Tanto andò male ai promotori del referendum anti-pesticidi tenutosi a Malles (Bz) nel 2014, quanto è andata male ai promotori di un analogo referendum proposto a Conegliano Veneto, territorio del Prosecco.

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Un'area molto "calda", con diversi comitati no-pesticidi alquanto iperattivi che da anni stanno portando avanti delle vere e proprie crociate contro la fitochimica applicata alla viticoltura. Circa la fatuità di tali proteste si è già scritto più volte, dal momento che le paure della popolazione appaiono del tutto immotivate se si leggono i dati oggettivi dello stato di salute locale.

Approfondimenti:
Oggi, anche questa seconda iniziativa referendaria, peraltro costosa in termini di soldi pubblici, è stata giudicata non ammissibile dal ministro dell'Interno, in quanto nessun Comune ha le competenze giuridiche per proibire qualcosa di autorizzato da quadri normativi di ordine superiore. In tal caso Europa e Italia.
 

Ostinati e perdenti

I casi di Malles e Conegliano, per certi versi, si somigliano molto, tanto che l'uno è stato assunto come precedente per l'altro. Quindi è bene partire dalla Val Venosta se si vuole capire appieno quanto è successo oggi nel Trevigiano.

Nel 2014 si tenne a Malles, in provincia di Bolzano, un referendum per chiedere la proibizione dei pesticidi su tutto il territorio comunale. Referendum che vide vincitori i promotori stessi. A seguire, giunse un regolamento comunale coerente con quanto deciso dal referendum, ma che venne impugnato da un gruppo di agricoltori del Bauernbund.

Come andò a finire a Malles lo ricorda proprio la recente missiva spedita tramite Prefettura al sindaco di Conegliano dal ministero dell'Interno, il quale nell'ultima pagina del documento ricorda: "[...] Si aggiunge infine che il tribunale amministrativo sezione autonoma di Bolzano, con recente sentenza n°236 del 9 gennaio 2019, pubblicata il successivo 9 ottobre, ha annullato la deliberazione che introduceva i predetti analoghi divieti [dell'uso di 'pesticidi', nda], del Consiglio dello stesso Comune il cui sindaco era stato sottoposto a giudizio di responsabilità, conclusosi con la citata sentenza della Corte dei conti".

In sostanza, sul caso Malles il Tar di Bolzano dichiarò nullo il regolamento che limitava l'utilizzo dei prodotti fitosanitari nel territorio comunale, in quanto tali divieti non possono essere rilasciati dai Comuni i quali - sempre secondo lo stesso Tar - non hanno né la competenza né il potere legislativo in materia. Le conclusioni cui è giunto il Tar bolzanino seguirono peraltro di poco il pronunciamento della Corte di giustizia europea, la quale ha confermato come le norme Ue relative alle autorizzazioni dei prodotti fitosanitari siano di per sé sufficienti per tutelare sia la popolazione sia l'ambiente.

Essendo il referendum proposto a Conegliano del tutto simile a quello tenutosi a Malles, il ministero dell'Interno ha quindi concluso che: "per quanto sopra delineato il quesito referendario finalizzato alla eventuale integrazione del regolamento locale, non sembra ammissibile alla luce anche della sentenza della Corte dei conti sezione giurisprudenziale di Bolzano n°38/2019 […]. La decisione, tra l'altro, richiama la sentenza n°706/2016 del Tribunale di Bolzano, che ha dichiarato l'illegittimità della delibera della Commissione di esperti del 05/12/2013, trattandosi di materia estranea alle competenze comunali, pur compensando le spese in considerazione della obiettiva complessità e novità della questione giuridica".

