Buon 2020… ma con calma!

In un mondo in cui tutti parlano di agricoltura 4.0 e vogliono investire per innovare l'agricoltura, viviamo la lentezza di un'agricoltura legata al passato e che stenta a capire (e far capire) il proprio vero valore

Ivano Valmori di Ivano Valmori

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Made in Italy: non solo prodotti agricoli, ma anche la storia di chi li produce
Fonte foto: © jackfrog - Adobe Stock

Ricordo con una buona dose di nostalgia cosa scrissi alla fine del 2014: un augurio per un nuovo rinascimento dell’agricoltura italiana che avrebbe ospitato Expo 2015. Leggi i miei auspici per il 2015.
E’ passato un lustro da quella data. Ma, in piena onestà, non mi sembra sia cambiato molto per gli agricoltori.
 

La tecnologia ha fatto passi da gigante

Prendiamo alcuni dati: nel 2015 era disponibile iPhone 5, su 60,8 milioni di italiani erano 36,6 milioni che usavano internet ed erano attive 82 milioni di connessioni mobili (tra tablet e smartphone). 
Ora, nel 2019, abbiamo l’iPhone X, su 59,2 milioni di italiani 54,8 milioni usano internet e sono attive 86,9 milioni di connessioni mobili (tra tablet e smartphone).
Oggi utilizziamo maggiormente le tecnologie, tanto che ogni utente trascorre in media 6 ore al giorno su internet e 2 ore sui social media.
Anche sul fronte agricolo internet ha fatto un bel balzo in avanti: nel 2015 eravamo poco più di 130.000 all’interno della community Image Line e QdC® - Quaderno di Campagna® veniva usato da meno di 5.000 agricoltori. Oggi la nostra community ha superato i 210.000 utenti e sono oltre 11.000 le aziende agricole che usano QdC® - Quaderno di Campagna® su oltre 300.000 ettari e per oltre 280 colture.
 

Tutti parlano di agricoltura 4.0

Non ho ben capito che fine abbiano fatto l’agricoltura 2.0 e 3.0, ma nel giro di cinque anni si è passati dall’agricoltura senza numero… all’agricoltura 4.0.
Ormai sono innumerevoli le imprese hi-tech che vedono l’agricoltura come una vera e propria prateria ancora da conquistare: l’Osservatorio Smart Agrifood ha individuato circa un centinaio di startup italiane nel settore delle tecnologie informatiche che si sono affacciate al settore e valuta il mercato delle tecnologie per l’agricoltura 4.0 per circa 400 milioni di euro.
Ora abbiamo disponibili cloud, web application, sensori, droni, centraline meteo, Internet of Things, satelliti, immagini ad alta risoluzione, tecnologie basate sull’interpretazione dei vari spettri della luce fino ai sistemi dotati di autoguida, ai sistemi di raccolta che creano mappe di produttività e che determinano la somministrazione degli input basandosi su mappe di prescrizione. Stanno comparendo i primi robot che si occupano del diserbo iper selettivo, della estirpazione della singola malerba, della raccolta “delicata” dei piccoli frutti o della selezione e confezionamento diretto in campo di diversi ortaggi.
Anche le multinazionali che si occupano di mezzi tecnici si occupano di informatica in agricoltura e stringono accordi con partner globali che fino a ieri si occupavano solo di automotive o spazio. Tutto bellissimo, tutto fantastico, tutto smart, ma…
 

L’agricoltura è lenta

L’agricoltura, per sua costituzione, è lenta e legata ai cicli vegetali.
Prima che un viticoltore possa vendere il suo vino devono passare almeno 10 anni dalla progettazione della vigna (e se ne passano 20 è ancora meglio).
Prima che un frutticoltore possa commercializzare le sue pesche devono passare almeno 4 anni dall’impianto.
Prima che un produttore di frumento possa raccogliere il suo grano passano almeno 6 mesi dalla decisione dell’impianto.
Sono tempi normali, legati alla natura e ai cicli della vita.
Nella tecnologia, invece, tutto è veloce. Ogni anno cambiano 2-3 versioni dei vari sistemi operativi, quotidianamente vengono rese disponibili centinaia di nuove soluzioni informatiche. Se pensiamo che l’americana Qmee afferma che ogni minuto vengono pubblicati 571 nuovi siti web… si capisce che il mondo corre forte, molto più forte dell’agricoltura.
 

