Un'altra applicazione terapeutica si aggiunge alla già lunga lista di proprietà medicinali della Cannabis sativa. Un gruppo di ricercatori statunitensi (1) ha scoperto che gli acidi cannabigerolico e cannabidiolico - due estratti della canapa appartenenti al gruppo di molecole genericamente note come cannabinoidi - hanno la capacità di bloccare la molecola spike del covid-19. Dette molecole sono già state sperimentate con successo per altre applicazioni medicali e la loro sicurezza per il consumo umano è riconosciuta. Presentano un vantaggio terapeutico molto importante per l'industria farmaceutica: la somministrazione può avvenire per via orale, il che facilita produzione, distribuzione e dosaggio del farmaco.

Come è purtroppo ormai noto a tutti, la molecola spike del virus è come una "chiave" che combacia con la "serratura" rappresentata dalle membrane plasmatiche, consentendo l'entrata dell'Rna virale nelle cellule umane e la riproduzione propagazione di quest'ultimo. Il meccanismo terapeutico riscontrato nei due cannabinoidi sembra un piccolo miracolo della natura: la loro struttura molecolare combacia con quella della molecola spike del virus, quindi si legano a questa bloccandone l'entrata alle cellule. Quindi il futuro farmaco avrebbe una doppia azione: se assunto regolarmente da persone sane, previene l'infezione e quindi la propagazione della malattia; se somministrato ad un paziente infetto, impedisce la riproduzione del virus e quindi il peggioramento del quadro clinico.

Per ora questi effetti sono stati testati in vitro, ci vorrà ancora del tempo prima che i farmaci a base di cannabinoidi siano approvati per la lotta al covid-19. È chiarissimo che l'approvvigionamento di scorte di estratti di canapa sarebbe una mossa strategica per il nostro Paese, sia per dare una boccata d'ossigeno alle aziende agricole, che per collocare la nostra industria farmaceutica in prima linea nella competizione internazionale, e in ultima istanza per ridurre la dipendenza da forniture importate. Purtroppo, la nostra classe politica è troppo occupata a dibattere su questioni così trascendentali come "il significato politico" che il futuro presidente sia una donna, o se debba essere di destra o di sinistra, un tecnocrate bancario o un burocrate statalista. Nel frattempo, la classe politica e la stampa sensazionalista continuano a creare confusione a forza di decreti ambigui e disinformazione, con forte rischio di perdere, ancora una volta, l'occasione di riguadagnare la competitività che il nostro Paese ha perso da tanti anni.

Tutto comincia con il Testo Unico in Materia di Coltivazione, Raccolta e Prima Trasformazione delle Piante Officinali, ai sensi dell'articolo 5, della Legge 28 luglio 2016, n. 154 che, unito alla Legge 242/2016 Disposizioni per la Promozione della Coltivazione e della Filiera Agroindustriale della Canapa, legittima la produzione di foglie ed infiorescenze, non per "uso medicinale" ma per le destinazioni di cui all'articolo 2 co. 2 (tra le quali il florovivaismo che ha ad oggetto la produzione di piante vive, fiori recisi e fiori secchi). Lo scorso 12 gennaio, la Conferenza Stato Regioni ha pubblicato un Protocollo d'Intesa su un Decreto Interministeriale (testo non ancora in Gazzetta Ufficiale della Repubblica, anteprima in questa pagina) che torna al vecchio cliché della politica: canapa uguale marijuana. Nel nuovo Decreto Interministeriale, la canapa è inserita fra le piante officinali ma limitatamente ai semi; la lavorazione delle foglie ed infiorescenze è soggetta al Decreto del Presidente della Repubblica 309/90 Testo Unico delle Leggi in Materia di Disciplina degli Stupefacenti e Sostanze Psicotrope, Prevenzione, Cura e Riabilitazione dei Relativi Stati di Tossicodipendenza che ne vieta la coltivazione senza la prescritta autorizzazione da parte del Ministero della Salute.

