Mais: fungicidi cercansi

Molte le apprensioni dopo la siccità 2012 e le problematiche legate alle aflatossine. Un aiuto in più di tipo fitoiatrico sarebbe forse auspicabile su una coltura storicamente povera quanto ad anticrittogamici

Donatello Sandroni di Donatello Sandroni

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Questo articolo è stato pubblicato oltre 7 anni fa

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Mais e aflatossine: un problema delicato

Mors tua vita mea. Morte tua, vita mia. Così i Latini sottolineavano in modo alquanto cinico la corrispondenza che può esistere fra le disgrazie di qualcuno e le fortune di qualcun altro. E le gravi conseguenze economiche dovute all'esplosione di aflatossine nel mais durante il 2012 hanno perfino generato modifiche nelle pianificazioni produttive del Nord Italia.
La paura di andare incontro a una nuova punizione metereologica e microbiologica, ha infatti indotto molti maiscoltori a differenziare maggiormente le proprie produzioni.
Seminare cereali, per esempio, permette di sfuggire alla siccità estiva, a patto ovviamente di non avere i campi allagati da piogge torrenziali a ottobre, quando si deve mettere a dimora la coltura.
Pure la soia diviene un'alternativa interessante, anche perché le proiezioni sui prezzi sono sempre favorevoli. 
La coltura che può andare quindi incontro a ulteriori riduzioni degli ettarati è proprio il mais, le cui previsioni di semina non sembrano puntare al rialzo, specialmente negli areali più colpiti dalla siccità e dalle relative aflatossine nel 2012.

Ingenti stock di granella contaminata sopra i limiti di legge giacciono ancora nei magazzini di molti agricoltori, i quali non san bene che farsene. A parte ovviamente i soliti "furbacchioni" fuorilegge che comprano granella a basso tasso di aflatossine per miscelarla con quella contaminata per farla tornare commercializzabile. La teoria della diluizione, del resto, non vale solo per fare rientrare nei limiti di legge un'acqua reflua industriale poco pulita.
La legge prevede invece la "pulizia" delle partite contaminate. Peccato che il ricorso all'ammoniaca non sia di agevole adozione, visto che deve essere eseguito nell'ambito di strutture specializzate riconosciute come tali dalle autorità compententi. Cosa resta quindi, la cernita manuale? Escludendo i passaggi in lavatrice con il ciclo "delicati", un maiscoltore dovrebbe quindi ingegnarsi per "pulire" e decontaminare la granella con "metodi fisici", dopodiché anche la massa risultante, contaminata, andrebbe prima stoccata e poi smaltita a "norma di legge". Pure sono previsti appositi dispositivi di protezione per il personale addetto alla "pulizia" delle partite contaminate. Ecco perché alla fin fine diventa facile cedere alla tentazione e diventare "furbacchioni" e violare la legge, recuparando però tutta la granella in modo semplice e quasi indolore. A meno di non essere beccati, ovviamente. Perché in tal caso son dolori.

Furbacchioni a parte, resta evidente un dato: in molte zone non vi è la sicurezza di avere abbastanza stock utilizzabili per arrivare al prossimo raccolto.  Specialmente per quanto riguarda gli allevamenti di vacche da latte, per le quali la soglia di legge in tema di aflatossine è più bassa rispetto a quella prevista per suini o avicoli.

Il problema è quindi serio. Il mais che andrà in campo quest'anno è peraltro gravato da apprensioni superiori alla media. La pianura padana, però, è la macroarea italiana a maggiore vocazione maidicola  e sul mais si basa gran parte dell'alimentazione del bestiame. Province come Cremona, Bergamo, Brescia, Lodi, Mantova, Verona o Cuneo, calando il mais rischierebbero di non sembrare più le stesse.
Ovviamente, non tutti la pensano allo stesso modo. Vi sono infatti anche sostenitori di colture alternative, come per esempio Valeria Sonvico, responsabile ambientale Coldiretti, la quale segnala come valide alternative di reddito alcune specie antiche, come il grano monococco di Cremona o il peperone nero di Pavia. Proposta questa che si esalta specialmente quando si parli di mangimi per la zootecnia professionale in cui possono essere presenti Ogm.