Quindi? 

Quindi l’agricoltore ci mette tanto, tanto, tanto, tanto, tanto tempo per decidere di adottare qualsiasi nuova soluzione di agricoltura 4.0, che lo porta al di fuori dalla sua zona di comfort basata sull’affermazione “ma noi abbiamo sempre fatto così” nella piena consapevolezza che “queste cose vanno bene per gli altri, ma non per la mia azienda; la mia azienda è unica”.
Un esempio? Per fare adottare ad un’azienda agricola la piattaforma QdC® - Quaderno di Campagna® (dal valore di ben 100,00 euro l’anno – cento, non centomila…) normalmente bisogna:
  • dapprima convincere l’agricoltore di volere capire come funziona la soluzione superando l’ostacolo “a me non serve”;
  • poi fornire una copia di test che, normalmente deve essere provata per ameno un ciclo produttivo nella sua azienda agricola perché “questo programma va bene agli altri ma non certo a me”;
  • poi, dopo almeno due anni dal primo approccio, si può definitivamente considerare acquisito il cliente che è contento e, molto spesso, afferma: “ma sai che il tuo QdC® - Quaderno di Campagna® va da Dio! Se lo avessi saputo prima che mi risolveva così tanti problemi… lo avrei acquistato subito!”
Se calcolo che la stessa azienda è disponibile ad acquistare un camion di letame ancora da fermentare per qualche migliaio di euro… la depressione mi pervade!
 

L’agricoltura è complessa

Il lavoro dell’agricoltore è, a mio modo di vedere, il più complesso al mondo. Ogni giorno ha a che fare:
  • con la natura che cambia;
  • con il meteo che cambia;
  • con le leggi (di quartiere, comunali, regionali, nazionali, europee, mondiali) che cambiano;
  • con un consumatore che cambia e che pensa che chi si fa in quattro per dargli da mangiare… in realtà lo voglia avvelenare (alla faccia della strega cattiva di Biancaneve!)
E non si limita a “fare un lavoro”. Deve pianificare, prevedere, definire, preparare, fare, documentare, fatturare e poi rendicontare tutto ciò che fa per ogni singola coltura. E in Italia le aziende agricole hanno normalmente svariate colture nel loro riparto colturale.
Facciamo il solo esempio di come pianificare la difesa da un banale attacco parassitario.
Dobbiamo sapere a che punto è la coltura, il parassita e il meteo
Dobbiamo sapere come cambierà il meteo nei prossimi giorni.
Dobbiamo scegliere la soluzione da adottare in base a ciò che abbiamo fatto a quel momento.
Se usiamo un prodotto dobbiamo acquistare il quantitativo per fare il minimo di magazzino. 
Dobbiamo rispettare le condizioni di etichetta dei prodotti, dei disciplinari regionali di produzione, dei capitolati dell’acquirente.
Dobbiamo preparare adeguatamente l’attrezzatura per la somministrazione con tanto di controllo e taratura ugelli, calcolo della pressione di esercizio, della velocità di avanzamento e del quantitativo di prodotto da somministrare per ettaro.
Dobbiamo registrare tutto quello che abbiamo fatto sul registro dei trattamenti.
Se siamo bravi agricoltori dobbiamo anche tenere sotto controllo i costi (controllo economico), i magazzini (controllo documentale), la merce in ingresso e ciò che raccogliamo e vendiamo (controllo fiscale).
Per fare tutte queste cose esistono tanti strumenti di agricoltura 4.0 ma… nessuno parla con l’altro perché manca un “dizionario comune” per definire come registrare in modo informatico le cose.
 

