Con 1,219 miliardi di tonnellate di produzione previste alla fine della stagione 2023-2024, in crescita del 6% rispetto all'annata agraria precedente, il mais si conferma la prima commodity per volumi a livello mondiale, davanti a frumento (789,8 milioni di tonnellate), soia (410,6 milioni di tonnellate) e farina di soia (260,8 milioni di tonnellate).

 

Dopo una produzione globale in frenata nell'annata 2022-2023, prevalentemente a causa di avversità climatiche, il forecast del Dipartimento di Agricoltura degli Stati Uniti (Usda), rilanciato da Teseo.Clal.it, preconizza un incremento dei volumi diffuso a livello mondiale: +11,2% le produzioni Usa, +1% i raccolti in Cina, +21,4% in Ue-27, +45,9% in Argentina, quest'anno duramente colpita dalla siccità. Fra i grandi produttori solamente il Brasile secondo le stime Usda dovrebbe segnare una contrazione (-0,8%) dopo un anno di alte produzioni.

 

Gli effetti del clima e l'incognita siccità - pericolo in Italia forse scongiurato con le ultime precipitazioni (lo diciamo sottovoce) - hanno spinto i farmer americani ad anticipare le semine, così da non trovarsi con grattacapi legati alla disponibilità idrica nelle fasi vegetative finali. E così negli Usa oltre il 49% del raccolto di mais degli Stati Uniti è stato seminato, con un balzo di 23 punti percentuali in una sola settimana, su livelli del 7% in più rispetto alla media. Dati che si aggiornano quotidianamente con grande velocità e che vale tanto per il mais quanto per la soia.

 

Secondo gli analisti dell'Usda si tratta di progressi nelle semine rapidissimi, paragonabili solamente a quanto avvenuto nel 2012, altra annata caratterizzata da deficit idrici, che gli agricoltori americani puntano ad aggirare, anticipando appunto la fase di semina e quindi la maturazione.

 

Le superfici globali coltivate a mais: guida la Cina

Secondo i dati diffusi dall'Usda, è la Cina il primo Paese al mondo per superficie agricola coltivata a mais con 43 milioni di ettari, in leggera flessione (-0,6%) rispetto all'annata 2022-2023. Di fatto si tratta di una sostanziale conferma delle superfici destinate al mais, con l'unica novità tutt'altro che trascurabile della spinta al progresso genetico che l'ex Celeste Impero vuole dare al settore sementiero. La Cina, d'altronde, detiene il 69% degli stock mondiali di mais grazie a una politica di rafforzamento condotta a partire dal 2015, basti pensare che nel 2014-2015 i magazzini cinesi contenevano poco più di 123 milioni di tonnellate di mais, oggi siamo a oltre 205 milioni (si veda Teseo.Clal.it).

 

La spinta agli Ogm e alle tecniche di evoluzione genetica, perpetrata adottando metodi decisionali rapidi e verticistici senza tenere conto di eventuali dubbi pseudoscientifici, dovrebbe garantire alla Cina una progressiva maggiore produzione di cereali e semi oleosi, migliorando le rese in campo, la resistenza agli stress climatici e contenendo gli input. L'obiettivo è quello della food security, rimarcato anche recentemente da un dirigente proprio del settore sementiero: "Solo avendo i semi nelle nostre stesse mani possiamo raggiungere la sicurezza alimentare".

 

Osservando le aree destinate alla coltivazione del mais, dopo la Cina si collocano per estensione gli Stati Uniti (34,03 milioni di ettari, +6,18% sulla stagione 2022-2023), il Brasile (22,90, milioni di ettari, +0,88%), l'India (10 milioni di ettari, -0,99%), l'Unione Europea (8,65 milioni di ettari, -2,50%), il Messico (7,25 milioni di ettari, +0,69%), l'Argentina (7 milioni di ettari, +4,48% le previsioni per l'annata 2023-2024 rispetto alla campagna precedente).

