Pesche più nutrienti grazie ai raggi UVB

Ricercatori dell'Università di Pisa sono riusciti a migliorare il profilo nutraceutico delle pesche irradiandole con raggi UVB. Un'opportunità per soddisfare le esigenze del consumatore moderno

Tommaso Cinquemani di Tommaso Cinquemani

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Le pesche irraggiate con i raggi UVB
Fonte foto: Università di Pisa

Il numero di consumatori che cerca prodotti con un profilo nutraceutico spiccato è in costante crescita. Se molte famiglie quando fanno la spesa guardano soprattutto al prezzo, molte altre sono disposte a spendere di più per prodotti buoni, sani e con un profilo nutrizionale eccellente. Un'opportunità questa per gli agricoltori che cercano di differenziarsi sul mercato, come abbiamo ad esempio scritto in questo articolo dedicato alla biofortificazione degli ortaggi. Dall'Università di Pisa arriva la notizia di una ricerca che potrebbe offrire un'opportunità in più per rendere maggiormente interessanti alcuni frutti sotto il profilo nutraceutico.

"Abbiamo voluto studiare gli effetti che i raggi UVB, normalmente presenti nello spettro della luce solare, hanno sul metabolismo secondario delle pesche", spiega ad AgroNotizie Annamaria Ranieri, professoressa presso il dipartimento di Scienze agrarie, alimentari e agro-ambientali dell'Università di Pisa. "Dopo aver individuato la giusta potenza di irraggiamento e i corretti tempi di esposizione, abbiamo constatato come le pesche avessero cambiato il proprio metabolismo secondario, modificando nel tempo il contenuto di alcuni metaboliti secondari".

Metaboliti secondari come i polifenoli, presenti nella buccia di molti frutti, come ad esempio l'uva, che hanno un effetto positivo per la salute umana in quanto sono potenti antiossidanti. Dopo 36 ore dall'esposizione dei frutti ai raggi UVB i ricercatori hanno constatato un picco della presenza di polifenoli. Molecole che non solo migliorano il profilo nutraceutico del frutto, ma anche la resistenza alla conservazione dopo la raccolta.

I raggi UVB hanno anche il potere di inibire parzialmente gli enzimi di parete responsabili della turgidità dei frutti. Le pesche trattate all'Università di Pisa hanno dimostrato di rimanere sode più a lungo nel tempo, rallentando il processo di rilassamento dei tessuti.

Test sono stati effettuati con risultati positivi anche per il pomodoro. Tuttavia questa metodologia può essere applicata solo ai frutti climaterici, cioè a quelli che continuano la maturazione anche dopo la raccolta. Fanno parte di questa famiglia ad esempio le mele, le pere, i kiwi e le banane. Non ne fanno parte frutti come l'uva, le ciliegie o i fichi. In questi ultimi frutti infatti la maturazione si arresta una volta che viene effettuata la raccolta e dunque non è possibile intervenire per modificarla.

"Si tratta, è bene dirlo, di un trattamento del tutto naturale e sicuro. I raggi UVB fanno parte dello spettro della luce solare che ogni giorno colpisce la terra, anche se al suolo arriva solo un 10%, mentre il restante 90% è fermato dallo strato di ozono troposferico", precisa Ranieri. "La nostra ricerca avrà risvolti anche per chi fa produzioni in serra. Il film plastico e i vetri utilizzati per le colture protette bloccano infatti completamente i raggi UVB, eliminando di conseguenza gli effetti positivi che questi hanno sui frutti".

Ma quali risvolti commerciali potrebbe avere questa ricerca? Per rispondere alla richiesta di prodotti con un profilo nutraceutico eccellente, ricercati da una parte dei consumatori, si potrebbero ad esempio irraggiare i frutti all'interno degli stabilimenti di selezione e impacchettamento. Mentre pesche, mele e pere giacciono sui nastri trasportatori, potrebbero passare sotto lampade a led capaci di emettere determinate lunghezze d'onda in grado a loro volta di modificare in maniera positiva il metabolismo dei frutti.

© AgroNotizie - riproduzione riservata

Fonte: Agronotizie

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Tag: frutticoltura innovazione ricerca nutraceutica frutta fresca

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