L'avvocato Lorenzo Simonetti, legale delle associazioni di categoria, spiega in una dettagliata analisi della giurisprudenza che il Decreto Interministeriale in questione in realtà non cambia niente dello stato giuridico attuale, in quanto: "la legge ordinaria dello Stato è fonte di rango superiore e non può essere derogata da una di rango inferiore come quella emanata con un decreto ministeriale" (Cassazione Civile Sezione II, 29595/2021).

Quindi è perfettamente legale coltivare canapa delle varietà industriali autorizzate e lavorare foglie e infiorescenze a scopi non medicali, quali la produzione di aromi, florovivaismo, eccetera, in quanto tali attività sono regolate dalla Legge 242/2016, che prevale sul Decreto Interministeriale.

Malgrado le disposizioni contenute nel Decreto Interministeriale del 12 gennaio 2022 siano in pratica nulle, i zelanti funzionari del Ministero della Salute hanno raggiunto il loro scopo di lotta ideologica ad una coltura industriale che si ostinano a considerare "droga". L'argomentazione legale dell'avvocato Simonetti è solidissima, ma nella pratica si può far valere solo di fronte ad un giudice.
Quindi l'agricoltore rischia sempre la spiacevole esperienza delle manette ai polsi se dovesse avere a che fare con un Comando dei Carabinieri poco informato su una questione così ingarbugliata. Ciò scoraggia la coltivazione di canapa industriale, perché in definitiva il Decreto Interministeriale in questione crea una situazione di incertezza giuridica volta a intimorire gli agricoltori e limitarne il legittimo diritto a produrre infiorescenze di canapa a scopo alimentare, cosmetico o florovivaistico. E se la politica continua a bloccare a torto la coltivazione di canapa per semplici scopi vivaistici o cosmetici, come potremmo competere nel più complesso mercato farmaceutico? Per quale motivo è consentita l'importazione di infiorescenze di Cannabis di dubbiosa qualità da Paesi come l'Olanda o la Svizzera, ma si cerca con ogni mezzo di limitare la possibilità di coltivare nel nostro Paese varietà rigorosamente controllate e autorizzate?

Riportiamo testualmente un appello di cinque punti di Gianpaolo Grassi, ex primo ricercatore del Crea-Ci di Rovigo e membro del Comitato Scientifico di Federcanapa, al ministro Stefano Patuanelli del Mipaaf:

