Emergenze fitosanitarie, si salvi chi può

Dal 1 gennaio 2017 si allenta il livello di garanzia fitosanitaria delle piante in Europa: cosa succederà, cosa rischia il comparto vivaistico italiano, i nuovi equilibri da trovare

Lorenzo Cricca di Lorenzo Cricca

Questo articolo è stato pubblicato oltre 4 anni fa

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Con questa Legge può andare a contributo una pianta proveniente da un Paese qualsiasi dell'UE così come una pianta prodotta in Italia, e a costi più bassi
Fonte foto: © Agronotizie

E' emergenza fitosanitaria in molte Regioni italiane. Che si chiami Xylella fastidiosa dell’ulivo, Pseudomonas siringa pv actinidiae dell’actinidia o Citrus Black Spot degli agrumi poco conta. Tutte patologie arrivate in Europa attraverso il commercio globale dei materiali di propagazione vegetale o dei frutti: la Xylella dal Costarica, la Psa dalla Cina e il Cbs dal Sud Africa. Ed altri ancora incombono sul bacino mediterraneo, come il Citrus greening degli agrumi.

Lo stato sanitario delle piante è dunque un problema mondiale. Per le aziende agricole diventa il colpo finale alla loro sopravvivenza. E quindi che cosa fare per contrastare queste malattie? L’uomo della strada probabilmente direbbe: alziamo in tutto il mondo il livello della certificazione e del controllo, forse così è più facile individuare le malattie e contrastare la circolazione del materiale infetto. 

E invece no. Gli orientamenti comunitari di oggi tendono a standardizzare al ribasso la certificazione delle piante, allo scopo di garantire un accesso al mercato più facile e favorire così il libero commercio. E questo a partire dal 1° gennaio 2017. Il Mipaaf e le associazioni vivaistiche italiane sono in stato d'allerta e stanno valutando le più opportune strategie per scongiurare tale rischio. Un intero settore è messo sotto attacco.
 
Giandomenico Consalvo, presidente di Civi-Italia
(Fonte immagine: © Civi Italia)

"Nel gennaio 2017 - spiega Giandomenico Consalvo, presidente di Civi Italiaentrerà in vigore il nuovo assetto legislativo europeo 2008/90, recepito in Italia con il D.L. 124 del 25 giugno 2010. Porterà con sé uno stato fitosanitario europeo delle piante certificate di livello inferiore, almeno rispetto agli attuali standard italiani. L'Italia e le nostre produzioni saranno penalizzate, ma è l'intera filiera frutticola nazionale a rischiare. In questo contesto il Civi-Italia sta cercando di mettere a punto un processo di certificazione a marchio privato, che non disperda l'enorme lavoro finora svolto. Oggi l'attenzione del Mipaaf per il vivaismo è alta, come dimostra il lavoro continuo fatto dal tavolo agroalimentare. Ma è necessario fare ancora di più ed essere ancora più uniti".

Regioni sì e Regioni no
"Per raggiungere l'obiettivo - spiega Luigi Catalano, direttore del Civi-Italia - dobbiamo fare sistema, superando i campanilismi e le posizioni personali, cercando di far prevalere l'interesse comune. La riorganizzazione della certificazione vivaistica nazionale ha purtroppo fallito i suoi intenti. Dobbiamo trovare nuovi equilibri. Una delle prime cause riguarda la non unanime attuazione delle norme in tutte le Regioni, con la forzatura dei principi del federalismo in campo agricolo così come stabilito dalla modifica del titolo V della Costituzione. Inoltre deve essere scongiurata la possibilità di declinare in modo discrezionale norme che invece dovrebbero essere per tutti. Si creano così fenomeni destabilizzanti per l'intero settore".
 
Luigi Catalano, direttore di Civi-Italia
(Fonte immagine: © AgroNotizie)

I punti critici a cui l'Italia dice no
Un ritorno al passato, dove le regole non c'erano e pur di vendere piante tutto valeva. E' come se all'improvviso ci trovassimo catapultati negli anni '70 tra Ray Ban a specchio, pantaloni a zampa d'elefante, camice di seta floreale e nell'aria la musica dei Bee Gees.
Andiamo più nello specifico e vediamo quali sono i punti critici di questa nuova legge. "Con la nuova direttiva europea - continua Catalano - non saranno più riconosciuti i livelli di qualificazione più elevati, quali 'certificato virus esente' e 'virus controllato'. Rimaranno così un livello base obbligatorio denominato Cac-Conformitas agraria comunitatis e un successivo livello generico di certificazione volontaria ma con minori controlli rispetto a quelli esistenti oggi, oltre che a norme più permissive.

Ecco alcuni casi emblematici che portarono l'Italia ad astenersi al momento della votazione sulle nuove norme. 
Il primo è legato al mantenimento del materiale di categoria pre-base e base in condizioni di pieno campo e non in screen-house, come oggi avviene in Italia. Le piante madri saranno così esposte al rischio di una facile infezione.
Il secondo è il tentativo più volte avanzato a declassare organismi nocivi da quarantena - su tutti la Sharka - a semplici organismi pregiudizievoli la qualità. I frutticoltori italiani che producono frutta da consumo fresco tristemente ben conoscono i danni causati da Sharka alle loro produzioni; diverso è l'atteggiamento dei produttori dell'Europa dell'Est il cui prodotto è destinato alla produzione di alcol, spiriti ed alla trasformazione. Credo però che questa battaglia a livello europeo sia persa, in nome del libero commercio e della libera concorrenza. Ma l'Italia non vuole soccombere a questa decisione e l'iniziativa assunta dal Civi-Italia va in questa direzione".
 
Marco Pancaldi, direttore del Cav di Tebano
(Fonte immagine: © AgroNotizie)

Vivaismo italiano eccellenza nel mondo
Il sistema di certificazione italiano delle piante da frutto, prodotte nell'ambito volontario, ha raggiunto traguardi importanti. Oltre il 90% della produzione nazionale di piante di fragola è costituita da materiale certificato, per i portinnesti di pomacee e drupacee siamo quasi al 100%, mentre le produzioni frutticole sono al 50%.

"Non possiamo perdere - spiega Marco Pancaldi, direttore del Cav di Tebano - lo straordinario lavoro fatto negli ultimi vent’anni. Ne va la sopravvivenza di un intero comparto vivaistico frutticolo che oggi conta oltre 800 imprese e occupa 28mila lavoratori. Ci stiamo impegnando molto presso il tavolo di discussione aperto presso il Mipaaf, ma le difficoltà non sono poche. La situazione è molto delicata e complessa. Ma è necessario che qualche cosa venga fatto. Visto la situazione credo che i campi di piante madri già esistenti possano avere una proroga fino al 2022, attuando misure transitorie. Permettendo così, fino a quel periodo, di poter utilizzare materiale con la vecchia certificazione, a garanzia riconosciuta di elevata qualità. E per quelli che verranno creati? E’ difficile dare ad oggi una risposta, bisognerà vedere i decreti di recepimento che saranno pubblicati".

A proposito di qualità. Alla fine di dicembre il Cav di Tebano è stato accreditato dal Ministero dell’agricoltura neozelandese quale stazione di quarantena. Il Cav e il Ctifl francese sono gli unici due in Europa. Le aziende così potranno spedire le gemme, custodite presso il Cav, in Nuova Zelanda. Il materiale rimarrà sotto osservazione per pochi mesi rispetto ai 2-3 anni che servono normalmente, riducendo così drasticamente i tempi ed i costi di quarantena.

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Fonte: Agronotizie

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Tag: frutticoltura unione europea certificazione vivaismo

Temi caldi: Nuova certificazione vivaistica

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