Biocarburanti in Europa: Rapporto 2019

Aumenta la produzione e il biodiesel rimane in testa. A cura di Mario A. Rosato

Mario A. Rosato di Mario A. Rosato

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I consumi europei di biocarburanti per autotrazione nel 2018. Le etichette dei dati riportano, dall'alto al basso: graduatoria del paese, consumo totale in kTEP, percentuale di biocarburante certificato 'sostenibile' ai sensi della direttiva 2009/28/EC
Fonte foto: EurObserv'ER, 2019

Lo scorso mese è stata pubblicata l'edizione 2019 dell'Eurobarometro dei biocarburanti, a cura dell'agenzia EurObserv'ER.
Proponiamo ai nostri lettori un sunto, con i principali dati congiunturali, e le possibili ricadute future sul mercato delle agroenergie.
 

I numeri del settore

Nel 2018 la produzione di biocarburanti in Europa è arrivata a 17 Mtep (milioni di tonnellate equivalenti di petrolio) di cui l'82% è biodiesel. Tale cifra rappresenta una crescita del 10,1% rispetto al 2017, favorita dalla nuova direttiva delle Energie rinnovabili per il periodo 2020-2030 (Renewable energy directive 2018/2001/EU, nota come Red II). Tale direttiva penalizza l'utilizzo di materie prime reputate insostenibili per il fenomeno dell'Iluc (Indirect land use change, ovvero la conversione di superficie coltivata per produzione alimentare in superficie coltivata a scopo energetico). L'Iluc è stato trattato in dettaglio nell'articolo corrispondente all'edizione 2018 dell'Eurobarometro. Secondo il Rapporto 2019 di EurObserv'ER, la Red II penalizza alcune materie prime, ma, dall'altro canto, concede incentivi doppi a quelle atte alla produzione dei cosiddetti "biocarburanti avanzati". Grazie a questo meccanismo si è creata una base di stabilità e certezza politica che ha favorito l'incremento degli investimenti. In breve: si è raggiunta una crescita netta del 10% della produzione, malgrado le norme siano diventate più restrittive rispetto al passato.

Nella classifica dei principali produttori europei di biocarburanti, l'Italia è scesa dal quinto posto, che aveva conquistato nel 2017, al sesto posto nel 2018, posizionandosi dopo l'Inghilterra. La Svezia dal quarto posto nel 2017 è scesa al quinto dopo la Spagna (Tabella 1). In questo contesto è importante sottolineare che il volume di biocarburanti, praticamente tutto quello indicato nello studio dell'EurObserv'ER, si riferisce alla produzione che rispetta i parametri di sostenibilità della direttiva 2009/28/EC. In altri termini, esiste un ulteriore volume non precisato di biocarburanti che non è stato conteggiato, in quanto non avente diritto agli incentivi, nonostante possa essere considerato "bio" a tutti gli effetti.

Tabella 1: La classifica dei principali produttori europei di biocarburanti nel 2018 (in kTEP)
Tabella 1: La classifica dei principali produttori europei di biocarburanti nel 2018 (in kTEP)
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Si osserva che il biometano, considerato il più sostenibile fra i biocarburanti, è quasi inesistente a livello statistico. La Svezia è il primo produttore e consumatore europeo di biometano per autotrazione, seguita a lunga distanza dalla Germania. La Svezia ha già 185 stazioni di servizio per il rifornimento di biometano, dieci in più rispetto al 2017, e più di sessanta punti di ricarica di biometano per mezzi pubblici (Foto 1).

La stazione di ricarica di biometano per la flotta di autobus della città di Malmö
Foto 1: La stazione di ricarica di biometano per la flotta di autobus della città di Malmö
(Fonte foto: Mario A. Rosato)

Attualmente, il mix energetico rimane quasi invariato rispetto a quello rilevato nel 2017: 82% biodiesel, 17,1% bioetanolo e 0,9% biometano. Tale conteggio è realizzato in base al contenuto energetico dei vari carburanti, perché non sarebbe corretto comparare solo i volumi di fluidi con densità così diverse. Da qui, l'unità di misurazione adottata per la redazione dello studio è la Tep.

L'imminente Brexit sembra essere stata un motore per la crescita dei biocarburanti in Inghilterra. La legislazione britannica ha inserito come obiettivo nazionale il 9,75% di biocarburanti liquidi entro il 2020. A partire dal 1° gennaio 2019, l'Inghilterra si discosta - positivamente-  dalle direttive di Bruxelles. Le sue politiche di sviluppo includono ora altri carburanti, sostenibili malgrado non portino l'etichetta "bio": metano da pirolisi e gassificazione di biomasse, combustibili sintetici prodotti con energie rinnovabili, idrogeno da rifiuti e carburanti speciali per aviazione. Tali combustibili sono chiamati genericamente con l'acronimo Rfnbo (Renewable fuels of non-biological origin, combustibili rinnovabili di origine non biologica). La quota di Rfnbo, prevista dalla legislazione inglese, sarà dello 0,1% nel 2019, per arrivare al 2,8% nel 2030.

