Tutti i se e i ma della coltivazione di ginseng in Italia

L'idea di coltivare ginseng nella penisola attira molti agricoltori nostrani, affascinati dalle prospettive di guadagno. Ma per una coltivazione di successo bisogna superare almeno tre ordini di ostacoli: agronomici, produttivi e di mercato

Tommaso Cinquemani di Tommaso Cinquemani

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E' una buona idea coltivare ginseng in Italia?
Fonte foto: © cdkproductions - Adobe Stock

Il caffè al ginseng è una bevanda entrata ormai nella tradizione italiana. Ma questa radice originaria della Cina è presente anche in tante tisane, integratori alimentari ed energizzanti. Al ginseng vengono riconosciute molte proprietà benefiche, alcune comprovate da studi scientifici, altre legate più alla leggenda. Il ginseng insomma piace agli italiani e incuriosisce molti agricoltori nostrani, alla continua ricerca di una coltura da reddito.

Già, perché le quotazioni del ginseng sono interessanti anche se oscillano molto a seconda della varietà, della zona di origine e cambiano anche se la radice è selvatica oppure coltivata. In un recente articolo del National Geographic ad esempio si spiegava come nel New England, l'area a Nord-Est degli Usa che confina con il Canada, ci siano bande di ladri che si intrufolano nelle fattorie per rubare le radici delle piante coltivate nei boschi, che poi rivendono per circa 500 USD al chilo.
 

Coltivare ginseng in Italia

Ma per gli agricoltori italiani può essere una buona idea coltivare ginseng? Ad oggi non ci sono esperienze significative di coltivazione nella nostra penisola. A parte qualche hobbista non ci sono insomma aziende agricole che hanno dedicato superfici ragguardevoli (almeno non ne siamo a conoscenza). Uno stallo dovuto principalmente a tre motivi: agronomici, produttivi e di mercato.

"Innanzitutto bisogna dire che non ci sono prove agronomiche di coltivazione di ginseng in Italia che ci possano dare delle indicazioni sulla risposta della pianta alla coltivazione nei nostri areali", spiega ad AgroNotizie Giorgio Voltolina, agronomo e già presidente della Federazione italiana dei produttori di piante officinali. "Ogni varietà di ginseng si è adattata a vivere in specifici ambienti nei quali cresce al meglio esprimendo le sue caratteristiche nutraceutiche. Solo delle prove di coltivazione in Italia ci potrebbero dire il grado di adattabilità ai nostri areali".

Il rischio concreto è che le piante non trovino in Italia le condizioni pedo-climatiche necessarie al proprio sviluppo o non altrettanto favorevoli rispetto a quelle cinesi o coreane. Inoltre c'è il pericolo che l'immagazzinamento dei composti bioattivi nella radice, su cui si basa la valutazione della qualità del prodotto, ne risenta. Si avrebbero quindi piante sane, radici all'apparenza perfette, ma di scarso valore commerciale.

Anche perché il prodotto italiano dovrebbe inserirsi in un mercato dominato dal prodotto asiatico, che di fatto è lo standard e che grazie a secoli di esperienza e alle condizioni intrinseche del territorio è in grado di esprimere produzioni di qualità.
 

Quale varietà coltivare?

Un altro elemento di incertezza riguarda la varietà da coltivare. Panax ginseng è la varietà oggi considerata di maggiore qualità e che dopo la raccolta può subire diverse tipologie di trattamenti che ne influenzano il prezzo di vendita. C'è poi Panax notoginseng, Panax pseudoginseng, Panax japonicus, Panax zingiberensis, Panax stipuleanatus e Panax quinquefolium, coltivato negli Usa.

L'agricoltore italiano che oggi volesse intraprendere questa attività dovrebbe dunque scegliere quale varietà coltivare, provando ad ipotizzare quale si adatti meglio all'areale di destinazione. E reperirla sul mercato, attività tutt'altro che semplice se si vogliono avere rassicurazioni e certificazioni a corredo della vendita.
 

Tempi lunghi per ottenere il primo raccolto

"L'altra questione riguarda i costi di produzione", sottolinea Voltolina. "Quella del ginseng è una coltivazione pluriennale e devono passare diversi anni, almeno quattro-cinque, prima che dalla piantina messa a dimora nel campo si possa ottenere la radice commercializzabile. Bisogna dunque tenere in considerazione il mancato reddito dovuto al fatto di tenere occupato un campo così a lungo".

Ai costi per mancato reddito si devono sommare quelli di manodopera. Non esistono in Italia attrezzature per meccanizzare la coltivazione e dunque tutte le fasi devono essere effettuate a mano, dalla messa a dimora alla raccolta, che deve essere fatta con estrema delicatezza per non rovinare la radice.

Non esistono poi agrofarmaci registrati in Italia su questa coltura. Ne consegue che operazioni come quella di diserbo devono essere effettuate a mano o con mezzi meccanici. E anche la difesa da insetti e malattie risulterebbe alquanto difficoltosa.
 

Il nodo della filiera

Fatte tutte queste considerazioni rimane un ultimo ostacolo: a chi vendere il prodotto? Se infatti si fosse trovata la varietà giusta, il metodo di coltivazione più idoneo e la trasformazione fosse stata fatta a regola d'arte e con costi contenuti, resta il problema di trovare un interlocutore interessato a ritirare quantitativi limitati di prodotto provenienti da zone di produzioni nuove e non 'testate' prima. Manca insomma una filiera italiana del ginseng.

Chiunque si voglia lanciare in questa avventura è bene dunque che cerchi prima un possibile compratore. Qualche azienda che magari sia interessata al prodotto coltivato in Italia non tanto per le sue qualità intrinseche, ma per la possibilità di giocarsi la carta made In Italy con il consumatore.

Tutti gli ostacoli che sono stati elencati hanno dissuaso ogni agricoltore dall'intraprendere la strada della coltivazione del ginseng in Italia. Ma non è detto che qualche pioniere non possa avere successo nell'impresa.

© AgroNotizie - riproduzione riservata

Fonte: Agronotizie

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Tag: innovazione sementi vivaismo

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