Il punto della situazione sulla bolla speculativa del bambù

Chi li ha visti i germogli? A cura di Mario A. Rosato

Mario A. Rosato di Mario A. Rosato

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Pianta estremamente resiliente, capace di crescere anche su suoli inquinati
Fonte foto: © yesyesterday - Adobe Stock

Sono già trascorsi due anni e mezzo dalla pubblicazione dell'articolo Il bambù gigante e la bolla speculativa ma l'argomento continua a suscitare interesse e le mail di lettrici e lettori che chiedono informazioni continuano ad arrivare a questa redazione. È dunque doveroso tirare le somme e fare il punto della situazione.

Dal 2012, anno in cui l'autore venne intervistato nel popolare programma televisivo Geo&Geo poco dopo aver vinto il premio The Economist, con un progetto di economia circolare basato sul bambù gigante (Phyllostachis edulis alias Phyllostachys pubescens), sono apparsi dal nulla diversi proponenti di business plan, basati sulla coltivazione in Italia di questa pianta. I loro argomenti di vendita, amplificati poi dai "social", sono svariati, perlopiù mirati a convincere i potenziali clienti sul piano emotivo o ideologico. Alcuni esempi di una lunga lista: il bambù biodinamico; il bambù come bene rifugio dalla crisi globale; l'investimento per salvare il pianeta; il bambù "social" con il crowd-funding; la coltivazione che rende decine di tonnellate per ettaro e non richiede input agronomici; il prodotto salutare da vendere a 8 euro/chilogrammo; la coltivazione a scopo di monetizzare fantomatici crediti di carbonio; l'utilizzo delle canne come materiale per costruire abitazioni ecologiche, …

Varia anche la nomenclatura utilizzata dai proponenti: alcuni propongono "moso" e altri "madake", decantando la superiorità dei propri prodotti come se fossero due cose diverse, quando in realtà il primo è il nome cinese ed il secondo quello giapponese, di una unica specie. Specie che però ha molte sottospecie, proprio per la sua enorme variabilità genetica, rendendo molto difficile identificare botanicamente un singolo esemplare. Poiché i bambù fioriscono ad intervalli irregolari - lunghi anche decine di anni - i caratteri morfologici della canna risultano insufficienti per una sua corretta classificazione, la quale richiede di analizzare il fiore. Quindi la dicitura "bambù gigante" non vuol dire alcunché. L'identificazione della specie concreta a cui appartiene una pianta o un seme è del tutto incerta. È per questo motivo che la letteratura botanica indica molti "alias", cioè nomi scientifici diversi, dati erroneamente alla stessa specie in base a differenze fenotipiche locali.

A titolo d'esempio, il database botanico The Plant List riferisce circa cinquanta casi di sinonimia del P. edulis riportati nella letteratura peer-reviewed, alcuni dei quali addirittura collocano questa pianta nei generi Bambusa, Bambos e Sinarundinaria anziché Phyllostachys. Se la classificazione botanica di un esemplare è così difficile perfino per i ricercatori esperti, è giusto domandarsi quale sia la attendibilità delle affermazioni dei venditori di piantine e sementi.

Sono già passati sei anni dall'inizio - presunto - delle coltivazioni in Italia di centinaia di ettari - da accertare -, che i vari soggetti proponenti dicono di controllare. Si tratta di un periodo più che sufficiente per l'attecchimento e colonizzazione del terreno fino alla densità ottimale di canne, che consentirebbe uno sfruttamento stabile. Eppure, i germogli di bambù italiano fresco, ritenuti dai promotori appetibili per i mercati ortofrutticoli e la Grande distribuzione organizzata, oggi invece risultano ancora latitanti.
Così come non si vedono parquet e materiali da costruzione a base di bambù prodotti in Italia: la Cina continua ad essere l'origine della maggioranza dei prodotti legnosi importati in Europa. Tale situazione di fatto dovrebbe essere già un campanello di allarme per gli aspiranti "investitori verdi".