La Francia, primo produttore e consumatore europeo, ha invece promosso la produzione di bioetanolo, incentivando la distribuzione di E85 (una miscela di 85% etanolo e 15% benzina). Alla data odierna, sono già 895 le stazioni di servizio francesi che offrono anche E85.

Il biodiesel è prodotto con due tecnologie: il Fame (Fatty acid methyl ester, estere metilico degli acidi grassi) e l'Hvo (Hydrogenated vegetable oil, olio vegetale idrogenato). Purtroppo le statistiche non fanno differenze fra questi due prodotti così diversi, accorpandoli sotto l'unica voce "biodiesel". La produzione di Fame è quella che interessa di più al coltivatore oleicolo, in quanto i fabbricanti sono tendenzialmente "piccoli" (rispetto a colossi come Total o Eni) e utilizzano prevalentemente olio nazionale. La produzione di Hvo avviene invece in impianti di tipo petrolchimico, appartenenti alle compagnie petrolifere o loro consorzi, ed utilizza in larga misura olio di palma ed olio esausto da raccolta differenziata. La mancanza di dati specifici sulla produzione di Fame e Hvo rende difficile valutare la possibile ricaduta sulle vendite delle aziende oleicole.

Tendenzialmente possiamo affermare che l'orizzonte è grigio plumbeo, ma con qualche schiarita. A luglio del 2019 è entrato in funzionamento un impianto della Total con capacità per produrre circa 640mila tonnellate/anno di Hvo. Circa il 60% sarà prodotto con olio vegetale, principalmente di palma, ed il 40% restante con olio esausto e grassi animali di scarto. La buona notizia per gli oleicoltori è che la pressione ambientalista sulla Total continua: alcune Ong hanno presentato un esposto al Tribunale di Marsiglia opponendosi all'autorizzazione ambientale dell'impianto di La Mède, che potrebbe creare un precedente giuridico a livello europeo (si veda Bandito l'olio di palma entro il 2020. Forse).
In Italia, con un impianto a Marghera in provincia di Venezia, l'Eni dal 2014 produce 325mila tonnellate/anno di Hvo e si stima che a metà del 2020 inaugurerà un altro impianto in Sicilia per produrre circa 960mila tonnellate/anno, diventando il secondo d'Europa per dimensioni. Come nel caso francese, l'Eni è un importatore netto di olio di palma (si veda L'olio di palma nuoce all'agricoltura italiana) per cui tale progetto difficilmente aumenterà la domanda di olio italiano.

Parallelamente si assiste ad una crescita di progetti di produzione di biocarburanti con processi innovativi. Il più grande, già in funzionamento dal 2015, è la bioraffineria del Gruppo Upm a Lappeenranta (Finlandia), che produce 100mila tonnellate/anno di biodiesel a partire da tallolio. Il tallolio - italianizzazione da talloil, che a sua volta è l'anglicizzazione del temine svedese tallolja, letteralmente "olio di pino"-  è un sottoprodotto della produzione di carta Kraft a partire dalle conifere. In poche parole, si tratta di resina di pino saponificata e successivamente acidificata. La resa è all'incirca di 20 chilogrammi/tonnellate di legname di conifere, ma il pino silvestre scandinavo produce fino a punte di 50 chilogrammi/tonnellate. La bioraffineria di Lappeenranta converte il tallolio in "bionafta", commercializzata con il marchio BioVerno. Il Gruppo chimico Dow ha sostituito con bionafta il derivato petrolifero, producendo polietilene con successo. Il Gruppo olandese BioMCN ha inaugurato nel 2018 un impianto che produce 75 milioni di litri di biometanolo all'anno, utilizzando biogas. Un consorzio costituito da Enerkem, Shell, Air liquide, Nouryon e l'Ente portuario di Rotterdam ha un progetto per costruire un impianto capace di convertire 360mila tonnellate/anno di rifiuti non riciclabili in 270 milioni di litri/anno di biometanolo. In Finlandia è in costruzione l'impianto Cellunolix, di proprietà di St1 Biofuels Oy in cooperazione con North European Bio Tech Oy. Il nuovo impianto produrrà 50 milioni di litri di bioetanolo/anno a partire da segatura e altri scarti di legno. Sono stati annunciati progetti in Slovacchia e Romania, che produrranno 60 milioni di litri di bioetanolo ciascuno, a partire da paglia di cereali.


Ricadute nell'immediato futuro

In Italia, il recepimento della Red II porterà il consumo di biocarburanti dall'attuale 7% al 9%. Si prevede che il consumo di biocarburanti "di prima generazione" (ovvero prodotti con materie prime edibili) possa raggiungere i 23 Mtep nel 2022, per scendere fino ai 20 Mtep entro il 2030. Tale discesa è motivata in parte dallo sviluppo tecnologico, ma il movente principale è costituito dagli incentivi ad investire nella produzione di biocarburanti "avanzati".

Concludendo, niente lascia presupporre che ci saranno grosse variazioni per le aziende agricole italiane. Il settore che potenzialmente offre le maggiori possibilità di sviluppo, perché indipendente dalle logiche dei grossi gruppi petroliferi, è quello del biometano avanzato per autotrazione.

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Fonte: Agronotizie

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Tag: biocarburanti biodiesel biometano

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