ammontano a 15.376 tonnellate rispetto alle 17.310 dell'anno precedente, volumi che in entrambi i casi corrispondono al 6,6% del raccolto, mentre le giacenze scendono a 187.703 contro le 201.460 di un anno fa.

In sintesi il report del Centro servizi ortofrutticoli mette in evidenza un calo delle vendite e delle giacenze direttamente proporzionale alla diminuzione dell'offerta. Secondo l'analisi dell'Arsial quindi il calo delle vendite sarebbe una diretta conseguenza della minore disponibilità di prodotto e del conseguente rialzo dei prezzi, e non di un cambio di preferenze dei consumatori.

Anche se il report non mostra i dati delle varietà a pasta gialla, in generale fotografa un calo produttivo sull'intero territorio nazionale, dovuto soprattutto ai fenomeni prolungati di moria, che nel solo Lazio hanno causato la perdita di oltre 2mila ettari di superficie e del 20-25% circa delle produzioni.
 
La moria del kiwi infatti da anni compromette le performance produttive dell'intero comparto, ed è oggetto di studi e analisi approfondite che individuerebbero tra i possibili fattori scatenanti  i mutamenti climatici e la crescente intensità delle precipitazioni, responsabili di un aumento dell'umidità nei suoli che causerebbe lo sviluppo dei batteri anaerobici associati a questa epidemia vegetale.