 

L'export globale verso la ripresa

Dopo una produzione 2022-2023 in flessione (-5,5% su base tendenziale) e un export in frenata (-14,9%) per effetto di molteplici fattori - dal costo della logistica alle difficoltà dei traporti fino a una "prudenza" degli Stati produttori per la volatilità del mercato, l'instabilità meteo, l'incertezza della guerra che coinvolge Russia e Ucraina, ondate di protezionismo legate a risvolti di sovranità alimentare - l'annata 2023-2024 che si sta inaugurando dovrebbe secondo le previsioni Usda rilanciare tanto le produzioni globali di mais (come abbiamo visto nell'ordine di un +6%) quanto i commerci mondiali (+11,3%), per effetto con ogni probabilità, fra gli altri fattori, di un ridimensionamento dei prezzi delle commodity, una maggiore disponibilità, una normalizzazione dei trasporti e del costo dei noli marittimi e, c'è da augurarsi, la fine del conflitto in Ucraina.

 

Import: Cina in vetta

Quanto alle importazioni, la Cina si colloca al primo posto della classifica mondiale, rappresentando da sola il 12% dell'import mondiale (nel 2023-2024 il trend di acquisto è previsto in crescita addirittura del 27,8%), seguita dall'Unione Europea (11%, import previsto -18,4%), Messico (10%, previsioni +4,7%), Giappone (8% market share, previsioni import +3,3%), Corea del Sud (6%, +4,4% l'import).

 

Le rese medie per ettaro: Stati Uniti leader

Con una produzione media prevista dall'Usda di 11,39 tonnellate per ettaro, sono gli Stati Uniti a detenere la palma della produttività su scala mondiale, forti innegabilmente di una leadership pluridecennale nell'ambito della ricerca sementiera, fortemente orientata agli Ogm.

 

Nella classifica delle rese per ettaro, debitamente distanziati, seguono l'Ue-27 con 7,43 tonnellate per ettaro, la Cina (6,51 tonnellate/ettro), che sta spingendo molto su ricerca e sviluppo, come abbiamo visto. Seguono il Brasile (5,63 tonnellate/ettaro) e, più distanziata, l'India, con una resa media per ettaro di 3,43 tonnellate ad ettaro, oltre 3,3 volte inferiore gli Stati Uniti.

 

Sul tema delle rese (e non solo), abbiamo chiesto un commento al professor Amedeo Reyneri, ordinario di Coltivazioni Erbacee e di Ecologia e Sistemi Agrari all'Università degli Studi di Torino e uno dei massimi esperti del settore.

 

Amedeo Reyneri, ordinario di Coltivazioni Erbacee e di Ecologia e Sistemi Agrari all'Università degli Studi di Torino

Amedeo Reyneri, ordinario di Coltivazioni Erbacee e di Ecologia e Sistemi Agrari all'Università degli Studi di Torino

(Fonte foto: Amedeo Reyneri)

 

Partiamo proprio dall'assunto che "l'aumento delle rese è la soluzione per rispondere alle esigenze crescenti di mais, visto che i consumi di mais crescono tra l'1% e l'1,5% all'anno, mentre le rese non seguono lo stesso trend e, anzi, l'annata 2022-2023 è stata una di quelle con le rese mondiali più basse, visto anche che ci troviamo con una produzione del 6% inferiore rispetto all'annata precedente".

 

Le superfici a livello mondiale sono in flessione.

". Aumenta da un lato la domanda e c'è una spinta alla contrazione delle superfici coltivate a mais in Italia e un po' in tutta la Ue. Non possiamo, di conseguenza, che aumentare le rese. D'altra parte la stessa Fao, nella sua valutazione su scala mondiale, ci dice che l'aumento di produzione su scala mondiale è dovuto nel decennio 2010-2020 per il 5% all'aumento di superficie e per il 95% per l'incremento delle rese. Nel decennio 2020-2030, se pensiamo che sarà molto difficile mantenere un aumento medio delle superfici del 5%, non abbiamo altra possibilità che agire sulle rese per ettaro".

 

In quale direzione dovrebbe muoversi la ricerca?

