Alberi da tartufo made in Campania

L'imprenditore Gian Marco Pozzuto di San Marco dei Cavoti (Bn) alleva alberi micorizzati in una serra automatizzata. Il mercato c'è, complici anche i terreni marginali incolti e le necessità del rimboschimento

Mimmo Pelagalli di Mimmo Pelagalli

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L'idea imprenditoriale è stata insignita il 13 dicembre scorso a Napoli del Premio Innovazione Smau 2018
Fonte foto: © dream79 - Fotolia

Gian Marco Pozzuto, titolare dell'azienda agricola vivaistica Pozzuto di San Marco dei Cavoti in provincia di Benevento, è un giovane imprenditore che, da una vecchia tartufaia, ha messo su un'impresa agricola vivaistica per produrre alberi micorizzati, che stanno avendo un discreto successo in Campania.
Una regione dove il tartufo, con l'eccezione della provincia di Avellino, è una scoperta relativamente recente. E le piante in grado di generare tartufi incrociano la domanda di chi possiede terreni marginali e degradati, o l'esigenza degli enti pubblici di risanare aree devastate dagli incendi boschivi.
AgroNotizie lo ha intervistato in occasione del conferimento del Premio Smau per l'innovazione 2018, tenutosi a Napoli lo scorso 13 dicembre.

In cosa consiste la tua attività imprenditoriale?
"Siamo un'azienda vivaistica specializzata nella produzione di piante tartufigene. Partiamo dalla terra per tornare alla terra, prendiamo il tartufo, lo selezioniamo, per poi metterlo in simbiosi con le radici delle piante che andiamo a produrre".

Hai anche un laboratorio e impianto serricolo?
"L'azienda si sviluppa su circa 10 ettari complessivi, ha due tartufaie, una di 18 anni e la seconda realizzata due anni or sono, la prima da 3 ettari e l'altra da un ettaro. L'azienda dispone di una serra da 540 metri quadrati automatizzata con impianto di irrigazione autonomo, con sensori di temperatura e tutte le tecnologie più moderne ed è lì il cuore della produzione, dove sviluppiamo tutte le piantine. Poi c'è un laboratorio di ricerca e sperimentazione nel quale scegliamo il micelio e creiamo la simbiosi con le piante".

Partiamo dalla tartufaia da dove vengono asportate le spore, proviamo a descrivere il percorso produttivo della tua azienda?
"Nel nostro laboratorio interno portiamo i tartufi, provenienti sia dalle tartufaie aziendali che da tartufaie selvatiche, ci assicuriamo della specie, perché ovviamente dobbiamo dare certezza a chi acquista le piante di quale specie di tartufo potrà beneficiare".

E quali sono le specie di tartufo che selezionate?
"Abbiamo due varietà di bianco, il Tuber magnatum (Pico, 1788), quello più pregiato, e il bianchetto, Tuber borchii (Vittadini, 1831). Poi sono presenti anche sette varietà di nero. Si va dallo Scorzone al Brumare, dal Nero pregiato fino al Mesenderico e al Moscato, una vasta gamma. Selezionata la spora scegliamo la pianta ospite".

E dove si va per portare la spora sulla radice della pianta ospite?
"In un locale tecnico, in ambiente semisterile, lì portiamo i miceli che abbiamo preparato, quindi l'inoculo che andiamo a mettere sopra la pianta, dopo di che la invasiamo e la portiamo in serra. Ed è lì che la pianta cresce e si sviluppa prima di essere venduta al cliente".

In quanto tempo l'azienda è stata portata a questo stadio di sviluppo?
"L'azienda è ancora in fase di sviluppo, perché io sono partito nel 2016, poi grazie ad un aiuto ottenuto dal Programma di sviluppo rurale Campania 2014 2020, mediante le misure 6.1.1, premio per il primo insediamento giovani agricoltori e 4.1.2 che finanzia progetti per il ricambio generazionale, ho effettuato un upgrade aziendale che mi ha permesso di realizzare questa serra".

Per questo tipo di prodotto, le piante micorizzate, che tipologia di cliente riesci a raggiungere e attraverso quali canali commeciali?
"Siamo un'azienda giovane, il mercato lo stiamo ancora costruendo, ma quello che possiamo già dire oggi è che riscontriamo interesse presso il semplice agricoltore che magari ha dei terreni marginali che non ha convenienza a coltivare, e dove invece può sviluppare reddito localizzando una tartufaia. Ma c'è anche chi possiede terreni a rischio idrogeologico, e può fare un impianto boschivo sia per tutelare il terreno che per produrre reddito. Poi c'è un altro mercato, fatto dagli esperti di micologia e tartufi, e anche cercatori".

Ma il tartufo può incontrare anche la domanda dell'operatore pubblico?
"Quel che posso dire è che puntiamo anche a dare un contributo alle operazioni di rimboschimento, conseguenza degli incendi: perché la presenza stessa del tartufo nei boschi di proprietà pubblica, può essere un elemento che contribuisce all'opera di rinsaldamento dei versanti, esposti al degrado idrogeologico".
 
Gian Marco Pozzuto
Gian Marco Pozzuto, titolare dell'omonima azienda di San Marco dei Cavoti (BN).
(fonte: © Gian Marco Pozzuto)

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Fonte: AgroNotizie

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Tag: innovazione sviluppo rurale vivaismo dissesto idrogeologico

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