Grano duro, stop all'obbligo del seme certificato

Lo ha stabilito il Comitato tecnico permanente agricoltura della Conferenza Stato-Regioni. Sconcerto di Assosementi. Vacondio, Molini d'Italia: 'Qualità a rischio'

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Grano duro, stop al seme certificato

Il grano duro fa discutere. Il Comitato tecnico permanente agricoltura della Conferenza Stato-Regioni ha espresso parere favorevole alla soppressione dell’obbligo di impiegare seme certificato, per accedere ai contributi previsti dall’articolo 68 per il grano duro.

Una decisione che attende ora una ratifica in sede di Conferenza Stato-Regioni, contro la quale si è già mobilitata Assosementi, l’Associazione nazionale delle aziende sementiere (fonte: www.agricolturaonweb.info).
Siab ha interpellato alcuni fra i più importanti esponenti del mondo pasta per delineare meglio la situazione.
Al grido d’allarme del numero uno dei produttori di sementi, Carlo Invernizzi, secondo il quale "con una simile disposizione, che elimina l’obbligo di utilizzare seme certificato, si sarebbe sconfessata una politica di qualità portata avanti dal ministero delle Politiche agricole ormai da vent’anni e si condannerebbe a morte il miglioramento genetico, incentivato grazie ai proventi derivati dalle vendite di seme certificato", si aggiungono esponenti dell’industria molitoria e dei produttori di pasta. Quasi completamente allineati alla posizione di Assosementi, seppur con qualche distinguo. Certamente coesi a ribadire una politica di qualità per tutta la filiera cerealicola e della pasta.

Il presidente di Molini d’Italia, Ivano Vacondio (già presidente di Italmopa, l’Associazione dei mugnai e dell’industria molitoria aderente a Confindustria), mette in luce "il rischio di un abbassamento della qualità dei prodotti della prima trasformazione e, successivamente, della produzione di pasta, nel caso in cui gli imprenditori agricoli scegliessero di utilizzare semi non certificati".

Su questo punto la preoccupazione di un appiattimento della qualità al ribasso è del tutto simile a quella espressa da Invernizzi di Assosementi. Le divergenze riguardano un'altra questione, relativa alla sicurezza alimentare.
"L’Italia - ha detto Invernizzi - pensa di togliere un incentivo all’uso di seme certificato, che rappresenta il primo strumento alla base di ogni percorso di tracciabilità, indispensabile a garantire la sicurezza alimentare in una produzione tipica come quelle della pasta".
Vacondio è in netto dissenso. "Parlare di rischio di abbassamento della qualità è sacrosanto – ha dichiarato – affermare fra le righe che la sicurezza alimentare è a rischio, mi sembra esagerato. I controlli sulle materie prime, sui processi di trasformazione e lavorazione, fino al prodotto finito sono assolutamente efficaci e stringenti, tali per cui la sicurezza alimentare è garantita in ogni sua fase. Siamo il Paese dove la sicurezza alimentare è garantita al 100 per cento e su questo punto non accettiamo una strumentalizzazione o la messa in discussione a fini di lobby".

Vacondio si trova a dover sostenere la tendenza attuale della filiera, a partire dai cerealicoltori, di contenere o limare i costi. "Il ragionamento è molto semplice – ha spiegato – e riguarda la qualità. Se c’è ed è riconosciuta, deve essere remunerata in maniera adeguata. Ogni anello della filiera deve trarne beneficio: chi coltiva, chi opera la prima trasformazione, che la seconda trasformazione".
Inevitabile che in un momento di crisi si cerchi di diminuire le spese. Anche a discapito talvolta della qualità. E così, forse, l’eliminazione dell’obbligo di utilizzare seme certificato non fa altro che accentuare una tendenza già in atto dallo sboom del prezzo delle materie prime. "Sicuramente è un errore, almeno secondo noi imprese della prima trasformazione – conclude Vacondioma il fenomeno lo stiamo purtroppo già in parte conoscendo".

Il parere del Comitato tecnico agricoltura della Conferenza Stato-Regioni coglie di sorpresa anche Giuseppe Amato, direttore generale del pastificio Antonio Amato e C.. "Se questa è la posizione di Assosementi, a fronte di una simile ipotesi – sostiene Giuseppe Amatone hanno ben donde. Si tratta di un’ipotesi che, se confermata, vanificherebbe un percorso di attenzione verso la qualità e la valorizzazione della filiera del grano duro, che ha preso avvio coi ministri De Castro e Zaia, ancora oggi perseguita".
Amato punta ad evidenziare che la valorizzazione del prodotto si può comunque perseguire. Dal 2007/2008 Amato ha siglato un Progetto integrato di filiera con alcuni imprenditori legati a Confagricoltura. "Contratti di filiera soddisfacenti per tutti i partecipanti – precisa – e che hanno portato al conferimento ai nostri impianti di oltre 15mila tonnellate in due anni, con grano duro di qualità coltivato in Umbria, Puglia e Calabria".
Quello che preoccupa forse maggiormente l’imprenditore campano della pasta è la situazione di crisi che stanno vivendo molte aziende agricole. "Restando nel settore dei cereali e del frumento duro – chiosa – con una redditività così mortificata come ora rischiamo due effetti negativi a breve termine. Cioè una minore produzione per il rallentamento che c’è stato sulle semine, ma anche una minore resa per ettaro, visto che il rischio concreto è che gli imprenditori agricoli cerchino di contenere i costi di produzione attraverso trattamenti ed operazioni al risparmio".