Elezioni regionali, al Sud vincono i presidenti assessori all'Agricoltura

A De Luca (Campania) ed Emiliano (Puglia) che hanno mantenuto l'interim, l'arduo compito di accompagnare il settore primario delle rispettive regioni fuori da non poche specifiche difficoltà

Mimmo Pelagalli di Mimmo Pelagalli

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Sullo sfondo il possibile conflitto sull'acqua tra Puglia e Campania, che va rapidamente disinnescato, ricercando soluzioni condivise
Fonte foto: © pierluigipalazzi - Fotolia

L'esito del voto delle elezioni regionali nel Mezzogiorno d'Italia porta il segno di due riconferme per il centro-sinistra: Michele Emiliano resterà in sella quale presidente della Regione Puglia e Vincenzo De Luca farà lo stesso in Regione Campania. Entrambi i presidenti hanno retto nella fase finale della legislatura appena conclusasi l'assessorato all'Agricoltura nelle rispettive regioni, De Luca sin dall'inizio, Emiliano dopo le dimissioni dell'assessore Leonardo di Gioia. Mentre non è ancora dato sapere - durante questo secondo mandato - se le deleghe saranno redistribuite o resteranno nelle mani dei due presidenti, ecco di seguito quali sono le sfide da cogliere per i due assessori all'Agricoltura del 2020-2025 in Puglia e Campania.
 

Acqua, una guerra potenziale da disinnescare

Campania e Puglia condividono lungo un ampio confine importanti risorse idriche, che negli anni a venire continueranno ad aumentare di importanza strategica, a causa dei mutamenti climatici in atto: la loro gestione ottimale è una sfida comune ad Emiliano e De Luca. Secondo gli studi del professor Franco Ortolani, docente di geologia all'Università di Napoli, con le attuali dotazioni infrastrutturali entro il 2030 il Sud potrebbe andare incontro ad una crisi idrica severa: e serve un Piano acque per il Mezzogiorno, per evitare che una gestione frammentata della risorsa faccia implodere il sistema; in tal senso c'è un progetto di legge fermo in Parlamento, che porta la firma proprio di Ortolani, che però nel frattempo è deceduto.

Le presenti infrastrutture irrigue della Regione Puglia captano le acque dei fiumi campani che defluiscono verso l'Adriatico: Fortore e Ofanto. Ma in Puglia per scopi idropotabili giungono anche copiose le acque captate in provincia di Avellino, alle sorgenti del tirrenico Sele. Ed è in atto un braccio di ferro tra le due regioni per ridurre di 1.000 litri al secondo gli emungimenti idropotabili sul Sele, che andrebbero a beneficio degli enti irrigui campani posti lungo questo fiume. E si tratta di una riduzione per altro compensata dai nuovi prelievi già accordati ad Acquedotto pugliese sul lago di Conza della Campana.

Mentre si è chiusa a favore della Campania la partita sulle acque del fiume Tammaro, invasate nel lago di Campolattaro, e riferite al bacino del Volturno e sul quale si erano in passato affacciate le mire della Puglia: grazie ad un investimento di 480 milioni di euro alimenteranno gli schemi irrigui della Campania settentrionale. Elemento questo, che ha spinto la Puglia, nel tentativo di dissetare le campagne del foggiano, ad aprire una trattativa con la Regione Molise per avere le acque della diga del Liscione sul fiume Biferno, con un bypass che andrebbe a compensare la mai costruita diga di Piano dei Limiti, convogliando la risorsa nel lago di Occhito. Su tanto c'è un accordo a livello tecnico, ma è in fase di redazione il progetto di fattibilità tecnica ed economica dell'opera.

E in Molise sono in molti a remare contro quello che vedono come l'ulteriore sottrazione di risorse idriche alla piccola regione. Mentre sempre la Puglia dovrà trattare la questione della equa ripartizione delle acque irrigue derivate dai bacini della vicina Basilicata, che non nega l'acqua, ma richiede da tempo di aumentare gli importi delle compensazioni ambientali che riceve in conto acqua.
 

Campania: un futuro radioso, ma ricco di incognite

De Luca vuole per la Campania un "nuovo modello di agricoltura, che punti su filiere, innovazione e marketing". E ieri mattina, a spoglio ancora in corso, ha incontrato le organizzazioni agricole. Ma sotto le indiscutibili enormi potenzialità del settore - che vanno dal lattiero caseario al vitivinicolo, passando per l'ortofrutta e la filiera del pomodoro da industria - la Campania avrà negli anni a venire diversi problemi da affrontare e risolvere rapidamente.

Primo fra tutti c'è la risoluzione definitiva del problema posto dai Consorzi di bonifica e irrigazione, molti dei quali ancora commissariati, e che attendono di tornare alla gestione ordinaria. In parte la vicenda è stata affrontata con la soppressione del Consorzio aurunco di bonifica, una vera fabbrica di debiti, e il cui comprensorio consortile è stato affidato al Consorzio generale di bonifica del Volturno. Ma il progetto di legge per una definitiva modernizzazione del comparto in Campania è fermo in Consiglio regionale. Il mondo dei Consorzi di bonifica attende il definitivo censimento dei canali di scolo delle acque pluviali, molti dei quali di ignoto proprietario e sui quali grava un enorme contenzioso, che spesso contribuisce a frenare l'azione stessa degli enti di bonifica.

