Un anno di Covid-19, l'agroalimentare ne esce a testa alta

Solo alcuni comparti hanno subìto l'impatto della pandemia, mentre nel suo complesso il settore agroalimentare ha tenuto. E a livello internazionale volano gli investimenti in innovazione

Tommaso Cinquemani di Tommaso Cinquemani

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Il settore vitivinicolo è stato tra i più colpiti dall'emergenza Covid-19 (Foto di archivio)
Fonte foto: © Eléonore H - Fotolia

Il 4 marzo 2020 l'allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte si presentò in tv davanti agli italiani per annunciare la chiusura di tutte le scuole e di molte attività produttive nel tentativo di frenare l'avanzata del coronavirus. Seguì poi una lunga serie di dpcm che di fatto chiusero l'Italia per due mesi, relegando le famiglie nelle proprie case e bloccando ogni attività produttiva, a meno di quelle essenziali.

L'agricoltura fu forse l'unico comparto che non smise mai di lavorare. Certo, ci fu molta confusione all'inizio su ciò che si poteva e non poteva fare, ma dopo un breve periodo di incertezza si riprese con le attività di campo. Come sottolineò lo stesso premier Conte: l'agricoltura è un settore strategico che deve continuare a produrre cibo per tutti gli italiani.


L'agricoltura un anno dopo

Ad un anno di distanza l'agricoltura e l'agroalimentare sono in salute o meno? Complessivamente possiamo dire che il comparto ha tenuto e il virus ha avuto un impatto contenuto. L'Istat prevede per l'Italia una marcata contrazione del Pil nel 2020, con un -8,8%, mentre il settore agricolo dovrebbe chiudere l'anno con un -3,3% del valore della produzione.

Secondo una indagine Nomisma le vendite alimentari al dettaglio sarebbero addirittura cresciute, segnando un +3,7%. Buone notizie anche per l'export, che ha raggiunto un +1,3% (+1,7 secondo l'Istat). Ottime performance se si pensa che la Francia è arretrata di quasi 4 punti percentuali e la Germania di 1,2 punti.

Il quadro però diventa più variegato e si guardano da vicino i singoli comparti. Se ad esempio il settore della pasta, delle conserve e della frutta e verdura fresca hanno sostanzialmente tenuto, altre filiere hanno subito il colpo del lockdown. Ad esempio la chiusura del canale Horeca ha dato un duro colpo al florovivaismo, alla zootecnia, all'acquacoltura e al vitivinicolo. Così come il comparto degli agriturismi è stato penalizzato dalla contrazione del turismo.

Proprio la ricettività agricola ha subìto un salasso pari a 1,2 miliardi di euro, senza contare le perdite sulle vendite dirette (dati Agriturist). Anche il settore florovivaistico è stato duramente colpito dal Covid-19, con il comparto dei fiori recisi che ha maggiormente risentito della pandemia, mandando al macero circa il 60% delle produzioni. Nella sola Italia il danno della filiera è stato stimato in 1,7 miliardi.

Mentre l'Api, l'organizzazione di Confagricoltura che riunisce oltre il 90% delle imprese ittiche italiane dedite all'acquacoltura, denuncia un calo del 20% del fatturato, pari a 100 milioni su un valore complessivo di mezzo miliardo.
 
Tabella: Bilancia commerciale agroalimentare in valore

La zootecnia invece ha avuto performance in chiaro scuro. È andato male il comparto carne, penalizzato dalla chiusura del canale Horeca (che assorbe i tagli più pregiati), ma è andata bene per quanto riguarda l'avicolo e il lattiero caseario.

Tra i macro settori, in base alle indagini elaborate da Nielsen e Assobio, nel corso del 2020 gli acquisti dei prodotti biologici sono cresciuti del 7% sul 2019, per un valore complessivo superiore ai 4,3 miliardi totali.

Sono invece abbastanza positivi i dati sull'occupazione. "Già a partire dai primi mesi del 2020 la contrazione registrata nei diversi comparti produttivi ha indotto una riduzione complessiva del lavoro impiegato, sia in termini di ore lavorate sia di Ula (Unità lavorative anno, Ndr), seppur con un impatto minore sul settore agricolo", speiga Simona Romeo, ricercatrice del Crea.

"Nei mesi successivi sino a giugno 2020 le contrazioni sono man mano aumentate sino a raggiungere il picco massimo nel secondo trimestre: le Ula hanno sfiorato una contrazione complessiva del 17%, di cui però solo il 3% è riconducibile al settore agricolo in senso stretto. Nel periodo estivo, come conseguenza della riapertura di tutte le attività economiche, la pressione sull'occupazione è diminuita, facendo registrare nel solo comparto agricolo addirittura una variazione positiva: +4,4% rispetto al medesimo trimestre dell'anno precedente. Negli ultimi mesi dell'anno l'andamento positivo è stato nuovamente frenato dalle nuove restrizioni operate dal Governo, senza però raggiungere i picchi negativi registrati nel secondo trimestre dell'anno".


