La saggina spagnola o scagliola palustre (Phalaris arundinacea L.)

Una biomassa versatile per i terreni marginali del Nord. A cura di Mario A. Rosato

Mario A. Rosato di Mario A. Rosato

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Saggina spagnola con le sue caratteristiche infiorescenze
Fonte foto: Peter Meininger, immagine di riproduzione libera fornita dall'Associazione Saxifraga - Free Nature Images

La saggina spagnola, nota anche come scagliola palustre (Phalaris arundinacea L.) è una graminacea presente fino a 1.800 metri sul livello del mare in tutte le regioni italiane, ad eccezione di Sicilia, Calabria, Basilicata e isole minori (Rif. i). È una pianta molto resistente al freddo - fino a -25°C (Rif. ii) - e all'allagamento, moderatamente resistente alla siccità (Rif. iii). Cresce meglio in clima umido temperato-freddo.

Trattandosi di una pianta a metabolismo C3 la sua efficienza fotosintetica è minore rispetto alle piante C4 (ad esempio il mais), ma la sua tolleranza al freddo (massima produttività a 20°C) e ai terreni poveri e poco drenati (Rif. iv) la rende interessante per lo sfruttamento come specie da biomassa nei terreni marginali, anche quelli paludosi e da bonifica, delle nostre regioni settentrionali. Resiste a: malattie, siccità, funghi, pH alto e basso, terreni fangosi o poco drenati, micobatteri, nematodi, torba, salinità, irrigazione con acque fognarie, virus, impaludamento, concorrenza di altre erbe. Cresce anche su forti pendii, per cui risulta interessante per combattere l'erosione (Rif. iii).


Produttività e utilizzi possibili

Uno studio condotto in Lituania su terreni poveri di materia organica (Rif. iv) ha rivelato che la produttività è molto variabile e dipende dall'apporto di azoto al terreno. I campi sperimentali sono stati seminati con una densità di 15 kg/ha. Negli appezzamenti di controllo, cioè in assenza di fertilizzazione, la produttività è stata di 7,7 ton SS/ha il primo anno, per l'effetto dell'avvicendamento con trifoglio, scendendo a 4,7 ton SS/ha nell'anno successivo. Negli appezzamenti sperimentali fertilizzati con 120 kg N/ha + 60 kg/ha di P e K, la produttività ha raggiunto 11,2 ton SS/ha.anno. Tali rese possono sembrare basse per i nostri standard, ma è importante osservare che nel rigido clima lituano la produttività del miscanto è dello stesso ordine di grandezza (Rif. v). Il vantaggio della scagliola palustre sul miscanto è dunque la facilità di reperimento delle sementi (si veda Che fine ha fatto il miscanto?). Il costo di coltivazione risulta molto basso, perfino nullo qualora la pianta fosse già spontaneamente presente sul posto. Il raccolto si può realizzare con gli stessi macchinari impiegati abitualmente per la fienagione.

Studi condotti negli Usa, secondo produttore mondiale di sementi di P. arundinacea dopo il Canada, indicano una produttività di 9-20 tonnellate SS/ha.anno, e in Ungheria sono state raggiunte 150 ton/ha.anno di biomassa fresca (Rif. iii).

La biomassa di scagliola palustre è adatta per la produzione di pellet, di pasta di carta e di etanolo lignocellulosico. Secondo uno studio svedese (Rif. vi), raccogliendo la pianta secca alla fine dell'inverno si perde circa il 30% di sostanza secca rispetto al raccolto a fine agosto, ma in compenso la biomassa ha appena il 15-20% di umidità. Un tenore molto basso di umidità è desiderabile qualora lo scopo fosse la produzione di pellet o di pasta di carta, perché consente di risparmiare i costi di essiccazione e riduce gli eventuali costi di trasporto. Per contro, il raccolto alla fine dell'inverno tende ad aumentare il contenuto di ceneri, che si riflette in una minore qualità dei pellet e la necessità di utilizzare additivi per controllare il punto di fusione delle ceneri (si veda  I pellet di biomasse erbacee).

Tradizionalmente la scagliola palustre viene coltivata come foraggera, nonostante contenga DMT (N-dimetiltriptamina) ed una lunga lista di altre sostanze dagli effetti allucinogeni e tossici, sia per il bestiame che per gli umani (Rif. vii). Tali effetti si manifestano però con alti dosaggi.

