Mais, alla ricerca di genetiche resistenti alla siccità

Il progetto Dromamed ha come obiettivo quello di valorizzare i germoplasmi di mais tipici dell'area del Mediterraneo per identificare tratti interessanti al fine di rendere la coltura maggiormente resistente alla siccità e alle alte temperature

Tommaso Cinquemani di Tommaso Cinquemani

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La coltura del mais è fondamentale per il comparto zootecnico italiano (Foto di archivio)
Fonte foto: © Željko Radojko - Adobe Stock

La coltura del mais in Italia è in crisi con superfici in contrazione anno dopo anno e importazioni di granella in aumento. I motivi di questo declino sono diversi, come abbiamo spiegato in questo articolo, ma sono in larga parte legati alle mutate condizioni climatiche che caratterizzano la Pianura padana, area storicamente vocata alla maiscoltura.

A mandare in sofferenza il granturco sono principalmente l'assenza di piogge durante il periodo estivo e le alte temperature, talvolta superiori ai 40°C, che si raggiungono sempre più frequentemente. La combinazione di questi elementi porta ad una crescita non ottimale delle piante e apre la strada allo sviluppo di funghi patogeni e quindi di micotossine.

D'altra parte le varietà di mais oggi coltivate sono il frutto di una selezione genetica iniziata molti anni fa, quando le condizioni ambientali erano differenti. Occorre quindi aggiornare le genetiche, selezionando piante in grado di resistere meglio alla siccità e al caldo. È questo l'obiettivo di Dromamed, un progetto di ricerca che coinvolge nove Paesi tra Europa e Nord Africa, nato sul versante italiano dalla collaborazione tra il Centro di ricerca cerealicoltura e colture industriali del Crea e il dipartimento di Scienze e tecnologie agroalimentari dell'Università di Bologna e che si è concretizzato anche grazie supporto dell'Associazione italiana maiscoltori (Ami) e della Confederazione produttori agricoli, Copagri.

"Se vogliamo risollevare le sorti della maiscoltura italiana occorre selezionare nuove varietà ed ibridi in grado di adattarsi alle mutate condizioni ambientali", spiega Carlotta Balconi, ricercatrice del centro Crea di cerealicoltura e colture industriali di Bergamo, nonché cocoordinatrice del progetto Dromamed.

Ma quali sono i tratti ricercati? "Presteremo grande attenzione allo studio dell'apparato radicale. Piante che hanno radici sviluppate riescono ad esplorare porzioni di suolo maggiori e quindi a raggiungere una più ampia disponibilità idrica. Ma valuteremo anche l'efficienza delle radici, nonché il loro sviluppo nelle prime fasi di crescita della coltura, stadio particolarmente delicato. Ci concentreremo poi sull'efficienza fotosintetica e nel traslocare e sintetizzare i nutrienti".

L'obiettivo ultimo in fondo è quello di permettere una elevata produttività in un contesto ambientale meno favorevole al mais per come lo conosciamo oggi. Per farlo verranno analizzati i germoplasmi oggi raccolti da vari istituti pubblici sparsi per il bacino del Mediterraneo, compresi quelli di Paesi con clima arido, come ad esempio l'Algeria. La speranza è di trovare nell'ampia varietà genetica che caratterizza il mais tratti di adattabilità che rendano il granturco una coltura produttiva anche nei nuovi contesti ambientali.

Oltre alla genetica si studieranno poi quegli approcci agronomici che potrebbero supportare la produttività e la sostenibilità del mais anche in questi nuovi contesti ambientali. In questo articolo ad esempio avevamo parlato dell'irrigazione a goccia del mais, una pratica ancora poco diffusa, ma che sta prendendo sempre più piede proprio a causa della maggiore scarsità di precipitazioni.

Alla fine del progetto, che durerà tre anni, i risultati potrebbero essere valorizzati attraverso partnership con le ditte sementiere per mettere a frutto le scoperte generate da Dromamed e offrire quindi agli agricoltori italiani (e non solo) sementi maggiormente performanti.

© AgroNotizie - riproduzione riservata

Fonte: Agronotizie

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Tag: cerealicoltura clima siccità cambiamenti climatici genetica

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