Meli più resistenti e frutti più buoni grazie alla genetica

La mappatura del genoma rende possibile la creazione di piante resistenti alle malattie, con frutti più saporiti e resistenti al deperimento. Ma la normativa italiana e Ue rischia di azzoppare gli agricoltori nostrani

Tommaso Cinquemani di Tommaso Cinquemani

Questo articolo è stato pubblicato oltre 2 anni fa

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Il miglioramento genetico può dare un grande aiuto ai melicoltori italiani
Fonte foto: © Lionello Rovati - Fotolia

Interpoma porta a Bolzano il meglio delle attrezzature, delle varietà e dei prodotti per la coltivazione del melo, con espositori e acquirenti da tutto il mondo. Quella del melo è una coltura importante per l'agricoltura italiana, la seconda per volumi in Europa. Un settore fondamentale per le provincie di Trento e Bolzano, che da sole coprono il 60% del fabbisogno italiano.

Ma la melicoltura nostrana è sotto pressione a causa dei cambiamenti climatici e dei parassiti che mettono a rischio le produzioni. Un aiuto in questo senso può arrivare dal miglioramento genetico. AgroNotizie ha intervistato Ignazio Verde, ricercatore del Crea - Colture Arboree.

Dottor Verde, che cosa sappiamo dei geni del melo?
"Sappiamo molto visto che nel 2010 un consorzio internazionale, guidato dalla Fondazione Edmund Mach - Istituto Agrario di San Michele all'Adige, ha mappato il genoma della varietà Golden Delicious. I dati di questo lavoro sono liberamente disponibili e possono essere utilizzati come base per ricerche su altre varietà".

Conoscendo il patrimonio genetico del melo quali miglioramenti si possono apportare?
"Moltissimi. Ad esempio possiamo introdurre uno o più geni di resistenza ad una malattia, come la ticchiolatura, che causa danni enormi alle coltivazioni. Ma possiamo intervenire anche per migliorare le caratteristiche agronomiche di una pianta, come la capacità di assorbimento delle radici, la fioritura o la risposta agli stress abiotici. A livello di frutto si può ad esempio intervenire per evitare l'imbrunimento della polpa dopo il taglio".

Per avere frutti con un maggiore appeal sul mercato?
"Certo, oppure che resistano di più sugli scaffali del supermercato, la cosiddetta shelf-life. In Canada hanno lanciato sul mercato due varietà di mela la cui polpa non imbrunisce se esposta all'aria".

Arriverà anche in Italia?
"A causa della legislazione vigente non è possibile coltivare varietà geneticamente modificate, come appunto la Arctic Granny e la Arctic Golden. Ma potremo importare i frutti dall'estero previa autorizzazione, come accade per mais o soia Ogm usata ad esempio in zootecnia. Questo è un grosso ostacolo per chi fa ricerca, ma anche per gli agricoltori".

Si spieghi meglio.
"In Italia non possiamo coltivare o fare ricerca sugli organismi geneticamente modificati, ma con le dovute autorizzazioni è possibile commercializzare frutti provenienti dall'estero cresciuti da piante Ogm. I nostri agricoltori si trovano così in una posizione di svantaggio. Il professor Sansavini, dell'Università di Bologna, ha sviluppato una mela resistente alla ticchiolatura che però non è mai stata coltivata proprio perché modificata geneticamente".

Quali vantaggi avrebbe l'agricoltore a coltivare un melo resistente?
"Enormi, basti pensare che negli anni passati si è arrivati a fare 25-30 trattamenti all'anno contro la ticchiolatura. Introducendo dei geni di resistenza si potrebbero eliminare con un duplice vantaggio per l'agricoltore: economico, perché non deve più acquistare gli agrofarmaci, e sulla salute, visto che sono sostanze tossiche. Ma andrebbe anche a vantaggio dell'ambiente e del consumatore, che potrebbe mangiare cibi senza residui chimici".

Ma questi geni di resistenza da dove provengono? Non c'è il rischio di avere delle mele Frankenstein?
"Assolutamente no. Il gene di resistenza può venire da un'altra specie, come un'altra pianta, un batterio o un virus, oppure da una varietà di melo. Nel primo caso si tratta di Ogm veri e propri, la cui coltivazione è vietata in Italia. Nel secondo caso si va a prendere il gene di resistenza sviluppato in natura da una varietà di melo, nel caso della ticchiolatura dal Malus floribunda, e lo si inserisce in una varietà già esistente, come la Golden Delicious. In questo modo abbiamo organismi geneticamente modificati non transgenici, la cui possibilità di coltivazione in Europa è al vaglio dell'Unione europea".

Non si possono introdurre questi geni di resistenza con gli incroci naturali?
"E' stato fatto, ma senza successo. Lavorando con gli incroci servono tempi lunghissimi, si parla di 70 anni per ottenere una pianta resistente a causa del lungo periodo di giovinezza del melo. Inoltre i continui incroci tra una varietà commerciale, come la Golden Delicious, e la varietà resistente selvatica, come la Malus floribunda, portano ad avere una terza varietà che commercialmente può non avere riscontro sul mercato. Avremo così mele resistenti, ma non apprezzate dai consumatori".

Non c'è il rischio che parassiti o malattie superino queste difese genetiche?
"Nel caso venga introdotto un solo gene di resistenza è molto probabile che ciò accada. Prendiamo la ticchiolatura: il fungo che la causa non potrebbe colpire i meli con un gene di resistenza, ma a causa di mutazioni genetiche spontanee nel giro di qualche anno si potrebbe selezionare un ceppo capace di superare la barriera genetica del melo. Per questo è consigliabile introdurre sempre due o più geni di resistenza, in modo da superare l'adattabilità dei patogeni".

Oltre alla resistenza alle malattie quali altri vantaggi potrebbe ottenere l'agricoltore?
"Si sta lavorando molto su varietà autocompatibili. Ad oggi un melo non puó autoimpollinarsi, per questo è sempre necessario inserire in campo delle piante impollinartici di un'altra varietà. Avere delle piante capaci di autoimpollinarsi significa avere produzioni maggiori ed evitare la complicazione di avere piante diverse in campo".

© AgroNotizie - riproduzione riservata

Fonte: Agronotizie

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Tag: agrofarmaci ogm innovazione ricerca unione europea genetica

Speciale: Interpoma 2016

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