Mitocondri e fungicidi: test in vitro e mondo reale

La tossicologia spiegata semplice: una ricerca pubblicata su PlosOne dimostrerebbe che otto diversi fungicidi della famiglia degli SDHI inibirebbero anche la respirazione mitocondriale nell'uomo. Meglio chiarire

Donatello Sandroni di Donatello Sandroni

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Test in vitro e stampa allarmista: nulla di nuovo sotto il Sole

"Tutti questi prodotti sono nocivi per l'uomo! L'unico beneficio che apportano è quello economico nelle tasche dei produttori". Non sfugge all'attenzione nemmeno "In un modo o nell'altro devono pur farci fuori…", senza trascurare un bel "Fanc**o tutti i pesticidi" o ancora "Abbiamo capito, ci fate morire tutti dopodiché i produttori del boscalid porteranno alla liquidazione finale la loro azienda di morte".

Quelli sopra riportati sono solo alcuni dei molti commenti indignati lasciati nella pagina facebook de "Il Salvagente", sedicente magazine a tutela dei consumatori. Pietra dello scandalo, la condivisione sulla pagina social di un articolo in cui si narra di una pubblicazione scientifica incentrata sugli effetti dei fungicidi SDHI sui mitocondri, non solo della botrite, bensì anche di lombrichi, api e perfino esseri umani. Nulla di strano, ovviamente, visto che quelle molecole agiscono proprio così: inibendo i processi respiratori mitocondriali, tagliando la produzione di ATP e quindi eliminando i patogeni ad essi sensibili. Non a caso, tali molecole sono di solito ad ampio spettro, agendo su malattie di cereali, ortaggi, frutta e vite.

La ricerca in questione, dal titolo "Evolutionarily conserved susceptibility of the mitochondrial respiratory chain to SDHI pesticides and its consequence on the impact of SDHIs on human cultured cells", è stata pubblicata su PlosOne e ha subito suscitato le proteste dei soliti comitati e soggetti di varia natura. A nulla sono valsi i pareri rassicuranti forniti da Anses, acronimo di Agence nationale sécurité sanitaire alimentaire nationale. In sostanza, le autorità per la sicurezza alimentare francese si sono espresse favorevolmente, ma come al solito più che la ragione poté la paura.

I test, come in tanti altri casi analoghi, sono stati infatti condotti in laboratorio, in vitro, su colture cellulari di botrite della vite, api, lombrichi e uomo. A queste sono state somministrate dosi differenti delle molecole in gioco, ovvero boscalid, penflufen, flutolanil, fluopyram, isopyrazam, penthiopyrad, fluxapyroxad e bixafen. Per ciascuna di esse sono state calcolate le IC50, ovvero le concentrazioni capaci di inibire del 50% un processo metabolico. In tal caso, la respirazione mitocondriale. Più alto è questo valore, meno efficace è la molecola, dal momento che ne serve di più per ottenere il medesimo effetto. Ovviamente, le IC50 su botrite sono risultate quasi sempre le più basse, talvolta di alcuni ordini di grandezza rispetto ad altri organismi. Solo flutolanil, per citarne uno, avrebbe mostrato una IC50 su api e su lombrichi inferiore a quella su botrite.

Ciò significa che in generale tali molecole sono altamente efficaci sui mitocondri del patogeno che affligge la vite, meno sui mitocondri di altre specie. Ma questo "in vitro", cioè su cellule accuratamente estratte dai corpi e dai tessuti di appartenenza. Una condizione, questa, del tutto artificiale, nella quale tutti i mitocondri di tutte le specie vengono posti nelle medesime condizioni di esposizione. Una situazione la quale, come sempre accade con tali test in laboratorio, nulla ha a che vedere con la realtà che sta fuori dalle porte dei laboratori stessi. Senza considerare che non vi è al mondo organismo aerobico che non possieda mitocondri, quindi tali test potrebbero essere replicati all'infinito, su una miriade di altri esseri viventi. Già da questo aspetto dovrebbero nascere serie perplessità circa l'utilità di studi di siffatto genere, i quali potrebbero dare risultati del tutto analoghi indipendentemente dall'organismo considerato. Perché se invece avessero senso - e i fungicidi SDHI fossero davvero così efficaci su ogni portatore di mitocondri - la vita sul Pianeta si sarebbe forse estinta da tempo.