Per coloro i quali ancora si chiedono se il bambù sia "l'affare del futuro", proponiamo un esercizio di ragionamento cartesiano, basato sull'analisi di fatti obiettivi:
  • La letteratura scientifica sul bambù è perlopiù di origine cinese. Nonostante il "peer reviewing" sia il metodo più diffuso nel mondo accademico per valutare l'attendibilità delle pubblicazioni, esso è imperfetto e suscettibile di manipolazione e clientelismo fra revisori e revisionati. I papers sul bambù dalle varie fonti cinesi contengono diversi elementi per dubitare della loro affidabilità: la redazione è in pessimo inglese, per cui non sono da escludere errori di traduzione o di trascrizione; non viene mai indicata l'analisi dell'incertezza di misurazione e raramente viene calcolata la varianza del campionamento; le condizioni pedoclimatiche dei paesi di origine sono molto diverse dalle nostre; le rese di biomassa sono sospettosamente alte e in alcuni casi non è chiaro se si riferiscano a biomassa secca o biomassa umida, la bibliografia cinese è spesso autoreferenziata. In particolare, le conclusioni dello studio condotto dall'Oak Ridge Laboratory, ente appartenente al Doe (department of Energy) degli Stati Uniti, sono lapidarie, cominciando dal titolo Bamboo: an overlooked biomass resource? (Scurlock et al., Environmental Sciences Division Publication No. 4963, January 2000).
  • Le rese di biomassa del bambù, come per ogni specie vegetale, sono correlate alle temperature medie locali, alle precipitazioni annue e agli apporti di azoto, che nel caso specifico del bambù dovrebbero essere molto alti se si vuole spingere la sua produttività. Le tre condizioni non si compiono simultaneamente in Italia, in quanto il Meridione ha un clima mite, ma secco, ed il costo di pompare l'acqua irrigua da falde profonde diventa proibitivo. In Europa, la direttiva Nitrati vieta l'apporto di più di 270 chilogrammi di azoto per ettaro anno, ridotto alla metà nelle zone vulnerabili. Purtroppo, sono proprio le zone definite "vulnerabili" (maggiormente nel Nord Italia) quelle potenzialmente interessanti per coltivare il P. edulis perché la risorsa idrica risulta più abbondante, ma la restrizione normativa dell'apporto di azoto limita la produttività della pianta. Inoltre, in Europa è vietato utilizzare acque fognarie per l'irrigazione, una pratica diffusissima in Oriente. Quindi le rese attribuite al bambù non sono dimostrabili in un contesto italiano, in quanto l'azoto potrebbe (condizionale obbligatorio!) essere il fattore agronomico limitante.
  • Per quanto si pianti il bambù in filari, le canne cresceranno poi in ordine casuale, quindi la raccolta automatizzata risulta impossibile. L'unico modo di raccogliere il bambù è manualmente, selezionando una ad una le canne mature o i turioni, tagliandoli con un machete o con una roncola tipo "Sardegna".  Tale tecnica colturale è competitiva solo laddove la manodopera sia abbondante e a basso costo. Non è precisamente il caso dell'Italia…
  • Il valore nutrizionale dei germogli di bambù è spesso esagerato. È vero che il loro sapore è molto delicato e che contengono più proteine e aminoacidi di altri ortaggi, ma obiettivamente parlando oltre il 90% del turione è acqua, meno del 4% sono aminoacidi, il resto sono fibre (Nutritional properties of bamboo shoots: potential and prospects for utilization as a health food, Nirmala Chongtham, Madho Singh Bisht, Sheena Haorongbam, 06 April 2011). É vero che i germogli di bambù contengono più vitamine C ed E di altre verdure, ma per renderli mangerecci è necessaria una bollitura prolungata, addirittura cambiando l'acqua a metà cottura. Pertanto, nel prodotto cotto rimane un contenuto irrisorio di vitamine e minerali: è noto che le prime si degradano con il calore e i secondi si dilavano nell'acqua di cottura. Nel paper citato prima si apprezza anche una certa componente ideologica dei ricercatori indiani nell'apportare come "prova" del valore salutistico del bambù gli utilizzi nella loro "medicina tradizionale".
  • È vero che si tratta di una pianta estremamente resiliente, capace di crescere anche su suoli inquinati e quindi interessante per la biorimediazione di discariche dismesse o aree simili. Ma in tale caso è esclusa a priori ogni possibilità di utilizzo dei turioni a scopo alimentare. Le uniche alternative possibili di valorizzazione del bambù proveniente da terreni inquinati, si limitano dunque all'utilizzo come biomassa combustibile o come materia prima per la produzione di compensati. Nel primo caso, le norme tecniche applicabili sono quelle per la produzione di pellet con biomassa erbacea, un prodotto di minore qualità, e quindi minor valore, rispetto al pellet di legname (si veda I pellet di biomassa erbacea). Va sottolineato che la biomassa di bambù contiene molta cenere, in particolare silicio, ulteriore fattore negativo, che ne penalizzerebbe ulteriormente la redditività di una coltivazione a scopo energetico. Nel secondo caso, siccome il bambù è un'erba gigante e quindi non si può considerare "legno", i suoi laminati ricadono in un vuoto normativo che ne impedisce l'omologazione europea, applicabile ai compensati di legno per uso strutturale.
  • L'impossibilità di importare rizomi dalla Cina crea una barriera alla propagazione massiva del bambù in tempi brevi. In eBay, Amazon, Alibaba e altri siti di e-commerce vengono offerti "semi di bambù gigante", e tale sistema di propagazione è quello proposto dai vari soggetti che promuovono il "moso" in Italia. La prudenza è d'obbligo: il P. edulis fiorisce a intervalli di 67 anni (Clonal structure and flowering traits of bamboo [Phyllostachys pubescens (Mazel) Ohwi] stand grown from a simultaneous flowering as revealed by Aflp analysis, Y. Isagi et al., August 2004, Molecular Ecology 13(7):2017-21), e singoli individui all'interno di un bambuseto possono fiorire con intervalli diversi, anche di 120 anni. La provenienza dei "semi di bambù gigante" in commercio è dunque dubbiosa, in primis perché non è chiaro come si possano produrre semi con continuità da una pianta che non ha un ciclo di fioritura definito; secondo perché i venditori cinesi non sono aziende soggette a controlli e certificazioni, come le sementiere occidentali e, in ultima istanza, perché non c'è un modo facile di controllare se i semi smerciati in internet siano effettivamente di P. edulis o di altre specie. Sarebbe necessaria una costosa analisi del Dna per poter avere la certezza assoluta. 


