Quando un'azienda è in difficoltà la prima cosa che fa è stilare un piano di rilancio. Una strategia su più anni che permetta di tornare competitivi e vincenti. Per l'agricoltura questo non è mai stato possibile dato che a causa dell'instabilità politica il paese ha visto succedersi sulla poltrona del ministero dell'Agricoltura ben quaranta ministri in poco più di settanta anni.

In media ogni anno e nove mesi il ministero passa di mano e così i progetti del ministro finiscono nel cestino, rimpiazzati dai propositi del nuovo arrivato. In queste condizioni è difficile pensare in maniera strategica al futuro del settore. Soprattutto se si guarda ad altri paesi: negli Usa di solito un ministro resta in carica quattro anni e in Cina vengono stilati piani strategici a cinque anni e progetti ben più lunghi, anche di venti anni.

Ma l'instabilità politica è un tratto distintivo dell'Italia. Fin dagli albori della Repubblica in Via XX Settembre non si stava più di uno-due anni. Per trovare il primo ministro 'longevo' dobbiamo andare a Mariano Rumor (Democrazia Cristiana) che rimase in carica dal febbraio 1959 al giugno 1963 (nel frattempo cambiarono quattro governi).

Dobbiamo poi balzare al 1974, con Giovanni Marcora, sempre DC, dal novembre 1974 all'ottobre 1980. In questo caso cambiarono ben sette governi, ma ogni premier lo confermò al dicastero dell'Agricoltura. Stabile nonostante l'instabilità, potremmo dire.

Restò in carica quasi cinque anni Filippo Pandolfi, sempre DC, che iniziò con Craxi e finì con Goria. Mentre tra i longevi più recenti troviamo Gianni Alemanno, che con il Governo Berlusconi rimase in carica dal 2001 al 2006.

A parte queste poche eccezioni gli altri ministri entrarono e uscirono da Palazzo dell'Agricoltura con una frequenza elevatissima, spesso inferiore all'anno. Come nel caso di Rocco Salomone, che fu ministro per soli sei mesi a cavallo tra il 1953 e il 1954. E come lui ce ne furono moltissimi altri. D'altronde era il periodo dei 'governi balneari', che duravano il tempo di una stagione.

Ma anche i governi dei giorni nostri non scherzano. Nunzia De Girolamo (Il Popolo della Libertà) rimase in carica nove mesi a cavallo tra il 2013 e il 2014. Mentre otto mesi fu l'esperienza di Francesco Saverio Romano (I Popolari di Italia Domani) dal marzo al novembre 2011. Nomi che nella memoria degli agricoltori hanno lasciato un debolissimo ricordo, alle prese con i mille problemi quotidiani di questo settore.

E quasi dimenticavamo che anche il nome stesso del ministero è finito spesso nel frullatore. Fino al 1994 si è chiamato Agricoltura e foreste, poi modificato in Risorse agricole, alimentari e forestali. Paolo De Castro decise per un più sobrio Politiche agricole, ma qualcuno se ne ebbe a male perché poi il dicastero si allungò sempre di più: Politiche agricole e forestali, poi Politiche agricole, alimentari e forestali fino ad arrivare a Gianmarco Centinaio che aggiunse il turismo:  Politiche agricole, alimentari e forestali e turismo. Mentre Teresa Bellanova tornò indietro al più classico Politiche agricole, alimentari e forestali.
 
Per chi se lo stesse chiedendo nella storia repubblicana ci sono state solo tre ministre donne e solo quattro politici con una laurea in Agraria: Giuseppe Medici (è stato anche professore), Vito Saccomandi, Paolo De Castro (è stato anche professore) e Luca Zaia (laurea in Scienze della produzione animale).