C'è poi il fantasma della delibera di giunta regionale n 762 del 5 dicembre 2017, con la quale l'ente proponeva - ai sensi della Direttiva 91/676/Cee - la delimitazione delle aree vulnerabili ai nitrati di origine agricola individuate in quasi tutte le pianure fertili della Regione: un pericolo che aleggia su oltre 316mila ettari, pari al 23,15% della intera superficie territoriale regionale. La delibera, impugnata innanzi al Tar da Confagricoltura Campania, attende ancora un giudizio di merito. Intanto, se Regione Campania non ha mai adottato in via definitiva questa delimitazione, ha tentato di presentare un piano da 100 milioni di euro per salvaguardare almeno le aziende zootecniche bufaline, che verrebbero maggiormente colpite sul piano produttivo in caso di applicazione di tale zonizzazione. Ma sono molte le falle che lascia aperte, anche tra gli allevatori: nulla è previsto per chi alleva vacche.

Su tale piano, giocherà un ruolo il prossimo Programma di sviluppo rurale, e non sono da escludersi altre fonti finanziarie, con la possibilità di attivare ulteriori investimenti verdi, tali da compensare il passaggio dell'agricoltura del piano campano e della piana del Sele dalla possibilità odierna di somministrare 340 chili di azoto per ettaro anno alla necessità di aspergerne non più di 170. E con la necessità futura di attivare una vera e propria esportazione dell'azoto in eccesso verso le aree meno fertili del Mezzogiorno.

Un altro capitolo spinoso per il settore nel prossimo futuro è quello fitosanitario. E non solo perché sul confine campano incombe l'incubo della Xylella fastidiosa. Occorre infatti recuperare definitivamente la redditività degli ampi castagneti delle aree interne, che hanno sofferto prima il flagello cinipide del castagno e poi quello delle avversità fungine. Dal pari bisognerà attivare a breve lo scudo vespa samurai contro la cimice asiatica, che pure fino ad oggi non ha compiuto danni eccessivi. E mentre sembra essersi dissolto nel nulla l'incubo mosca orientale della frutta, la nuova misteriosa malattia che sta decimando i kiwi nel confinante Lazio inizia a dare qualche preoccupazione.
 

Puglia, dall'emergenza Xylella al buco nero del Psr

La Puglia agricola ha due punti vulnerabili: il dramma della batteriosi da Xylella fastidiosa, che risulta al momento contenuta a ridosso della provincia di Bari, dove continua a distruggere le aree olivetate, e il Psr 2014-2020, sul quale ormai non si contano gli interventi della magistratura amministrativa, e che rischiano seriamente di riportare il programma pugliese al disimpegno automatico del Fondo europeo per l'agricoltura e lo sviluppo rurale a fine anno.

Due sfide queste che offrono però anche delle opportunità, come il Piano di rigenerazione olivicola da 300 milioni di euro. Frutto del Decreto emergenze, è ormai divenuto operativo con una gestione a trazione pugliese di molte misure, però da solo non potrebbe riscattare un eventuale smacco sul Psr, dove la Regione rischia di giocarsi la credibilità e ben 175,5 milioni di euro di quota Feasr.

Nel corso del suo primo mandato Emiliano ha posto mano alla riforma degli enti di bonifica, ma non è ancora riuscito a completarla. Restano in piedi i consorzi di bonifica in liquidazione di Stornara e Tara, Ugento Li Foggi e Terre d'Apulia, che attendono di confluire nel nascente Consorzio di bonifica Centro Sud Puglia. Un processo che sembra essersi arrestato, e che vede le organizzazioni agricole pronte a dare battaglia.

I Consorzi pugliesi hanno una difficoltà strutturale a rientrare nelle proprie ordinare funzioni, in quanto furono privati sotto l'amministrazione del presidente Raffaele Fitto per molti anni della possibilità di esigere tributi di bonifica. Motivo per il quale la rete colante fu a lungo abbandonata. La scommessa è oggi in un piano di rilancio dell'attività di bonifica, connessa a quella di irrigazione, con la risorsa acqua che però deve arrivare da oltre confine regionale. Un lavoro di lunga lena, che non mancherà di impegnare Emiliano o chi per lui siederà sullo scranno di assessore alle Risorse agroalimentari.

Altro capitolo forte per la Puglia è quello degli esiti che avrà sui mercati la Commissione unica nazionale sperimentale per la fissazione del prezzo del grano duro, un progetto sul quale però l'amministrazione pugliese non ha voce diretta in capitolo. Ma vale la pena ricordare come Emiliano mise in gioco tutto il suo peso politico nel settore agricolo per la prima volta a cominciare della "Guerra del grano" del 2016, quando i prezzi crollarono, evocando lo spettro di una ribellione popolare.

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