  • Si richiede la procedura di registrazione per varietà di canapa a riproduzione con seme femminizzato.
    Fondamenti: Attualmente, in base al decreto del 16 giugno 2011 n. 138, sono certificabili tre tipologie di canapa: da fibra, da seme e a riproduzione vegetativa. Non è prevista la registrazione come pianta riprodotta da seme unisessuato (femminile). Per le due prime tipologie, per le prove di registrazione sono richiesti 5 chilogrammi di seme in quanto si fanno prove con alto investimento di piante al metro quadrato (circa cento). Solo nel caso della certificazione di varietà a riproduzione vegetativa sono richieste alcune decine di piantine, preparate per talea. La produzione del seme femminizzato va fatta in serra ed ha un costo elevato, perciò produrre il quantitativo richiesto per le prime due modalità avrebbe una complessità ed un costo di alcune centinaia di migliaia di euro. La coltivazione di piante unisessuate femminili comporta un investimento di una o anche 0,5 piante per metro quadrato, perciò per le prove basterebbe qualche decina di semi. Il Cpvo, l'Ufficio Europeo per le Novità Vegetali, richiede cinquecento semi per completare le prove di deposito della privativa per i diritti di moltiplicazione e perciò in questo caso si potrebbe replicare esattamente la stessa procedura, adottando esattamente le stesse modalità. Purtroppo, in nessun Paese europeo è disponibile la procedura di registrazione delle varietà a seme femminizzato.
    Benefici per l'Italia: Dare un valido esempio e offrire la possibilità alle aziende sementiere italiane di esportare seme certificato, che al momento non è disponibile in nessuna parte del Mondo.
  • Si richiede un chiarimento sulla possibilità da parte delle aziende sementiere private di svolgere il loro compito anche con le varietà di canapa, al fine di offrire i materiali più adatti alle diverse tecniche di coltivazione della canapa industriale.
    Fondamenti: Con l'approvazione della Legge 242/2016 si sono avuti decisi miglioramenti sui modi di coltivare la canapa. Purtroppo, questa Legge ha messo in evidenza la totale assenza di varietà adatte alle attuali linee produttive che sono emerse negli ultimi anni (canapa per uso farmaceutico, ornamentale, eccetera). Questa situazione spinge gli agricoltori ad usare varietà non certificate per poter competere contro varietà ben più performarti coltivate nel resto del Mondo, adatte ai nuovi settori produttivi molto remunerativi. Il limitato numero di varietà autorizzate in Italia dà ampio spazio ai fornitori clandestini di varietà non controllate, con gravi problemi per l'affidabilità e la competitività degli agricoltori italiani. Il problema ha origini lontane, concretamente nell'articolo n. 26 del Testo Unico sugli Stupefacenti (L. 309/1990), il quale limitava la possibilità di ottenere una licenza alla ricerca e produzione per i soli enti pubblici di ricerca (università e altri simili organismi). In Italia ben pochi enti pubblici si sono cimentati nello studio della canapa e ancora meno quelli che si occupano del suo miglioramento genetico. Bloccando l'iniziativa privata, si è bloccato l'ammodernamento del catalogo delle varietà. Quelle attualmente disponibili sono ancora varietà di cinquanta settanta anni fa, adatte unicamente a produrre fibra o seme. La conseguenza è l'importazione di varietà medicinali dall'estero. Con la nuova Legge 242/2016 ed in particolare in base all'articolo 2 f) coltivazioni dedicate alle attività didattiche e dimostrative nonché di ricerca da parte di istituti pubblici o privati, si avrebbe una possibilità di operare anche per i privati. L'azienda sementiera privata, per sviluppare nuove varietà (che obbligatoriamente saranno prive di cartellino di certificazione), può operare e sviluppare nuovi materiali semplicemente autocertificando i materiali in uso per il rispetto del limite dello 0,2% di THC. I funzionari più zelanti, appartenenti al Ministero dell'Interno e della Salute, applicano prioritariamente la Legge 309/90 e dato che essa prevede il reato penale, agiscono con il sequestro e l'attivazione di un procedimento legale che intasa i tribunali e costa soldi e reputazione ai soggetti coinvolti. Andrebbe semplicemente esplicitato che in base alla Legge 242/2016 si dà facoltà alle aziende sementiere private ad operare e svolgere il loro lavoro, adottando la precauzione di analizzare i genotipi che sono impiegati per i programmi di selezione e adottando la precauzione di eliminare in modo completo piante che potessero dimostrare livelli di THC superiori allo 0,6%, come la stessa Legge prevede. L'analisi dei cannabinoidi può essere eseguita da un semplice laboratorio che tutte le aziende sementiere strutturate possono allestire.
    Benefici per l'Italia: Eliminazione di inutili processi giudiziari e concentrazione delle risorse investigative sulla la lotta al vero traffico di stupefacenti; maggiore competitività delle aziende sementiere nel mercato internazionale, bloccare il contrabbando di varietà non autorizzate.
