Appello dal Chianti: "Proviamo le viti resistenti"

Sta prendendo sempre più piede l'interesse per l'uso dei vitigni resistenti alle malattie crittogame, e anche dal Consorzio della Docg toscana arriva l'invito a provarle. Abbiamo intervistato il presidente Giovanni Busi per farci spiegare meglio la sua proposta

Matteo Giusti di Matteo Giusti

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Un grappolo di Sangiovese, vitigno principe del Chianti. Ora il Consorzio chiede di sperimentare anche vitigni resistenti alle malattie fungine
Fonte foto: Matteo Giusti - Agronotizie

L'uso dei vitigni resistenti alle crittogame, in particolare alla peronospora e all'oidio, è un tema che sta riscuotendo sempre più interesse nel mondo vitivinicolo italiano. Una tematica che è stata anche al centro del Forum vitivinicolo nazionale promosso dalla Cia Toscana e dall'Accademia dei Georgofili a fine gennaio.

A ritornare sul tema in questi giorni è stato Giovanni Busi, presidente del Consorzio vino Chianti che ha lanciato un appello alla regione per autorizzare la coltivazione delle varietà già presenti sul mercato - in particolare le cosiddette viti Piwi, varietà di origine tedesca ottenute per incroci tra viti europee, americane e asiatiche - e iniziare una sperimentazione anche in Toscana.

E noi lo abbiamo intervistato per farci spiegare meglio la sua proposta.

Giovanni Busi, cosa vuole chiedere esattamente alla Regione Toscana? E perché? 
"Chiediamo di poter utilizzare le viti resistenti e partire subito con la sperimentazione nelle nostre aziende. Ad oggi non abbiamo l'autorizzazione".

L'assessore regionale all'Agricoltura Marco Remaschi si è detto aperto a sperimentare queste varietà, la strada sembrerebbe in discesa... ci sono altre realtà del mondo vitivinicolo toscano interessate?
"Quello che dobbiamo chiarire è che la sperimentazione deve essere fatta dalle aziende. Non può essere preso un campo sperimentale per tutta la Toscana, sarebbe una prova falsata. Mi spiego: un tipo di vite può andare bene per il Sud della Toscana e non per il Nord. Scegliere la zona adatta è fondamentale, per questo chiediamo che l'autorizzazione alla sperimentazione debba essere data alle aziende che vogliono farlo. Di sicuro ci saranno altre realtà interessate, ma è importante partire dalle aziende".

Quale è il vantaggio di usare queste viti, ad esempio per un territorio come quello del Chianti?
"Parlerei di due vantaggi. Prima di tutto per una questione ambientale: vengono infatti ridotti di quasi l'80% i trattamenti sulla pianta, dagli 8-10 si passerebbe a 2. Minor utilizzo di anticrittogamici, quindi, e minor utilizzo delle macchine agricole, nello specifico trattori, con una conseguente riduzione di emissioni di CO2. Altro vantaggio è il fattore economico, grazie al notevole risparmio sull'acquisto di prodotti".

A Montalcino nel 2017 sono state già piantate 1.800 barbatelle di Iasma Eco 1 e Iasma Eco 2, selezionate dalla Fondazione Mach di San Michele all'Adige per la resistenza ai marciumi del grappolo. Voi quali varietà vorreste provare?
"Quella di Montalcino è un altro tipo di sperimentazione, fatta per i marciumi. Noi stiamo parlando della sperimentazione di viti resistenti alla peronospora e all'oidio, le due malattie più importanti che combattiamo tutti gli anni e in tutto il periodo di vegetazione della pianta".

Giovanni Busi, presidente del Consorzio vino Chianti
Giovanni Busi, presidente del Consorzio vino Chianti
(Fonte foto: Consorzio vino Chianti)

In un territorio come il vostro, caratterizzato da un vitigno identitario come il Sangiovese, come si potrebbero inserire queste varietà?
"In seguito alla sperimentazione verrebbero effettuati anche incroci di Sangiovese. Sono proprio questi che vorremmo testare, vedere come si adattano, che prodotto viene fuori e come si amalgamano con gli altri sangiovesi".

Le nuove tecniche di genome editing hanno la potenzialità, in teoria, di riuscire a realizzare anche vitigni tradizionali con caratteristiche di resistenza, ma ancora molti nutrono molti dubbi su queste tecnologie; l'Unione europea addirittura le considera analoghe agli Ogm, anche se tecnicamente non c'entrano nulla. Quale è la sua posizione personale? E quella del Consorzio?
"Chiariamo subito: non si tratta assolutamente di vitigni Ogm, ma semplicemente di incroci fatti utilizzando il genoma delle piante per poter essere testati. Ma non si può rimanere ai dubbi: proviamo e poi i dubbi o diventano certezze o spariscono. Ma se non iniziamo a provare ci fermiamo solo alle chiacchiere".

Potrebbero essere maturi i tempi per un appello 'dal basso' per una più incisiva e libera attività di ricerca e di miglioramento genetico?
"Qui siamo a discutere ancora se è possibile utilizzare incroci di piante, figuriamoci se possiamo parlare di miglioramento genetico. E' assolutamente prematuro, rimaniamo con i piedi per terra. Adesso altre regioni, Friuli, Veneto e Lombardia hanno già avuto l'autorizzazione per poter piantare questi vitigni. La Regione Toscana ci dia l'autorizzazione per fare le nostre sperimentazioni. Inoltre il ministero dell'Agricoltura dia l'autorizzazione all'intero comparto vitivinicolo italiano di poter utilizzare questi vitigni anche nelle denominazioni di origine, perché oggi è proibito in tutta Italia e in alcune regioni è valido solo per le Igt".

© AgroNotizie - riproduzione riservata

Fonte: Agronotizie

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Tag: vino viticoltura interviste vitivinicoltura miglioramento genetico peronospora oidio

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