Le tre debolezze dell'agricoltura

Il settore agroalimentare, seppure tra i comparti che meno hanno sofferto la crisi economica, ha affrontato alcune problematicità specifiche:
  • Approvvigionamento di manodopera ai fini della produzione, lavorazione e raccolta dei prodotti. Infatti, le misure anti contagio e le restrizioni imposte alla mobilità territoriale, in particolar modo internazionale, hanno limitato la disponibilità di manodopera agricola comunitaria ed extracomunitaria, comportando problemi di disponibilità. 
  • Catene di approvvigionamento estero e barriere protezionistiche. Il commercio dei prodotti agroalimentari, nonostante il comparto abbia tenuto piuttosto bene, è stato penalizzato dalle 'tensioni' alle frontiere che hanno provocato problemi in uscita, ma anche in entrata, per l'import di materie prime.
  • Impatto sull'Horeca (Hotel, ristoranti e catering). Oltre al turismo, il settore ha fortemente risentito e continua a risentire delle normative anti Covid-19 e del conseguente calo della domanda locale.


A livello globale crescono gli investimenti

La pandemia di Covid-19 ha messo al centro del dibattito pubblico non solo la sanità, ma anche il cibo. Mai come oggi si è sentita la necessità di assicurare una supply chain efficiente e sostenibile. Forse abbiamo dimenticato i supermercati presi d'assalto e gli scaffali vuoti, ma il panico scoppiato nel marzo scorso ha spinto molte aziende lungo la filiera a ripensarsi e ad investire in innovazione.

Secondo l'ultimo report pubblicato da Agfunder nel 2020 si dovrebbe raggiungere la cifra di 30 miliardi di dollari investiti in realtà innovative lungo la filiera alimentare, from farm to fork. La cosa alquanto sorprendente è che, al contrario di quanto avvenuto in passato, la filiera agricola (tutta la parte di campo) e quella agroindustriale (dalla lavorazione alla vendita del prodotto finito) hanno ricevuto investimenti simili (15,8 miliardi la prima, 14,3 la seconda).
 
AgriFoodTech funding breakdown 2020

È finita la sbronza dei mercati per quanto riguarda il food delivery, che negli anni passati aveva attratto i maggiori investimenti, e si è tornati a guardare a chi il cibo lo produce, con una crescita degli investimenti del 68% anno su anno. Non stupisce poi che il deal più grosso sia stato chiuso da Lineage Logistics, un'azienda che si occupa della catena del freddo, che ha incassato un assegno da 1,6 miliardi di dollari. Una realtà con duecento magazzini robotizzati sparsi per il mondo che durante la pandemia ha assicurato rifornimenti alle più importanti catene della Grande distribuzione organizzata (Gdo).

Guardando nel dettaglio ai vari settori vediamo che il 20% delle risorse complessive è stato drenato da aziende che operano nel campo della tracciabilità e della logistica, mentre il 9% lo hanno assorbito aziende che operano nei 'cibi innovativi', come i nuovi ingredienti, le proteine vegetali e la "cultured meat". Più giù, troviamo le aziende che sviluppano mezzi tecnici di origine biologica, operano con le biotecnologie o nel breeding (6% degli investimenti).

Seguono poi le coltivazioni indoor (5%), i marketplace dedicati agli agricoltori (4%), strumenti digitali per l'agricoltura (3%), le bioenergie e i biomateriali (3%) e infine la meccanica, che comprende anche la robotica, ferma all'1%.
 
Grafico: 2020 AgriFoodtech investment

Al di là delle categorie ci sono alcuni settori che attirano i maggiori investimenti. Le Tea, Tecnologie di evoluzione assistita (o Nbt, come il genome editing), sono al centro delle speranze di molti investitori e agricoltori per la svolta che potrebbero dare al settore primario.

C'è poi tutto il settore delle vertical farm, che sta entrando in una fase di maturità dopo una tumultuosa e disordinata crescita negli anni passati. Ovviamente c'è il tema della carne vegetale o delle proteine vegetali. È arrivata fino a noi ad esempio l'eco della quotazione a New York di Impossible Foods, che ha creato il primo hamburger vegetale.

Altri settori in fermento sono quelli legati ai droni e all'automazione in generale e all'impiego dei satelliti per monitorare le coltivazioni. Mentre sono in forte crescita i marketplace in cui gli agricoltori possono acquistare mezzi tecnici e vendere le proprie produzioni.


L'agricoltura ha smesso i panni da Cenerentola

Il settore agroalimentare è stato dato per lungo tempo per scontato. Avere cibo sicuro e a basso costo al supermercato era una certezza per ogni consumatore occidentale. Con il Covid-19 abbiamo capito che così non è. Che un panino o una fragola hanno dietro una lunga catena produttiva che necessita di una giusta remunerazione e investimenti in innovazione.

La sfida per l'Italia è crescere nelle produzioni agricole e nell'export di prodotti trasformati. L'Italia nonostante sia un grande paese esportatore è altrettanto esposto sulla bilancia commerciale visto che importiamo tutto tranne che vino, carne di pollo e frutta. Per questo occorre investire nella produttività delle nostre aziende agricole, per creare una più solida filiera italiana.

E al contempo occorre investire nelle nostre imprese di trasformazione. Perché oltre ad una manciata di colossi, il nostro è un tessuto fatto di piccole imprese, che devono crescere per affermarsi e non essere preda degli appetiti di società estere.

© AgroNotizie - riproduzione riservata

Fonte: Agronotizie

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Tag: agroalimentare mercati crisi

Temi caldi: Coronavirus

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