La frutticoltura italiana è sempre di più esposta alla necessità di innovarsi. In questo modo si potrà ottenere sostenibilità, competitività e qualità. Anche il vivaismo ha bisogno di valorizzare il proprio prodotto e di avere un sistema di certificazione adeguato e riconosciuto.

Il direttore dei Vivai Dalmote Guido & Vittorio di Brisighella, Roberto Savini, risponde ad alcune nostre domande per approfondire importanti temi per la frutticoltura e per il vivaismo.

Quanto e in che modo l'innovazione varietale, che rappresenta un fondamentale fattore di crescita per la frutticoltura, interessa il comparto? 
"E necessario fare una distinzione tra specie e specie. Nelle pomacee l'innovazione varietale è presente, anche se esiste ancora uno 'zoccolo duro' di varietà tradizionali che riscuotono grande successo. Le vecchie Abate, Conference, William, Golden Delicious, Granny Smith e Red Delicious non tramontano mai. Tra le novità più interessanti ci sono quelle gestite attraverso la formula del club: consorzio che permette di gestire ed organizzare l'intera filiera produttiva e commerciale della varietà e dei suoi frutti.
Nel caso delle drupacee invece la situazione è capovolta e ormai sono vendibili sono le nuove varietà, migliorative per qualità e produttività. Per questo motivo le varietà che fino a 5-6 anni fa facevano il mercato stanno praticamente scomparendo. Quindi è evidente come il reddito del frutticoltore passi attraverso l'aggiornamento continuo del mix varietale coltivato.
Un capitolo tutto da scoprire riguarda il Kiwi, una coltura che a tutti i costi dovrà restare nel nostro patrimonio produttivo".

 
Tecnologie, vivaismo e nuove varietà. Come la frutticoltura mondiale guarda al futuro?
"Nel futuro non basterà l'aggiornamento continuo della genetica, e quindi delle varietà, ma sarà necessario abbassare i costi di produzione. Da questo punto di vista ci aiuterà anche l'innovazione tecnologia, che potrà creare piante che possano essere messe a dimora in diverse stagioni dell'anno e che abbiano un ciclo più breve, in modo che il mondo vivaistico abbia qualche possibilità di programmazione e possa lavorare a ciclo continuo. Infine ci dovremo impegnare per individuare un materiale vivaistico diverso dal tradizionale astone a radice nuda. Alla base di tutto questo discorso c'è la diminuzione dei costi per gli investimenti e per la produzione".
 
Quali sono le prospettive per il vivaismo frutticolo in Italia e nel mondo? A che punto è il sistema di certificazione nazionale?
"Ritengo ci siano le condizioni perchè la aziende vivaistiche italiane organizzate possano essere competitive in futuro. Bisogna però aumentare le dimensioni aziendali, capitalizzarsi, aumentare l'export, diminuire i costi di produzione, aumentare l'organizzazione e la programmazione. In questo la certificazione nazionale volontaria in vigore dal 2006 ci ha dato un grande aiuto, in quanto il prodotto 'Certificato nazionale' è  un brand conosciuto ed apprezzato all'estero. Attenzione però che dall'Unione europea potrebbe arrivare a breve un sistema unico di certificazione europeo con regole meno stringenti delle nostre nazionali. Questo sarebbe nocivo per il nostro vivaismo in quanto aprirebbe a tutti i paesi dell'Unione la possibilità di certificare le piante con un sistema semplificato. Quando si realizzerà questa situazione allora dovremo essere pronti a costruire un marchio privato per le 'piante italiane' proprio per mantenere elevata la nostra qualità".
 
In un contesto di crisi, i mercati esteri rappresentano uno sbocco per le nostre produzioni. Quali, in particolare? E quali sono le iniziative da mettere in campo per un export competitivo?
"Le piante italiane sono molto apprezzate all'estero, che costituisce uno sbocco importante ad ogni campagna vivaistica. In modo particolare sono i Paesi extra Ue che rappresentano il mercato più attivo. I prodotti per l'estero si differenziano per aree di destinazione: il melo in particolare è destinato alla Russia e Paesi del nord Europa, le drupacee nel Caucaso, Repubbliche della ex Unione Sovietica, Turchia, Balcani e nord Africa. Non mancano vendite spot anche in Paesi nuovi come l'India e L'Uzbekistan. Le vendite in questi Paesi sono molto condizionate dal fatto di poter disporre di una logistica efficiente (e qui spesso siamo superati dai colleghi olandesi o belgi) e dai rapporti bilaterali tra Ministeri. Infine è da sottolineare come nel mercato vivaistico le vere 'frontiere' siano le norme fitosanitare e il riconoscimento reciproco dei materiali vivaistici".