Un altro pilastro della cucina mediterranea ha svelato i suoi segreti. Un consorzio internazionale, coordinato dall'Università di Torino, ha decodificato il genoma del carciofo. Un passo avanti importante non solo per comprendere a fondo questo ortaggio, ma anche per migliorarlo e promuoverlo all'estero.

 

La decodifica del genoma ci permette di conoscere le 'istruzioni' per fare la pianta”, spiega ad AgroNotizie Luigi Cattivelli, direttore del Crea Genomica vegetale, che ha partecipato alla ricerca. “Il particolare gusto del carciofo, così come la sua resistenza alle malattie o il suo sviluppo, sono dettati dal corredo genetico della pianta”.

 

Avere decodificato il genoma significa dunque rendere possibile il miglioramento vegetale. Potranno essere inseriti dei geni per rendere il carciofo più resistente alle malattie o ai cambiamenti climatici, ma anche per modificarne le caratteristiche intrinseche, come la forma o lo sviluppo.

 

Conoscere i geni rende difendibile l'esistente. Sono finiti i tempi in cui un'azienda affermava che la sua varietà era più buona senza portare dati scientifici”, spiega Cattivelli. “Oggi l'Efsa e altre autorità pubbliche eseguono test genetici per sapere se in un prodotto c'è effettivamente quello che viene dichiarato o se un seme è effettivamente più resistente ad un certo parassita”.

 

Nel progetto di decodifica dei geni l'Università di Torino si è occupata di coordinare il team internazionale, mentre il Crea (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l'analisi dell'economia agraria) ha contribuito all'attività di annotazione dei geni sul genoma, cioè a quella parte del lavoro di sequenziamento in cui si dà un nome e, quando possibile, una funzione ai geni.