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Agroinnova e il fungo killer: un ricercatore ligure al lavoro per salvare il pesto

Il presidente del Centro di competenza dell’Università di Torino, Angelo Garibaldi, ha illustrato i possibili rimedi nel corso di un incontro tecnico ad Albenga a cui hanno partecipato oltre 120 coltivatori

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Angelo Garibaldi, professore emerito e presidente di Agroinnova, il Centro di competenza per l’Innovazione in campo agro-ambientale dell'Università di Torino

Era il 1997 l’anno in cui usciva sull’autorevole rivista americana “Plant Disease” una rassegna di tutte le malattie del basilico allora conosciute destinata a diventare un punto di riferimento nella letteratura scientifica del settore. Il valore della produzione del basilico allora era stimato in circa mezzo milione di dollari ad ettaro, che significherebbe oggi, ipotizzando tale cifra invariata e moltiplicandola per gli attuali 800 ettari coltivati in Italia (di cui 100 nella sola Liguria), un valore complessivo della produzione di circa 400 milioni di dollari.  L’autore del lavoro era un ligure in forza all’Università di Torino, Angelo Garibaldi, oggi professore emerito e presidente di Agroinnova, il Centro di competenza per l’innovazione in campo agro-ambientale della stessa Università, il quale - dopo cinquant’anni di attività - oggi più che mai è impegnato a fondo per trovare la soluzione ad una nuova terribile malattia del basilico, giunta in Italia nel 2003 e quindi ancora non presente nella pubblicazione del 1997: la Peronospora belbahrii, un fungo devastante che sta mettendo in serio pericolo le produzioni, con una ricaduta immediata sulla produzione di pesto, la salsa nota in tutto il mondo, simbolo, certo, della Liguria ma anche dell’italianità.

Garibaldi ne ha parlato a lungo lo scorso sabato 4 ottobre ad Albenga nel corso di un incontro tecnico al quale hanno preso parte oltre 120 agricoltori e operatori del settore, organizzato dalla Società Agricola Consortile “Compagnia del basilico”. L’incontro ha inteso fare il punto su questo grave problema, anche alla luce del recente dibattito scatenatosi a seguito della notizia di una richiesta formale della Regione Liguria al ministero della Salute, sollecitata da una parte dei coltivatori di basilico, per l’impiego di nuovi agrofarmaci con cui combattere la malattia. Il tema, estremamente “caldo”, unito alla posizione di Agroinnova a favore dell’impiego - quando possibile - di metodi alternativi agli agroarmaci e più sostenibili ha portato addirittura recentemente ad una interrogazione parlamentare promossa da alcuni deputati del Pd al Governo per conoscere nel dettaglio la situazione in Liguria e disincentivare un uso non regolamentato dei prodotti chimici. 

Angelo Garibaldi ha spiegato agli agricoltori presenti all’incontro come non esistano “bacchette magiche” e come la salvezza da questa terribile malattia possa giungere solo da un impiego integrato di strategie di difesa, di cui gli agrofarmaci costituiscono solo una parte. L’uso delle sostanze di sintesi, inoltre, dovrebbe essere il più possibile contenuto: il loro impiego favorisce infatti la nascita di ceppi resistenti del parassita, che obbligano quindi a trattamenti sempre più massicci, o addirittura allo studio di nuovi agrofarmaci ancora più specifici e selettivi, in una spirale che può rivelarsi dannosa anche per il consumatore finale, che rischia di trovare residui chimici nei prodotti trasformati, in primis nel pesto. Si potrebbe richiedere certamente l’autorizzazione di estensione di etichetta per alcuni agrofarmaci  esistenti, rendendo allo stesso tempo obbligatorio però che i trattamenti avvengano lontano dalla raccolta per rispettare le indicazioni di legge . Questa soluzione tuttavia è poco praticabile, in quanto il basilico viene spesso raccolto nel tempo in maniera scalare per poi venire immediatamente ripiantato per cui separare anche fisicamente queste fasi diventa molto complicato.

Il problema va affrontato sotto diversi punti di vista - ha spiegato Garibaldi -. In primo luogo collaborando con le aziende sementiere, dal momento che sono i proprio i semi il principale veicolo di propagazione della peronospora. Accordi che prevedano il rifornimento di semi da aziende italiane dotate dell’esperienza sufficiente per contenere scoppi di epidemie, piuttosto che da Paesi stranieri nei quali la malattia è presente da lungo tempo certo sarebbe un primo importante passo avanti. Come Agroinnova abbiamo analizzato alcune partite di semi che presentavano anche fino al 10% di materiale infetto. In queste condizioni non c’è scampo dalla malattia se si pensa che per diffonderla è sufficiente un seme infetto su 1.000. La concia - ovvero il risanamento - del seme con aria calda a 65° fornisce già una protezione all’80% contro il fungo”.

E’ infatti emerso dall’incontro, per voce degli stessi agricoltori, che le industrie sementiere per ora stanno alla finestra e non si sono attivate in modo significativo per intraprendere trattamenti di concia. Questo atteggiamento è stato fortemente criticato dai coltivatori presenti, che avvertono la necessità di soluzioni sostenibili e, aspetto non secondario, di tecnici preparati in grado di consigliarli al meglio. "A questo primo intervento - ha continuato Garibaldi - si aggiungono poi il possibile impiego di oli essenziali sotto forma di vapore (come timo e santoreggia) e la concimazione condotta con prodotti a base di fosforo (fosfiti) i quali, dalle ricerche condotte, hanno dimostrato di poter fornire un’ulteriore protezione. Bisogna poi evitare di creare condizioni favorevoli alla diffusione del fungo: ad esempio non irrigare a pioggia, ma in modo localizzato, quando possibile”.

La soluzione sta dunque nella ricerca applicata, che ad Agroinnova viene condotta da molti anni anche nell’ambito di progetti europei, cercando di minimizzare l’impatto sul consumatore finale. Non è un caso che dal 2011 il Centro coordini un progetto europeo da 6 milioni di euro sulla biosicurezza - denominato Plantfoodsec, che si occupa proprio di trovare soluzioni sostenibili all’introduzione di parassiti nelle colture dell'Ue, Italia inclusa. Al tempo stesso Agroinnova è partner di un altro progetto europeo, denominato Testa, incentrato sullo sviluppo di metodi di trattamento dei semi a basso impatto ambientale per evitare la trasmissione delle malattie attraverso l’uso di seme infetto. “Sono felice - ha concluso Garibaldi - che gli agricoltori liguri si siano rivolti al Centro da me presieduto, ricordando, spero, tutto il lavoro svolto in Liguria dal mio gruppo a partire dal 1959, quando ancora studente muovevo proprio ad Albenga i miei primi passi da ricercatore universitario. Sarà una lotta ancora lunga quella contro la peronospora del basilico, ma solo con risposte tecnologiche sostenibili per l’ambiente e con la collaborazione di bravi tecnici locali come Giorgio Bozzano e Pietro Pensa che operano in zona con le  aziende sementiere, potremo salvaguardare al meglio sia le coltivazioni di basilico, sia i consumatori”.

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