L’annus horribilis dell’actinidia è il 2008, con l’individuazione in Italia di Pseudomonas syringae pv actinidiae. Da allora passi in avanti ne sono stati fatti, anche sul fronte della ricerca e della conoscenza. La paura è quindi passata e la fiducia è tanta. Ma siamo veramente fuori dall'emergenza? Probabilmente no, ma con la batteriosi ci si può convivere.

"Dal 2010 ad oggi sono stati estirpati circa 210 ettari di actinidia in Emilia-Romagna - spiega Loredana Antoniacci, del Servizio fitosanitario dell'Emilia-Romagna -. Il picco nel 2013 con circa 100 ettari, mentre nel 2014 sono stati poco più di 50 ettari. Questo significa che rispetto ai primi anni la situazione è migliorata. Ma non abbassiamo la guardia, perchè la malattia è ancora presente nei frutteti. 
Grazie al lavoro svolto, alla prevenzione, alle scelte agronomiche ed alle condizioni ambientali in questo momento il livello batterico si mantiene basso. Non dimentichiamo che l'estirpazione di varietà molto sensibili come l'Hort16A e la contemporanea sostituzione con varietà più tolleranti ha fatto il resto. Dopo anni di fuggi fuggi, gli agricoltori ricominciano a piantare actinidia.

 
Spot fogliari su foglie di actinidia
(Fonte immagine: © Sinigaglia comunicazione) 

Novità sul fronte difesa?
"Sul fronte difesa non ci sono novità - prosegue Antoniacci -. Il rame rimane la base. Interessante è il comportamento del Bion® WG 50, che però rimane autorizzato eccezionalmente su actinidia solo per brevi periodi: nel 2015 dal 9 marzo al 7 luglio. Due parole sui concimi a potenziale azione batterica: non sono prodotti fitosanitari per cui abbiamo scelto di non inserirli nel disciplinare di lotta alla batteriosi.
Quindi continua ad esserci un problema di autorizzazioni: anche quest'anno abbiamo chiesto, come gli anni passati, deroghe d'impiego per rame e Bion. Ma questa non può essere la soluzione, perchè anche un piccolo ritardo nella risposta da parte delle istituzioni renderebbe difficile la gestione della malattia. E' necessario fare qualche cosa su questo fronte.
Non dimentichiamo che la lotta alla Psa potrebbe cambiare. Il possibile limite dell'uso del rame potrebbe ridursi anche nella lotta integrata, rimescolando le carte. Dobbiamo quindi pensare ad un'alternativa, soprattutto nel periodo autunnale. Altro aspetto critico è l'introduzione di nuove varietà, come il kiwi rosso. Non sappiamo quale sia il loro livello di tolleranza o suscettibilità rispetto alla Psa".

 
Sintomi della batteriosi dell'actinidia su tronco
(Fonte immagine: © Atlas of Plant Pathogenic Bacteria)

Convivere si può
Tra l'actinidia e la Psa c'è quindi aria di "buona convivenza"adottando buone pratiche agronomiche che ne limitano lo sviluppo e la manifestazione dei sintomi. 
“La situazione negli ultimi anni è decisamente migliorata - spiega Marco Scortichini, batteriologo e direttore dell’Unità di ricerca per la frutticoltura di Caserta -. Non possiamo però dire che la malattia sia stata debellata, ma sicuramente siamo in grado di conviverci. La ricerca ha permesso di aumentarne la conoscenza e questo ha agevolato.
Un fattore importante per lo sviluppo del batterio è sicuramente la presenza di inverni freddi con gelate. Una situazione fuori dal nostro controllo ma che creano le condizioni favorevoli per Psa, sia dirette che indirette. Le tecniche agronomiche messe a punto in questi anni ci permettono di andare avanti. Manca però uno studio vero e proprio sull’individuazione delle varietà resistenti. Ne abbiamo alcune tolleranti, ad esempio la G3 che ha sostituito Hort16A. Ma non basta, dobbiamo fare di più.

 
Frutti di kiwi avvizziti causati dalla batteriosi
(Fonte immagine: © Regione Lazio)

Ma dove va la ricerca sul fronte della difesa? "Per prima cosa si sta guardando all'attività antimicrobica dei chitosani nei confronti di patogeni fungini e batterici delle colture agrarie - riporta Scortichini - I risultati di laboratorio sono stati positivi ed anche le prime valutazioni in campo hanno dato risultati incoraggianti. Altro fronte è quello dei biostimolanti utili e degli induttori di resistenza. Tutte queste attività vanno incontro alla crescente esigenza dei consumatori e dei produttori di ridurre l'impatto ambientale e quello sulla salute. 
Proprio per seguire questa indicazione stanno crescendo anche gli impianti protetti, iniziati qualche anno fa in via sperimentale. Essi impediscono al batterio di essere veicolato attraverso la pioggia e il vento e riducono il rischio di abbassamenti termici".