Chi invece padroneggia i processi di sviluppo delle sostanze attive sa bene che di per sé la IC50 non è parametro che possa dare rassicurazioni circa l'efficacia in campo, bensì solo su una sua potenzialità. Una sostanza attiva deve infatti arrivare prima a bersaglio sulla coltura, penetrare poi nei suoi tessuti vegetali, diffondere in essi e raggiungere in tal modo le cellule fungine causa della malattia. Infine, deve penetrare nei mitocondri del patogeno e tagliare loro le riserve energetiche. Quindi, l'efficacia in campo richiede ben altre caratteristiche rispetto alla sola IC50 di laboratorio.

A ciò si sommi per giunta il fatto che mentre ai grappoli d'uva giungono dosi studiate appositamente per essere efficaci nel controllo del patogeno, agli organismi non bersaglio citati dal lavoro su PlosOne di tali dosi ne giunge solo una minima frazione, variabile questa in funzione delle condizioni di campo. Prima infatti che uno di quei fungicidi giunga ai mitocondri umani viene ampiamente degradato sulle superfici vegetali, altrimenti l'efficacia risulterebbe eterna, cosa che ovviamente non è.

Dopo la raccolta l'uva viene lavata, asciugata e infine consumata (spesso sotto forma di vino), transitando dapprima nello stomaco, in presenza di valori di pH particolarmente bassi. Poi lo sbocco nell'intestino, in presenza di pH alcalini. Solo una porzione di quei residui sopravvive alla digestione e viene assorbita dalle pareti intestinali e quindi può entrare in circolo. In buona parte queste molecole sin lì sopravvissute vengono poi escrete, oppure demolite dagli enzimi di detossificazione di cui è ricco il corpo umano.

In sostanza, ai mitocondri umani può giungere solo una frazione incalcolabilmente inferiore a quelle che in quel laboratorio sono state loro somministrate. Ovvero, nel mondo reale non si creeranno mai nemmeno lontanamente le concentrazioni cellulari utilizzate in quei test. La sintesi dell'ATP non potrà quindi mai essere inibita da livelli così bassi di quei fungicidi, dimostrando come i test in vitro siano molto più utili a chi vuole generare allarmismo che a chi cerchi evidenze di reali rischi. Come l'Anses, appunto, la quale ha dato infatti parere positivo sul tema, restando ovviamente inascoltato. Come al solito, verrebbe da dire.

Ai chemofobici commentatori della pagina de "Il Salvagente", probabilmente poco attrezzati per comprendere davvero sia lo studio su PlosOne, sia la presente disamina, potrà (forse) giovare apprendere quindi come stiano vivendo nel decennio storico in cui minori sono i morti per carestia su 100mila abitanti. Solo 0,5, contro i 50 degli anni '60 (100 volte meno), gli 82,1 degli anni '20 (164 volte meno), o i 142,2 degli anni '70 del XIX secolo (284 volte meno).

In sostanza, ben lungi da ordire per lucro al fine di ucciderli tutti, le società agrochimiche e gli agricoltori che hanno dato vita alla tanto vituperata Rivoluzione Verde hanno salvato milioni di vite dalla fame. Incluse quelle degli avi degli odierni haters che infestano i social. Avi che forse oggi avrebbero molto da dire ai propri ingrati pronipoti e a chi continuamente li sobilla contro l'agrochimica.

E questa volta sì a fini di lucro.
"La tossicologia spiegata semplice" è la serie di articoli con cui AgroNotizie intende fornire ai propri lettori una chiave di lettura delle notizie allarmanti sul mondo agricolo in generale e su quello fitoiatrico in particolare.

Perché la tossicologia, in fondo, è più semplice da comprendere di quanto sembri.

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Fonte: Agronotizie

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Tag: fungicidi Tossicologia

Temi caldi: La tossicologia spiegata semplice

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