"In due direzioni, accoppiando il miglioramento genetico con il miglioramento delle soluzioni agrotecniche. Il miglioramento genetico va avanti, anche in modo deciso su questa coltura per cui l'incremento produttivo del mais è superiore a quello delle altre grandi colture. Tuttavia, l'Ue è ingessata da normative che stanno frenando le applicazioni della ricerca. Siamo convinti che le soluzioni potranno essere le Tecniche di Evoluzione Assistita (Tea), che indubbiamente daranno il loro contributo all'aumento delle rese, ma dobbiamo anche essere chiari e dire che le Tea quanto meno nel medio periodo non faranno miracoli, semmai gli Ogm avrebbero potuto portarci fuori da questo tunnel".

 

La grande differenza delle rese medie in campo, dagli Usa alla Cina all'India, dipende dalle condizioni ambientali e dalle tecnologie applicabili nei vari ambienti?

"Gli Ogm che noi conosciamo adesso possono incrementare le rese in campo dal 10% fino anche al 18-20%, che è una percentuale molto elevata; tutto ciò in condizioni climatiche e di temperatura non avverse. Nel 2000 gli Usa producevano molto meno rispetto all'Italia in termini di resa media per ettaro, oggi grazie agli Ogm molto di più.

 

In Spagna, anche se utilizzano Ogm di prima generazione, gli studi ci dicono che come soluzione per migliorare la produttività gli Ogm sarebbero uno strumento estremamente opportuno. Tuttavia, dopo trenta anni di stop, riaprire la ricerca agli Ogm sarebbe difficilissimo e politicamente è oggettivamente impercorribile, ma sarebbe opportuno che l'Unione Europea fosse in grado di legiferare rapidamente nei riguardi delle Tea, onde evitare di restare fuori ancora una volta dal progresso e dalla ricerca".

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La Cina ha invece intrapreso convintamente la strada degli Ogm. Cosa ne pensa?

"Innanzitutto, la Cina ha un atteggiamento molto più pragmatico rispetto all'Europa, si pone meno problemi ambientali e non è interessata a cosa pensa a riguardo l'opinione pubblica. Pechino sta quindi operando in ottica di miglioramento genetico e di organizzazione agricola con un atteggiamento estremamente risoluto. Ritengo che la Cina sarà il luogo dove le produzioni medie tenderanno a crescere in maniera superiore alla media del mondo.

 

Se poi mi chiede quale sarà nel prossimo futuro l'atteggiamento commerciale della Cina, Paese che attualmente detiene oltre la metà delle riserve di mais e di cereali in generale, se cresceranno di più i consumi interni o la produttività interna e quale sarà la posizione riguardo alla politica verso le importazioni, alzo le mani: ci vuole un sinologo per rispondere e non è detto che abbia tutte le risposte.

 

Allo stesso modo, non sono in grado di dirle con esattezza che cosa intendono fare dei grandi stock di cereali che hanno, se l'approccio sarà in chiave di contenimento della volatilità dei mercati o se, al contrario, li gestiranno in maniera da accentuare i processi speculativi. La Cina rimane un grande rebus, lo è sempre stato e lo rimane ancora oggi".

 

L'Italia ha un tasso di autosufficienza inferiore al 50%. Quali suggerimenti ha per migliorare il percorso italiano e, magari, invertire la rotta che ha visto perdere fra il 2015-2016 e il 2021-2022 quasi 11 punti percentuali in termini di autoapprovvigionamento?

"Siamo di fronte innanzitutto a un percorso lungo, difficile e strettamente legato al percorso della Pac. Come primo suggerimento direi di ridurre l'approccio nazionale che vede prevalere una applicazione delle norme europee in senso restrittivo, perché se rimaniamo con le regole dell'agricoltura integrata che si fermano a rese di venti anni fa significa che stiamo mettendo un tappo alla produzione.

 

Dall'altra parte, abbiamo la necessità di convertire parte dei nostri finanziamenti verso un effettivo programma di filiera, per gestire un progetto integrato rivolto a sostenere la produzione soprattutto in chiave zootecnica. In questo senso c'è un'iniziativa lodevole del Ministero dell'Agricoltura, ma anche in questo caso, se puntiamo a dare un premio agli agricoltori che scelgono un patto di filiera dobbiamo fare in modo che i contributi vengano erogati in tempi certi e rapidi, mentre oggi i produttori devono ancora vedere i contributi del 2021".

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