Ma... che fine ha fatto il rame?

Il fungicida più antico del mondo è impegnato su diversi fronti. L'Efsa sta riesaminando le criticità tossicologiche e ambientali del rame e altri metalli di transizione in ottica del prossimo rinnovo dell'approvazione Ue

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Il rame è al secondo rinnovo della sua approvazione Ue come principio attivo fitosanitario
Fonte foto: © Mushy - Adobe Stock

Il decano dei fungicidi del vigneto (e non solo) riserva ancora sorprese a tutti gli addetti della filiera agrochimica, a cominciare dalla nazione che raccoglierà il testimone dalla Francia che lo ha accompagnato a un controverso rinnovo dell’approvazione Ue come fitosanitario. Ma andiamo con ordine.
 

A chi toccherà la patata bollente?

Nell’agenda dello Standing Committee on Plants, Animals, Food and Feed (Scopaff) straordinario del 16 giugno scorso come unico punto figurava l’attribuzione dello Sato relatore per il processo di rinnovo dell’approvazione Ue delle 24 sostanze attive che scadranno nel periodo compreso tra il 1° aprile 2025 e il 27 dicembre 2028. Tra queste ci sono i rameici, in scadenza a fine 2025, che avranno come nuovo Stato relatore proposto l’Italia, che verrà coadiuvata dalla Polonia come Stato correlatore.
Più che un testimone, si tratta di una vera e propria patata bollente: in pratica sono tutte da definire le “regole d’ingaggio” che notificanti e valutatori dovranno seguire durante il processo che dovrà portare “l’insostituibile candidato alla sostituzione” al secondo rinnovo della sua approvazione Ue come principio attivo fitosanitario.
Ricordiamo che il rinnovo attualmente in vigore è stato concesso tenendo in pochissima considerazione “la scienza” che, dovendo applicare regole pensate per molecole organiche, nel caso del rame aveva evidenziato conclusioni a dir poco singolari e talvolta bizzarre, che la Commissione Ue, rinnovando il principio attivo, ha sostanzialmente disatteso. Una distanza così elevata tra teoria e pratica non ce la potremo permettere a lungo: per questo motivo la commissione Ue ha incaricato gli scienziati dell’Efsa di introdurre correttivi negli attuali criteri di valutazione in modo da tenere conto delle caratteristiche del rame e di altri metalli di transizione, in modo da correggere il tiro nelle prossime valutazioni.
 

Quanto rame possiamo “mangiare”?

A questa domanda che sintetizza brutalmente il quesito scientifico che la commissione ha posto all’Efsa alla fine di maggio dovrà essere data risposta entro la fine del 2021. Attualmente il livello massimo giornaliero di rame che possiamo assumere per l’intera durata della vita è di 0,15 mg/kg peso corporeo che, per una persona di 65 chili, corrisponde a circa 10 mg/giorno. Questo tetto è stato discusso anche in altri contesti scientifici, in particolare dal Scientific committee on food che invece propone livelli notevolmente inferiori (circa 5).
Non è la prima volta che ci sono divergenze tra scienziati e non sarà nemmeno l’ultima. Si metteranno d’accordo? Speriamo! Dopo i “risk assessors”, dovranno allinearsi anche i “risk managers”, adottando provvedimenti che interessino tutte le attività agricole e non solo la difesa fitosanitaria che, a detto della stessa Efsa, è responsabile di non oltre il 30% del rame assunto attraverso la dieta, mentre adesso se ne assume tutte le colpe.
 

Quant’è il livello massimo del rame nelle acque superficiali?

Questa domanda, apparentemente banale, deriva dall’applicazione al rame dei criteri di valutazione del rischio in vigore per le molecole organiche, che ha portato al risultato paradossale che la Rac (Regulatory Acceptable Concentration), che in sostanza è la concentrazione da non superare per non causare rischi inaccettabili per gli organismi acquatici, è in moltissimi casi inferiore al cosiddetto “background”, cioè al livello di rame già presente nelle acque, misurato mediante campionamenti effettuati in tutta Europa. No, tranquillizzatevi: l’Efsa non chiederà di sottrarre rame dall’ambiente (proponendo dosi negative nelle etichette dei futuri fungicidi rameici?) per rispettare la Rac, ma si tratterà di considerare nelle attuali metodologie di valutazione del rischio anche la biodisponibilità, che è una componente importantissima dei suoi effetti indesiderati sugli organismi non bersaglio e non solo.
I primi risultati dell’attività dell’Efsa su questo argomento dovrebbero essere disponibili nei primi mesi del 2021.
 

Approfondimenti per studiosi, addetti ai lavori o semplicemente curiosi

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