Non è dato ovviamente sapere da vacche Frisone e maiali Large White cosa ne pensino di queste eventuali scelte agronomiche. Provando però a interpretare il loro pensiero vi è da dubitare che questi animali vedano di buon occhio un'ulteriore riduzione del mais padano. Sarebbe come chiedere alla Carpocapsa cosa ne pensa di un'eventuale riduzione delle superfici a melo.
Quindi il mondo tecnico deve intervenire in modo deciso e costruttivo insieme, perché la difesa del mais e della sua produttività è un prerequisito per difendere anche prodotti che portano il nome di Prosciutto di Parma o di San Daniele, oppure di formaggi come Gorgonzola, Parmigiano e Grana padano.

 
Aflatossine: contrastarle già in campo sarebbe meglio
 
Al di là delle sagge e buone pratiche di campagna, le quali consigliano di seminare precocemente, irrigare, raccogliere tempestivamente nel rispetto della granella e di trattare con gli opportuni insetticidi contro la Piralide, va purtroppo constatato come su mais non vi siano fungicidi registrati contro gli aspergilli causa di aflatossine.
Questa coltura non patisce infatti di particolari patologie ed è peraltro stata selezionata per mostrare maggiori livelli di resistenza a malattie come l'Elmintosporio. L'uso di fungicidi non appartiene quindi alla cultura fitoiatrica tradizionale del mais, lasciando la difesa esclusivamente nelle mani di diserbi e insetticidi.

È quindi quasi un peccato che il mais non soffra di patologie che giustifichino un trattamente fungicida, perché le altre colture che invece vengono trattate contro le specifiche malattie si ritrovano a disposizione prodotti che servono collateralmente a contenere anche le micotossine.
Gettando per esempio lo sguardo su vite, Syngenta ha registrato Switch,  l'antibotritico a base di cyprodinil e fludioxonil, anche su Aspergillus spp. e Penicillium spp., funghi saprofiti dai quali derivano micotossine come la Ocratossina A, temuta dai viticoltori quanto le aflatossine dai maiscoltori.
Ancora, i fungicidi abitualmente utilizzati sui cereali contro le fusariosi non limitano solo i danni produttivi alla coltura, bensì contengono soprattutto la presenza di micotossine.
Il mais invece appare pericolosamente sguarnito contro gli aspergilli, proprio perché  è pressoché esente da malattie che abbiano richiesto nel tempo opportune registrazioni di fungicidi. Il tutto a vantaggio quindi delle micotossine stesse, le quali possono in certi casi proliferare impunite. Anche il trattamento contro la  Piralide ha infatti i suoi limiti quando la stagione si presenti come quella del 2012. Un po' come su vite, dove i trattamenti contro le Tignole non possono di per sé eliminare la Botrite in annate particolarmente piovose.
Grande opportunità quindi per il recente Retengo Plus di Basf, a base di pyraclostrobin ed epossiconazolo, unico nuovo fungicida con registrazione su mais, attivo nel controllo di Ruggini ed Elmintosporio ma non registrato su Aspergilli.

Una curiosità nasce quindi spontanea: forse che nel panorama fitoiatrico esistano già sostanze attive registrate su altre colture che potrebbero magari trovare impiego pure sugli aspergilli del mais? Al momento nessuno pare intenzionato a investire su questo fronte registrativo. Per lo meno, stando a quanto è dato ufficialmente sapere.

Vi è da chiedersi infatti se fra le diverse strobilurine, i vari triazoli e le altre numerose sostanze attive già registrate sui cereali, non ve ne sia qualcuna capace di contenere anche gli aspergilli del mais. In tal caso, sarebbe auspicabile un'estensione al volo degli usi consentiti, parificando questi funghi saprofiti a quelli patogeni per i quali un trattamento viene sempre e comunque percepito come necessario..
Visti i costi aggiuntivi per l'agricoltore sarebbero ovviamente da considerare trattamenti di emergenza, da tenersi come "extrema ratio" (dal significato letterale in latino: "piano estremo") nei casi in cui la stagione lasciasse pensare a evoluzioni gravi delle proliferazione degli aspergilli. Ciò non di meno, darebbero una maggiore tranquillità ai maiscoltori sul fronte delle aflatossine invogliandoli a continuare ad investire in granoturco.

Chi scrive non ha però idea se fra autorità competenti e società del settore vi sia interesse/volontà di sondare questa via. Auspicarla però non costa nulla, lasciando ai posteri la solita e usuale ardua sentenza.
 
 

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Fonte: Agronotizie

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Tag: agrofarmaci

Temi caldi: aflatossine