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Fico d'India, la Sicilia punta sulla coltura specializzata

Rese e redditività: cresce la coltivazione in monocoltura a discapito dell'impianto promiscuo. Intanto si va verso un ente unico di tutela e valorizzazione del fico d'India dell'Etna Dop

Mimmo Pelagalli di Mimmo Pelagalli

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Intanto il Distretto produttivo del fico d'India di Sicilia è in attesa del riconoscimento da parte della Regione Siciliana
Fonte foto: © Ale - Fotolia

In Sicilia il fico d’India mette insieme dai sette agli ottomila ettari investiti a seconda delle stime: di questi, poco meno di duemila sono in coltura specializzata e stanno crescendo velocemente. Nella regione si contano quattro poli produttivi: ora, gli imprenditori che li animano hanno presentato domanda di riconoscimento per il Distretto del fico d’India di Sicilia, coinvolgendo industria di trasformazione agroalimentare, farmaceutica e cosmetica, università e centri di ricerca.
Storia di una coltivazione antica e sempre più apprezzata, che sta crescendo cambiando pelle, raccontata da Carmelo D’Anzì, presidente del Distretto del fico d’India di Sicilia e del Consorzio per la valorizzazione e la tutela del fico d’India dell’Etna Dop.

In Sicilia, da circa 10 anni, si stimano più o meno sempre le stesse superfici investite a fico d’India. Ci spiega perché da più parti si sostiene che questa coltivazione è in crescita?
"E’ molto semplice: l'Istat da circa dieci anni stima le superfici investite a fico d’India in Sicilia, largamente concentrate nei quattro poli produttivi dell’isola, intorno ai 7000 ettari. Secondo uno studio della Regione Siciliana del 2012 saremmo ad 8000 ettari. Noi produttori invece diciamo che la coltivazione sta crescendo, perché sono in decisa crescita le produzioni in coltura specializzata, che stanno sostituendo gli impianti promiscui, in declino perché poco redditizi e meno competitivi.
Per cui le dico che oggi siamo arrivati ad avere dai 1200 ai 1600 ettari di superfici investite a fico d’India in coltura specializzata nel solo polo produttivo di San Cono (Catania) altri 350-400 ettari ricadono nell’areale del Fico d’India dell’Etna Dop, sempre in provincia di Catania. Poi vi sono altri due poli produttivi da circa 200 ettari l’uno: a Santa Margherita di Belice (Agrigento) e Roccapalumba (Palermo). E siamo come minimo a circa 2000 ettari di coltivazione specializzata che ha rimpiazzato quella promiscua. Questa maggiore organizzazione dei produttori riduce i costi e contribuisce ad elevare la redditività degli impianti, che beneficiano anche di un aumento medio dei prezzi dei frutti all’origine intorno al 5% nell'ultimo anno".


E sono questi i poli produttivi parte del progetto di Distretto?
"Il Distretto del fico d’India di Sicilia è forte di queste quattro realtà, ma abbiamo presentato domanda di riconoscimento all’assessorato Attività produttive della Regione Siciliana oltre un anno e mezzo fa e non abbiamo ancora avuto una risposta. Un vero peccato, perché nella progettualità del distretto siamo riusciti a mettere insieme coltivatori di fichi d’India e industria di trasformazione agroalimentare, farmaceutica, cosmetica per sviluppare azioni di internazionalizzazione. Speriamo che faccia qualche passo avanti la proposta di legge regionale che intende spostare il riconoscimento dei distretti agroalimentari all’assessorato Agricoltura".

Lei presiede anche il Consorzio tutela del fico d’India Etna Dop, quali i numeri di questa denominazione?
"Intanto ci tengo a precisare che il Consorzio di valorizzazione e tutela del fico d’India dell’Etna Dop non è il solo ente presente sul territorio. Ve ne sono altri due - Consorzio per la tutela del Fico d’India dell’Etna e Consorzio di tutela del Fico d’India dell’Etna - e tutti e tre non godono del riconoscimento del ministero per le Politiche agricole. Stiamo preparando una riunificazione tra queste tre realtà con l'obiettivo di pervenire al riconoscimento ministeriale, poiché nessuna da sola riesce ad essere rappresentativa della produzione. E qui le dico che allo stato è possibile stimare la produzione potenziale del fico d’India dell’Etna Dop tra i 5950 ed i 6800 quintali. Ma varia di anno in anno il quantitativo di prodotto certificato e marchiato: dai 6800 quintali del 2016 ai 3800 del 2017. Questo dipende dalla concorrenza che si fanno gli enti di valorizzazione cui sono legate le tre Op che si occupano della commercializzazione: Deliziosa, Euroagrumi ed Eurocitrus. Quando avremo un ente unico di tutela, che sarà terzo rispetto ai soggetti che fanno aggregazione dell’offerta, avremo sicuramente una maggiore stabilità nella marchiatura effettiva del prodotto".

Quanto rende il fico d’India dell’Etna Dop?
"Il prezzo all’origine dei frutti sulla pianta, a seconda che sia primofiore o meno e in ragione anche del periodo di raccolta, si aggira sui 35-60 centesimi al chilogrammo. Calcoli che su ogni ettaro non si possono per disciplinare coltivare più di 400 piante, che rendono intorno ai 170 quintali ad ettaro: si parla di incassi per il produttore tra i 5.900 ed i 10.200 euro ad ettaro su coltura specializzata, cui vanno detratti i costi di raccolta e gli altri costi. Il prodotto viene poi venduto dalle Op ai buyer in una forchetta tra euro 1,30 e 1,60, prezzo che include il costo di condizionamento. Si raggiunge un apprezzamento al consumo tra i 2,60 e i 3,20.
Diciamo che oggi c’è ancora molto lavoro da fare per ridurre i costi di produzione e consentire la promozione del prodotto, che oggi per il 60% è commercializzato in Italia e per un 40% in Europa, maggiore acquirente la Germania, con una domanda sostenuta a Colonia e Monaco. Ai fini della valorizzazione del prodotto, appaiono strategici i riconoscimenti sia del Distretto produttivo del fico d’India di Sicilia che del nuovo ente di tutela della Dop etnea, per via delle risorse economiche pubbliche che tali soggetti sono in grado di mobilitare".

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Fonte: AgroNotizie

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Tag: innovazione denominazioni di origine aggregazione

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