La possibilità di insilaggio, comune a tutte le biomasse erbacee, rende questa pianta potenzialmente interessante per l'alimentazione degli impianti di biogas. Il Bmp riportato in letteratura è piuttosto basso: 200 Nm3/ton SV (Rif. viii). La fonte citata non specifica però con quale metodo né con che strumenti sia stata condotta la prova di potenziale metanigeno, né in che periodo dell'anno sia stata raccolta la biomassa, e nemmeno se il campione fosse fieno o insilato. L'argomento meriterebbe dunque un approfondimento, specialmente per una potenziale applicazione nel contesto dei territori padani, alpini e subalpini, caratterizzati da clima freddo-umido e alta densità di impianti di biogas.

Esistono ventidue specie del genere Phalaris, con almeno 115 sottospecie. La varietà selvatica P. arundinaria arundinaria è considerata invadente. Alcune cultivar vengono prodotte come foraggere e non si considerano invadenti: sono note commercialmente negli Usa e Canada come "Palaton", "Marathon", e "Venture" (Rif. ii).

La P. arundinacea var. picta (Foto 1), caratterizzata da strisce verdi, gialle e talvolta viola, viene coltivata come pianta ornamentale.

I semi delle varie specie di Phalaris vengono utilizzati per l'alimentazione di canarini e altri uccelli domestici. La produttività di semi dipende fortemente dall'input agronomico. Con 90 kg N/ha, la resa di semi è di 87 kg/ha (Rif. ix).

Phalaris arundinacea var. Picta, coltivata come ornamentale
Foto 1: Phalaris arundinacea var. Picta, coltivata come ornamentale
(Fonte foto: Rif. ii)

Infine, segnaliamo un'interessante proprietà della P. arundinacea che la rende potenzialmente utilizzabile anche per il recupero di aree industriali dismesse e per la gestione sostenibile dei fanghi fognari: la sua tolleranza ai suoli contaminati con nichel o altri metalli pesanti. Le radici di P. arundinacea praticamente non assorbono i metalli pesanti, ma tollerano livelli relativamente elevati di Ni, Cd e Zn. La fitta rete che formano le radici stabilizza il terreno, prevenendo la propagazione dell'inquinamento causata dall'erosione (Rif. x e xi). L'assorbimento pressoché nullo dei metalli pesanti rende possibile dunque l'utilizzo della biomassa aerea della pianta come foraggio, senza alcun pericolo di introdurre i contaminanti nella catena alimentare. Di conseguenza, è possibile utilizzare fanghi fognari per concimare i campi destinati alla produzione di foraggio.


Referenze bibliografiche

i Fonte: Acta plantarum.
ii Invasive species Best management practices in Ontario.
iii James A. Duke. Handbook of Energy Crops (1983, inedito, dispensa online Università di Purdue).
iv L. Pociené et al. , The yield and composition of reed canary grass biomass as raw material for combustion. Article in Biologija · november 2013  Doi: 10.6001/biologija.v59i2.2752.
v Kryževiciene, A. & Kadžiuliene, Žydre & Sarunaite, Lina & Dabkevicius, Zenonas & Tilvikiene, Vita & Šlepetys, J.. (2011). Cultivation of Miscanthus × giganteus for biofuel and its tolerance of Lithuania's climate. Zemdirbyste. 98. 267-274.
vi Andersson, B. and E. Lindvall. Use of biomass from reed canary grass (Phalaris arundinacea) as raw material for production of paper pulp and fuel. Atti dell'International grassland congress 1997.
vii F. Festi & G. Samorini, Alcaloidi indolici psicoattivi nei generi PhalarisArundo (Graminaceae): Una rassegna; Annali dei Musei civici di Rovereto, Sezione: Archeologia-Storia-Scienze Naturali, Vol. 9, 1994.
viii Krzysztof Mudryk, Sebastian Werle - Renewable Energy Sources: Engineering, Technology, Innovation, Icores 2017, pag. 132, tabella 2.
ix John Reuben Thompson, Yield and seed quality of Phalaris arundinacea L under certain fertilizer and management practices, retrospective Theses and Dissertations, Iowa State University Capstones, 1964.
x J. Korzeniowska, E. Stanislawska-Glubiak, Phytoremediation potential of Phalaris arundinacea, Salix viminalis and Zea mays for nickel-contaminated soils, International Journal of Environmental Science and Technology, april 2019, Volume 16, Issue 4, scarica liberamente da questo sito.
xi Rosikon, Karolina & Fijalkowski, Krzysztof & Kacprzak, Malgorzata. (2015). Phytoremediation Potential of Selected Energetic Plants (Miscanthus giganteus L. and Phalaris arundinacea L.) in Dependence on Fertilization. Journal of Environmental Science and Engineering A. 4. 10.17265/2162-5298/2015.11.004.

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Fonte: Agronotizie

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Tag: ricerca biomasse vivaismo

Temi caldi: Colture energetiche

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