L’agricoltura cerca integrazione

Per questa ragione anche l’agricoltore 4.0 più evoluto oggi, semplicemente per fare un trattamento, deve tenere sotto controllo:
  • DSS per capire se e quanto trattare;
  • siti per il calcolo dei prodotti registrati con tanto di etichette aggiornate in tempo reale e schede di sicurezza;
  • siti con le informazioni sui disciplinari;
  • tabelle di calcolo per la taratura degli ugelli, per la definizione delle portate, della pressione e della velocità di avanzamento;
  • sistemi informatici per la somministrazione ad hoc dei prodotti in base alla densità della chioma montati sulla trattrice e sull’irroratore;
  • sistemi informatici per la gestione dei registri di campo (registro dei trattamenti, documenti per le misure agroambientali regionali del Psr, documenti Global Gap, documenti per certificazioni volontarie e/o biologiche);
  • sistemi informatici per la contabilità, la fatturazione ed il controllo di gestione.
  • sistemi per la tracciabilità delle produzioni.
Un vero delirio, se poi pensiamo che:
  • non esiste uno standard per definire il nome delle colture (ma lo chiamo grano, frumento, frumento tenero, cereale a paglia, cereale vernino…) in ogni software;
  • non esiste uno standard per definire i nomi dei parassiti trattati (ma è peronospora, plasmopara, infezione da peronospora…) per ogni diverso registro;
  • non esiste uno standard per comunicare in modo univoco il nome dell’operazione colturale (irrorazione, trattamento fitosanitario, protezione della coltura, difesa…);
  • non esiste uno standard per definire ogni prodotto usato all’interno dei vari siti, sistemi informatici, apparecchiature elettroniche e registri.
Ma se solo si facesse un “dizionario unico” per permettere a tutta la Internet of Things agricola di dialogare, quanto sarebbe tutto più semplice!
Invece ogni produttore di software si trasforma in tuttologo e vuole che tutto il software sia comprato solo da lui… mah!
 

L’agricoltura italiana non può competere sul prezzo

Sappiamo bene che, per costo di manodopera, vincoli normativi e rispetto dell’ambiente il prodotto made in Italy è, senza tema di smentita, il più sano e sicuro al mondo.
Allora mi chiedo… come mai le pesche italiane vengono vendute alla stregua di quelle che arrivano dal Nord Africa (dove si possono ancora usare prodotti neurotossici e tecniche colturali ormai bandite in Italia da decenni)?
E le pere argentine che possono contenere ancora etossichina (molecola da noi revocata da anni) possono essere poste al livello delle nostre pere?
Come mai nei pastifici italiani per fare la nostra pasta made in Italy può entrare fino al 49% di grano di provenienza nordamericana dove, per permettere la maturazione sono costretti a ricorrere al diserbo pochi giorni prima della raccolta? 
Come mai importiamo e mangiamo tutti i giorni soia di varietà Ogm provenienti da tutti i principali produttori mondiali e la soia italiana, rigorosamente non Ogm dovrebbe avere lo stesso prezzo?
Facile... Perché una volta che raggiunge il mercato una pesca è una pesca, una pera è una pera, il grano è grano e la soia è soia.
Se non raccontiamo la storia dei nostri prodotti e non siamo in grado di raccontare al consumatore dove e come lo abbiamo coltivato trasformiamo inesorabilmente l’oro in qualcosa che luccica e permettiamo a qualcosa che luccica di sembrare oro!
Dal mio punto di vista riusciremo a vincere sui mercati solo mettendo a punto veri metodi di tracciatura delle produzioni ed un sistema che permetta al consumatore di vedere in faccia l’agricoltore che ha prodotto ciò che mangia e aprire un dialogo con lui.
Questa, secondo me, è la sfida per il prossimo lustro.

Mi auguro, dopo 32 anni dedicati all’informatizzazione dell’agricoltura, di vedere avverato il sogno che nutro sin da bambino: fare in modo che i nostri prodotti agricoli siano messi in condizione di raccontare la storia di chi li produce.
Le tecnologie ci sono. Le potenzialità pure. Manca la volontà di lavorare assieme e l’umiltà di fidarsi degli altri.
Se i cambiamenti del prossimo lustro saranno simili a quelli vissuti in questi ultimi 5 anni… mi sa che morirò prima di vedere realizzato questo mio sogno! 
Ma la speranza è l’ultima a morire.
Buon 2020.


Leggi gli approfondimenti:

QdC® e Quaderno di Campagna® sono marchi registrati da Image Line Srl Unipersonale

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