  • Si richiede l'autorizzazione alla produzione di canapa per fini farmaceutici allineando gli obblighi e costi con quelli degli altri Paesi europei.
    Fondamenti: Recentemente il Ministero della Salute ha deliberato una serie di procedure burocratiche per produrre canapa da destinare alle aziende farmaceutiche. Altri Paesi europei vanno in direzione opposta e stanno adottando misure di snellimento delle procedure per rendere i loro produttori competitivi quanto lo sono quelli svizzeri o di oltre oceano. Basterebbe autorizzare le aziende che intendono produrre canapa per fini estrattivi e farmaceutici ad usare varietà ad alto titolo di cannabinoidi in cui il THC non superi l'1%, così come stanno facendo tutti i principali produttori mondiali più competitivi ed evoluti. Serve accompagnare queste misure con un miglioramento ed un incremento dei controlli, che per il numero esiguo di operatori sarebbe cosa facile e fattibile.
    Benefici per l'Italia: Autosufficienza nella produzione di CBD per i pazienti del mercato nazionale; maggiore competitività delle nostre aziende, facilità dei controlli in quanto limitati a pochi operatori registrati.
  • Si richiede l'annuncio di specifici bandi per la concessione delle licenze per la produzione di Cannabis medicinale ad alto titolo di cannabinoidi in cui il THC non superi l'1%, come nel resto del Mondo.
    Fondamenti: La pubblicazione dei bandi per accedere alle licenze di produzione della Cannabis medicinale avvierà una grande corsa tra i diversi soggetti interessati ed in modo particolare Olanda, Canada, Israele e Usa. Detti Paesi sono più avvantaggiati rispetto a noi per le loro normative più snelle, e cercheranno con ogni mezzo di ottenere una via di accesso e sbocco alle loro produzioni sul nostro territorio per accaparrarsi un ambìto mercato. A differenza di ciò che è accaduto con il tabacco, per la canapa sarebbe opportuno che si premiassero prioritariamente le aziende e gli operatori realmente ed interamente nazionali. Lo sviluppo di questo settore avrà ricadute economiche molto importanti e soprattutto offrirà l'occasione per sviluppare competenze scientifiche nuove, miglioramenti delle aziende per tutto l'indotto che ne deriverà e farà soprattutto crescere la ricerca in campo medico. Per arrivare al pratico, sarebbe opportuno che per garantire una produzione qualificata e certificata si utilizzassero esclusivamente varietà che sono già state iscritte a registri come quello europeo del Cpvo, Community Plant Variety Office. Le varietà che vengono da altri Paesi sono nella quasi totalità di derivazione clandestina, non sono depositate presso banche del germoplasma e non possono entrare in un contesto di produzione Gacp, Good Agricultural and Collection Practices, e tanto meno Gmp. Per l'Olanda si è fatta un'eccezione in quanto, anche se utilizza varietà di dubbia provenienza, sono certamente di origine europea. Esistono aziende italiane che nonostante le difficoltà sono riuscite e depositare un buon numero di varietà al Cpvo e possono perciò fornire varietà che nel tempo potranno garantire una costante e verificabile origine.
    Benefici per l'Italia: Escludere dalla competizione le aziende straniere ed evitare, come già successo nel settore del tabacco, l'incontrastato dominio delle multinazionali straniere sull'intero mercato italiano; garantire che non vengano importati prodotti di dubbia provenienza, ma solo da varietà registrate in Europa; incentivazione dell'industria nazionale.
  • Si richiede di riconsiderare la riproduzione vegetativa per talea della canapa.
    Fondamenti: La produzione della Cannabis medicinale prevede che le piante siano clonate per garantire l'uniformità più elevata possibile, sia di produzione sia di composizione chimica. La riproduzione delle piante per seme non consente di raggiungere la massima standardizzazione. Ciò vale anche per le normali produzioni industriali in cui è necessario garantire livelli standardizzati di composizione e di concentrazione dei cannabinoidi. Tante altre colture vengono riprodotte per via vegetativa: patate, fragole, vite, fruttiferi e soprattutto le ornamentali. Non ci sono problemi per tracciare e garantire la stabilità dei materiali ed anche il rispetto dei diritti del costitutore. È fuori da ogni logica negare la possibilità di usare le talee per riprodurre la canapa, specialmente se si vogliono tracciare le varietà mediante l'analisi del Dna e impedire che a varietà dichiarate con documentazione regolare poi corrispondano in campo tutt'altre varietà con diversi contenuti di cannabinoidi.
    Benefici per l'Italia: Senza ombra di dubbio la Cannabis trova nella riproduzione vegetativa il suo massimo potenziale perché nel caso un ibrido presenti delle caratteristiche di pregio elevate, solo con la riproduzione vegetativa queste si mantengono nel tempo e nelle successive generazioni.