Fine della storia?

Nonostante tutti gli argomenti razionali richiamino alla prudenza, riguardo all'effettiva redditività della coltivazione del bambù in Italia, probabilmente la bolla speculativa che è stata creata su questa pianta continuerà a crescere, per motivi puramente ideologici. Viviamo in un contesto culturale nel quale la fiducia nelle istituzioni è ai minimi storici. Le reti sociali consentono a chiunque di diffondere facilmente le idee più fantasiose, dalla terra piatta alla biodinamica, purché condite con cospirazionismo e promesse di facili guadagni. I professionisti e i ricercatori che tentano di fare chiarezza con argomenti obiettivi vengono spesso bollati come "servi delle multinazionali" e "membri della casta", mentre i politici a caccia di consenso popolare e la stampa generalista cavalcano da sempre l'onda delle fake news (si vedano ad esempio le falsità sugli impianti di biogas diffuse dall'attuale ministro Toninelli durante la campagna elettorale in Quale futuro per le agroenergie nella prossima legislatura? e le false prove diffuse dal giornalismo televisivo nel caso Inquinamento da liquami zootecnici).

In tale contesto, il bambù ha tutte le caratteristiche per stimolare fantasie e ideologie di ogni tipo, specialmente in coloro che non hanno la minima nozione di agricoltura, ma si sentono esperti dopo la lettura di qualche post in Facebook o in Wikipedia. Un fatto che consente ad abili "marketari" di sfruttare svariate componenti emozionali del pubblico, come ad esempio:
  • il forte potenziale ecologico, dimostrato in Oriente, ma tutto da dimostrare scientificamente nel contesto italiano;
  • le credenze "mistiche" - biodinamica, zen e altre filosofie orientali - potenziate dalla peculiare biologia del P. edulis, che la scienza non è ancora riuscita a capire e sfruttare completamente;
  • l'atteggiamento "ecocomplottista" di alcuni aspiranti coltivatori, che vedono nella coltivazione del bambù una specie di lotta "antisistema" contro le multinazionali sementiere e agrochimiche.

Quando si valutano investimenti di parecchie migliaia di euro, dove l'unica cosa certa è che, nel migliore dei casi, servono almeno cinque anni di attecchimento e crescita per poter iniziare ad avere un ritorno economico soddisfacente, è bene lasciare da parte le emozioni e le ideologie e attenersi alle prove. Ci piacerebbe leggere qualche prova del successo di questi agognati germogli, i quali avrebbero dovuto convertire chiunque in fortunati miliardari semplicemente disponendo di qualche ettaro di bambuseto.

© AgroNotizie - riproduzione riservata

Fonte: Agronotizie

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Tag: ricerca biomasse

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