Avvelenamenti delle acque da glifosate? No: mero clickbait

La tossicologia spiegata semplice: si amplia la differenza fra quanto avviene nei laboratori, quanto pubblicano i media e quanto dicono gli scenari reali. Il caso lombardo

Donatello Sandroni di Donatello Sandroni

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La tossicologia spiegata semplice: glifosate, acque e popolazioni algali. Meglio chiarire

Sugli allarmismi e sui titoli fuorvianti della stampa generalista se n'è già parlato con un recente articolo tratto dai dati di Arpa Lombardia.
 
In tale approfondimento viene citato, fra gli altri, un articolo de La Repubblica dal titolo "I fiumi lombardi avvelenati dal glifosato: la diagnosi dell'Università Statale". Urge quindi chiarire, poiché di fatto lo studio citato, dal titolo "Synergistic effects of contaminants in Lombardy waters" (La porta et. Al 2021), non parla affatto di "avvelenamenti" delle acque da glifosate, bensì di un test svolto in laboratorio per valutare eventuali influenze di un mix di sostanze attive su un organismo target, nella fattispecie Chlamydomonas reinhardtii, un'alga eucariote unicellulare.

Già nell'introduzione della ricerca vi è però una premessa che dimostra quanto lo scollamento dalla realtà dei numeri abbia contagiato anche larghe fette di accademia. Nel lavoro, pubblicato su Scientific Reports, si parla infatti di intensificazione crescente delle pratiche agricole e di usi "massicci" di agrofarmaci negli ultimi decenni. Cioè l'opposto di ciò che è, visto che dal 1990 (e lo si è ripetuto fino allo sfinimento) le quantità di sostanze attive impiegate in Italia è calata del 43,7%.
 
Bene sarebbe quindi che tale evidenza circolasse in modo più capillare, anche per demolire i molteplici bias di conferma che si vanno a rafforzare ogni volta che venga ripetuto il mantra dell'uso sempre più massiccio dei "pesticidi".

Fatta questa doverosa premessa, analizziamo ora l'operato in laboratorio e i relativi risultati, poiché tra quanto fatto dai ricercatori e quanto comunicato dai media vi è uno scarto stellare.
 

Il test su alghe

Chlamydomonas reinhardtii è stata esposta per sette giorni continuativi, in laboratorio, a quattro sostanze attive presenti nelle acque dolci, ovvero quelle monitorate da Arpa Lombardia. Trattasi di glifosate, somministrato in ragione di 10.3 μg/L, Ampa (37.2 μg/L), terbutilazina (3.6 μg/L) e bentazone (6.4 μg/L). I test sono stati svolti con le molecole somministrate da sole o in miscela, anche a dieci volte tali valori.

Soprattutto quando somministrate insieme, si è potuto annotare uno stress nelle alghe, manifestatosi con la formazione di palmelloidi. Questi aggregati, una sorta di difesa dell'alga agli stress esterni, sono già state studiati in passato per il banale sale da cucina e i risultati sono stati anch'essi pubblicati su ScienceDirect nel 2016 con il titolo "Characterization of salt stress-induced palmelloids in the green alga, Chlamydomonas reinhardtii". In questo, di articolo, si riportano gli effetti di 100 e 150 mM di NaCl su queste alghe, che essendo di acqua dolce poco gradiscono la salinità.

Un primo dato importante: nella prova italiana non si sarebbero osservate differenze nel tasso di crescita algale rispetto al non trattato. Quindi vanno esclusi gli effetti macroscopici fatti presupporre su glifosate dalla stampa generalista utilizzando termini del tutto fuori luogo.

Solo la combinazione Ampa-glifosate, anche quando aggiunta di bentazone, terbutilazina o entrambe, avrebbe causato un aumento dei palmelloidi, rilevati questi tramite la misurazione degli aggregati cellulari. In effetti, per dimensioni comprese fra i 100 e i 150 μm2, si nota un aumento della probabilità rispetto al non trattato, con glifosate da solo che sposta di poco i valori rispetto a quest'ultimo, mentre Ampa si stacca maggiormente, potendosi qualificare come molecola trainante in tale effetto anche quando miscelato con glifosate (vedere Fig 5 della pubblicazione).

La spezzata di Ampa + glifosate, infatti, è praticamente sovrapponibile a quella del solo Ampa. Del resto, il valore massimo di probabilità (intorno ai 60 μm2) di glifosate è praticamente sovrapposto al non trattato, calando invece per Ampa e per la miscela dei due. Circa gli altri due erbicidi, pare che terbutilazina e la miscela terbutilazina/bentazone abbiano influito poco sul valore di massima probabilità, mentre una diminuzione sensibile si sarebbe ravvisata con il solo bentazone. Anche cambiando le combinazioni appare confermato il maggior effetto di Ampa e di bentazone, i quali somministrati congiuntamente avrebbero manifestato gli effetti maggiori.

Come detto, però, solo la miscela piena dei quattro erbicidi avrebbe dato esiti particolarmente marcati nello spostamento verso l'alto delle dimensioni degli aggregati cellulari, i quali non sono però aumentati di molto nonostante la decuplicazione delle dosi delle quattro molecole somministrate.
 

Conclusioni

Come visto, la somministrazione delle quattro molecole non ha modificato il tasso di sviluppo delle alghe oggetto di studio, sebbene quando somministrate a dosi che corrispondono ai picchi di presenza nelle acque superficiali (anno 2018) abbiano indotto nel microrganismo un comportamento difensivo, aggregandosi.

In primis, va perciò sottolineato come certi titoli sui giornali siano per lo più dei banali acchiappaclick sfruttando un nome eccellente, glifosate. Poiché fra le molecole selezionate pare proprio che se ve n'è una che impatta poco Chlamydomonas reinhardtii è proprio glifosate, anche a dosi "allegre", molto lontane dalla media dei fiumi lombardi e dal 95esimo percentile reperibili nelle acque superficiali in genere.

In secondo luogo, nella stragrande maggioranza dei casi reali, cioè nelle acque superficiali vere e proprie, tutti e quattro gli erbicidi stallano molto al di sotto del singolo microgrammo, cioè sono presenti a concentrazioni decisamente inferiori a quelle testate. Men che meno le si può trovare a 10 volte le concentrazioni prese in considerazione nei test come dose estrema.

Terza questione: va considerata alquanto improbabile la condizione per la quale tutte e quattro le sostanze attive si rinvengano nel medesimo luogo alle concentrazioni utilizzate in laboratorio, sebbene attinte dai report ufficiali. In alcuni casi, infatti, vi sono sì delle compresenze, anche significative, ma sono da considerarsi situazioni sporadiche e strettamente locali.

Quarto: Ampa non deriva solo da glifosate, bensì anche da detergenti e tensioattivi. Ergo, utilizzare questa molecola per attaccare glifosate sta divenendo un malvezzo sempre meno sopportabile. Parlare di "avvelenamenti" delle acque lombarde, tout court, è quindi del tutto fuorviante e scorretto. Un pessimo vizio che la stampa generalista pare stia purtroppo affinando nel tempo.

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Fonte: Agronotizie

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Tag: alghe acqua glifosate

Temi caldi: La tossicologia spiegata semplice

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