Puglia, la Gdo non compra le ciliegie senza "bollino di qualità"

La norma volontaria, voluta per limitare il lavoro nero, sta bloccando le contrattazioni in tutta l'area di Bari. Coldiretti e Confagricoltura sul piede di guerra

Mimmo Pelagalli di Mimmo Pelagalli

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Ciliegie: nonostante la denuncia di Apeo, Coldiretti e Confagricoltura il mercato si ferma. Chiesto un incontro urgente in Prefettura a Bari
Fonte foto: © Claudio Divizia - Fotolia

I buyer della grande distribuzione organizzata non comprano ciliegie in Puglia perché i commercianti che le hanno acquistate dagli agricoltori non sono in grado di esibire il bollino di qualità della Rete del lavoro agricolo di qualità, promossa dal ministero per le Politiche agricole nel quadro delle iniziative di lotta al caporalato e al lavoro nero insieme all’Inps.

I commercianti si mettono in sciopero e scatta la reazione delle organizzazioni agricole, con Coldiretti Puglia che vede nell’atteggiamento della Gdo solo uno strumento per far scendere i prezzi all’origine, che sono crollati e Confagricoltura Taranto che sottolinea come l’iscrizione alla Rete del lavoro di qualità di sole 446 imprese su 180mila interessate in Italia testimoni il fallimento dello strumento.
 
“Contraddittorio che una adesione su base volontaria sia divenuta obbligatoria senza alcun preavviso e per volontà non dello Stato ma di alcuni anelli della filiera commerciale e distributiva ortofrutticola che si sono ricordati del valore etico della Rete del lavoro agricolo di qualità ad orologeria, proprio nelle ore in cui sta iniziando la campagna delle ciliegie" afferma Gianni Cantele, presidente di Coldiretti Puglia.
 
“Ciò sta determinando il blocco della raccolta che per la prima volta sarebbe iniziata ad aprile e l’ovvio e preoccupante gioco al ribasso dei prezzi, quando ci sono le prime contrattazioni. E’ la prima volta che un atteggiamento evidentemente capzioso sta unendo commercianti e produttori in una unica protesta, dato che le catene della grande distribuzione organizzata chiedono eventualmente solo al conferitore finale le eventuali certificazioni, non anche a tutti gli altri soggetti della filiera" continua Cantele in merito alla delicata vicenda che sta interessando i produttori di ciliegie, i commercianti e gli esportatori, oltre che la grande distribuzione organizzata, con il blocco della raccolta per i mancati ritiri a causa dello sciopero dei commercianti.
 
A settembre scorso il ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali, in linea con la lotta al caporalato, ha promosso l’adesione alla Rete del lavoro agricolo di qualità, l'organismo autonomo per la certificazione etica delle aziende che rispettano le regole.
“Che ci fossero problemi circa l’iter burocratico da seguire per l’adesione volontaria alla Rete non era un mistero, - commenta il direttore di Coldiretti Puglia Angelo Corsetti - che la certificazione etica sia divenuta obbligatoria per volere di qualcuno è altrettanto evidente. Per questo abbiamo chiesto al prefetto di Bari di incontraci urgentemente per chiedere che l’iter di adesione sia più veloce e meno farraginoso e per approfondire al contempo i meccanismi speculativi che sono evidentemente alla base dei mancati ritiri di ciliegie proprio nei giorni in cui sta partendo la campagna”.

“La Rete del lavoro agricolo di qualità non decolla perché, per le imprese, la burocrazia è il più potente disincentivo esistente”. A sostenerlo Confagricoltura Taranto in una nota che condivide e rilancia le preoccupazioni sollevate nei giorni scorsi dall'Associazione produttori ortofrutticoli pugliese durante l’assemblea nazionale di Fruitimprese.
Apeo, che riunisce tantissime imprese baresi e tarantine, si era detta “seriamente preoccupata per la scarsa accessibilità alla Rete del lavoro agricolo di qualità e per la conseguente mancata adesione della stragrande maggioranza delle aziende agricole ad uno strumento” ritenuto “indispensabile per intercettare potenziali fenomeni di illegalità nel lavoro agricolo”.

Una linea che il presidente di Confagricoltura Taranto Luca Lazzàro, fa sua: "Molte aziende - spiega - sono di fatto non in grado di rispondere con le modalità richieste dalla norma alle caratteristiche di etica e legalità nell'organizzazione del lavoro. Esiste cioè un serio ostacolo all’ingresso nella rete, sia per una questione di lungaggini burocratiche che sono un potente disincentivo per le aziende, sia per l’eccessiva rigidità dei criteri d’ingresso, per cui basta essere in ritardo col pagamento dei contributi per esserne tagliati fuori".

"La conseguenza - rimarca Lazzàro - non sta solo nelle mancate adesioni volontarie, il che rende la Rete inefficace, ma nell’effetto collaterale di rallentare i passaggi della filiera e di complicare inutilmente il rapporto tra il settore dell'ortofrutta pugliese e la domanda di prodotto proveniente dalla grande distribuzione organizzata italiana ed estera. Un ostacolo, insomma, che arriva nel momento delicatissimo in cui il settore sta lentamente provando a riprendersi, anche dai danni subiti per via dell’embargo russo, che ha praticamente azzerato l’export di ortofrutta pugliese verso quel Paese".
 
Per Confagricoltura Taranto è evidente che: “Il fallimento della Rete del lavoro di qualità - sottolinea Lazzàro - è nei numeri, viste le poche centinaia di domande presentate in tutta Italia: 446 su 180mila imprese interessate; ma è anche e soprattutto nelle parole del presidente dell’Inps Tito Boeri, che già ad ottobre scorso in audizione alla Camera, ha chiarito che il solo bollino di qualità rilasciato dalla cabina di regia, per quanto importante, rischia di rivelarsi un’arma spuntata".
 
Per Confagricoltura Taranto è quindi “più che mai opportuno prevedere incentivi all’ingresso piuttosto che ostacoli, controlli unificati e agili al posto di quelli plurimi e farraginosi svolti da Inps, Asl, Inail e Ispettorati del lavoro, meno burocrazia invece che altri giorni da sommare ai cento e passa che ogni agricoltore, ogni anno, sa di dover trascorrere tra carte e domande, anche se online".
"Altrimenti
 - conclude Lazzàro - l’ennesimo dazio da pagare per centinaia di aziende sarà il fatale e costoso disallineamento tra ciò che succede in un ufficio e ciò che accade nella realtà dei campi”.

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