Tale missiva ministeriale, risultata alquanto indigesta ai promotori coneglianesi, nasce peraltro da un'attenta valutazione degli scenari normativi europei e italiani, prendendo in considerazione perfino la Direttiva uso sostenibile (Dir. 128/2009) e il Reg. 1107/2009 sul divieto all'utilizzo in aree frequentate dalla popolazione considerata "vulnerabile" (scuole, giardini pubblici etc.). A seguito di ciò, il ministero ha infatti stabilito che: "[...] se è pur vero che il Comune è ente a competenza generale a cui - in virtù dell'Art. 13 del DL 267/00 - spettano tutte le funzioni amministrative che riguardano la popolazione e il territorio comunale (assetto e utilizzazione), le stesse vanno esercitate all'interno del perimetro delineato dalle disposizioni di legge e di altre fonti di diritto di rango superiore".

E il concetto di "rango superiore" dovrebbe essere ormai chiaro: un sindaco può decidere dove realizzare le righe per un parcheggio con disco orario, ma non può stabilire che nel suo territorio comunale gli automobilisti debbano guidare tenendo la sinistra anziché la destra. Un esempio volutamente surreale che però calza egregiamente con il caso del referendum 'anti-pesticidi', il quale viene analizzato dal ministero come segue: "Nel caso in esame, invece, il quesito referendario è volto a introdurre nella regolamentazione comunale un divieto assoluto nell'intero territorio comunale di impiego di prodotti chimici, ivi compresi quelli il cui uso è autorizzato sulla base di disposizione di Legge, in una materia che non rientra nella competenza comunale, essendo disciplinata da disposizioni normative comunitarie e da Leggi statali o anche regionali per le rispettive competenze".

Tradotto in concetti super semplici: così come un sindaco non può obbligare gli automobilisti a guidare a sinistra, non può nemmeno proibire agli agricoltori di utilizzare prodotti autorizzati e/o regolamentati da Europa, Stato e Regione.

Ciò che risulta quasi grottesco dell'intera faccenda, già di per sé surreale a prescindere, è l'ostinazione dei promotori stessi e la loro riottosità nei confronti del ministero. Su "Il Gazzettino di Treviso" è infatti comparso un articolo dal titolo "Referendum: il comitato ci crede ancora", con il presidente del comitato stesso, Mario Nicastro, che avrebbe affermato che quello del ministero non sarebbe un parere, perché se così fosse avrebbe detto esplicitamente "no". Posizione condivisa ovviamente dal M5S locale, da sempre in prima linea sul tema referendario. La parola "sembra", contenuta nella lettera ministeriale avrebbe infatti tenuta accesa una piccola fiammella di speranza. Forse alla prima lettera ne dovrebbe seguire un'altra, di un'unica pagina, con la parola "NO" scritta in Arial Bold, carattere 90. Perché per i promotori, grazie a quel "sembra", il referendum resterebbe fissato per il 15 novembre 2020, nonostante l'amministrazione comunale abbia recepito la missiva del ministero dell'Interno e si sia coerentemente fermata. Magari, chissà, tirando di nascosto qualche sospiro di sollievo.

Ora si attende passi la primavera, poi l'estate e infine arrivi l'autunno, per vedere se uno spiraglio di ragione s'intrufolerà nell'area del Prosecco, facendo deporre quelle armi che da sempre appaiono spuntate dal punto di vista scientifico, ma che oggi appaiono spezzate definitivamente pure da quello normativo.

E una domanda finale va forse posta proprio a loro, ai promotori. Si respira infatti nella loro reazione emotiva quasi una rabbia sorda verso qualcuno (lo Stato) che stabilisce cosa possa o non possa essere fatto a Conegliano, cioè a "casa loro". Nella fattispecie un referendum che si insiste a voler effettuare comunque, in barba a una lettera ministeriale più che chiara in tal senso.

Non è che, per caso, ciò che state patendo come indebita intromissione sia esattamente quello che vorreste fare voi, ambendo a legiferare per stabilire, da cittadini extra-agricoli, cosa possano o non possano fare gli agricoltori nei propri vigneti? Cioè imporre in casa altrui la vostra volontà sotto forma di Legge di ordine superiore?

Perché ciò che viene percepito come prepotenza su noi stessi, proprio mentre si prova a fare i prepotenti con altri, forse altro non è se non lo specchio della propria coscienza.
A patto di averne una, ovviamente.