Carbon farming, anche le banche si lanciano nel business del carbonio

Dalla Cina agli Stati Uniti si moltiplicano gli istituti di credito che provano a fare da ponte tra gli agricoltori e gli acquirenti di crediti di carbonio

Tommaso Cinquemani di Tommaso Cinquemani

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Il carbon farming è un business da 42 miliardi di dollari (Foto di archivio)
Fonte foto: © kanachaifoto - Fotolia

Sostenibilità. È questo il valore che sta orientando sempre di più le scelte di consumatori e di governi e che ha un impatto crescente anche nel settore agricolo. Il surriscaldamento globale è considerato la minaccia principale alla sostenibilità del modello produttivo moderno e dunque da più parti si cercano soluzioni per contrastarlo. Il carbon farming è una di queste.
Si tratta di sfruttare la naturale capacità dei suoli di trattenere anidride carbonica sotto forma di biomassa vegetale. Più CO2 è nel terreno, minore è dispersa in atmosfera e quindi anche il surriscaldamento globale rallenta. Per permettere ai terreni agricoli di sequestrare carbonio l'agricoltore deve però adottare delle pratiche ben precise, come ad esempio la semina su sodo o l'interramento dei reflui zootecnici.

In questo sforzo verso la sostenibilità l'aspetto positivo per l'agricoltore è che a fronte di una gestione rigenerativa del suolo può ricevere dei crediti di carbonio. Titoli che a loro volta possono essere venduti a quell'industria o società che vuole mitigare la propria impronta ambientale. Un business che viene valutato intorno ai 42 miliardi di dollari.

Ma chi certifica l'effettivo sequestro di carbonio nei suoli ed emette i crediti? E soprattutto, come fanno le aziende agricole a venderli? Esistono vari modelli, come quello dei crediti volontari e obbligatori, ma è interessante notare come le banche si stiano ritagliando un ruolo di primo piano nel promuovere questo nuovo business.


Le banche alla carica dei carbon credits

In Cina ad esempio l'Industrial Bank Co. ha emesso il primo prestito del Celeste Impero di 18 milioni di yuan (circa 2,77 milioni di dollari) per finanziare una società che gestisce la zona umida costiera nella baia di Jiaozhou a Qingdao, nella provincia cinese orientale dello Shandong e, secondo la banca, sarà impiegato per l'acquisto di colture con elevata capacità di assorbimento del carbonio.

La svolta sta nel fatto che la banca ha ricevuto come garanzia i crediti di carbonio che la società produrrà proprio dal fatto di sequestrare CO2 nei propri suoli. Insomma, il trading del carbonio è diventato un business talmente interessante per il settore finanziario da attrarre investimenti. D'altronde Pechino ha annunciato che diventerà carbon neutral entro il 2060, dieci anni dopo Usa ed Europa, e che dovrebbe raggiungere il picco delle emissioni di anidride carbonica entro il 2030.

Ma l'esempio più interessante di questa corsa degli istituti di credito verso il carbon farming arriva dagli Usa. Rabobank, colosso finanziario olandese con ramificazioni in tutto il mondo, ha creato lo scorso gennaio Rabo Carbon Bank, una costola che si occupa del business del carbonio in vari settori, agricoltura compresa.

Il Gruppo, specializzato nel fornire credito agli agricoltori, ha lanciato dei progetti pilota in tre Stati americani per affiancare gli agricoltori nella transizione verso un'agricoltura rigenerativa. Ad assisterli è Continuum Ag, società di consulenza agronomica che sosterrà gli agricoltori nella transizione.

La transizione verso una agricoltura più sostenibile, che ha dei costi, dovrebbe così essere ripagata dalla vendita dei crediti di carbonio e Rabobank vuole giocare un ruolo di primo piano in questo business.

D'altronde il mercato dei crediti di carbonio sembra essere sulla buona strada. Prima dell'estate l'amministrazione Biden ha visto passare in Senato il Growing Climate Solutions Act che dovrebbe facilitare per i farmer la produzione e la vendita dei crediti di carbonio. Mentre tante aziende, come ad esempio Microsoft, stanno facendo investimenti per acquistare crediti e mitigare in questo modo la propria carbon footprint.

C'è da chiedersi però se in questo nuovo business gli agricoltori resteranno schiacciati dal mercato. Se cioè i profitti della vendita dei crediti di carbonio saranno erosi dalla filiera: dalle società che certificheranno i sequestri, da quelle che si occuperanno della compravendita e dalle banche che finanzieranno la transizione verso una agricoltura rigenerativa (Biden vorrebbe creare una banca pubblica ad hoc).

In quest'ottica è lodevole l'alleanza stretta tra Land O'Lakes, grande cooperativa di allevatori statunitense, con la piattaforma Indigo Ag per la vendita diretta dei crediti. Accordo stipulato anche da un'altra cooperativa, Growmark (attiva in Canada, Usa e Messico) e che permetterà agli agricoltori di tenere per sé i maggiori benefici dalla vendita dei crediti.

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Fonte: Agronotizie

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Tag: agricoltura nel mondo sostenibilità banche carbon credits

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