 

In aggiunta all'appello di tale autorevole fonte per quanto riguarda i benefici per l'industria ed il Sistema Sanitario Nazionale, l'autore vorrebbe chiamare l'attenzione delle autorità sui seguenti benefici della canapicoltura nell'ambito della lotta al cambiamento climatico e al dissesto idrogeologico:

  • Le radici fittonanti della canapa realizzano gratuitamente una lavorazione profonda del terreno, che comporta i seguenti benefici ambientali:
     • evita il ricorso ad arature profonde risparmiando le emissioni di CO2, oltre che i sussidi statali al gasolio consumato per tali lavorazioni;
     • favorisce l'infiltrazione dell'acqua piovana, limitando l'erosione del manto superficiale e l'intrusione del cuneo salino nella falda;
     • dopo il raccolto, la biomassa ipogea rimane nel terreno, contribuendo a conservarne il tenore di materia organica e immobilizzando carbonio;
     • le radici di canapa accumulano metalli pesanti e li sequestrano limitando il loro dilavamento e trasferimento nei corsi d'acqua.
  • L'effetto allelopatico e la fitta ombreggiatura della canapa contribuiscono ad arginare l'invasione da malerbe, risparmiando o perfino azzerando il consumo di erbicidi chimici per la coltura successiva in rotazione. Oltre al risparmio delle emissioni di CO2 imputabili alla produzione degli erbicidi, si evita l'inquinamento di falde e corpi idrici superficiale e l'introduzione di tali molecole nelle catene trofiche.
  • Gli steli, scarti della produzione di fiori e foglie ad uso medicale, non sono adatti alla produzione di fibra tessile, ma risultano degli ottimi materiali per la produzione di biomattoni e pannelli di canapa calce. Le emissioni di CO2 imputabili alla produzione di detto materiale isolante sono assai minori rispetto a quelle delle schiume di origine petrolchimica. La canapicoltura favorisce dunque l'economia circolare.

 

Ogni ettaro di canapa produce all'incirca 10 tonnellate di scarti di biomassa epigea secca (2) e 2,5-3,2 tonnellate SS di radici che rimangono nel terreno fino a 130-150 centimetri di profondità (3). L'utilizzo degli scarti di biomassa epigea per la produzione di biomattoni e pannelli isolanti consentirebbe dunque di fissare per un tempo indefinito 19,25 tonnellate di CO2 atmosferica per ettaro coltivato, ai quali si sommano 11 tonnellate di CO2 fissate nel terreno, che ritorneranno in atmosfera dopo anni o perfino decenni. Supponendo che il fabbisogno italiano di CBD ad uso farmaceutico sia di 3 tonnellate/anno, che 1 ettaro sia in grado di produrre almeno 600 chilogrammi di infiorescenze secche aventi un tenore di CBD del 3,5%, sarebbe necessario coltivare almeno 143 ettari per renderci autosufficienti, una superficie davvero piccola e facile da controllare. Ciò corrisponde però a 4.286 tonnellate di CO2 immobilizzate. A titolo di comparazione, gli autobus di Milano emettono attualmente 75mila tonnellate/anno di CO2. Quindi, una esigua superficie coltivata a canapa potrebbe allo stesso tempo renderci indipendenti dalle importazioni di CBD e compensare il 5,7% delle emissioni di CO2 degli autobus di una metropoli come Milano.

Bibliografia
(1) Richard B. van Breemen, Ruth N. Muchiri, Timothy A. Bates, Jules B. Weinstein, Hans C. Leier, Scotland Farley, and Fikadu G. Tafesse; Cannabinoids Block Cellular Entry of SARS-CoV-2 and the Emerging Variants; Journal of Natural Products Article ASAP; DOI: 10.1021/acs.jnatprod.1c00946.
(2) Kraszkiewicz, A.; Kachel, M.; Parafiniuk, S.; Zajac, G.; Niedziólka, I.; Sprawka, M. Assessment of the Possibility of Using Hemp Biomass (Cannabis Sativa L.) for Energy Purposes: A Case Study. Appl. Sci. 2019, 9, 4437.
(3) Amaducci, S., Zatta, A., Raffanini, M. et al. Characterisation of hemp (Cannabis sativa L.) roots under different growing conditions. Plant Soil 313, 227 (2008).

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Schema del meccanismo di azione dell'acido cannabinoidico sul covid-19 Fonte foto: Punto 1 della bibliografia