Guardando al futuro dell'agricoltura

Per capire come sarà il settore primario tra qualche anno, AgroNotizie ha intervistato Luigi Mariani, docente dell'Università di Milano, sul ruolo dell'agricoltura urbana, della meccanizzazione e dell'innovazione

Matteo Bernardelli di Matteo Bernardelli

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Come sarà l'agricoltura nel 2050?
Fonte foto: © jackfrog - Adobe Stock

Luigi Mariani, docente di Storia dell'agricoltura all'Università di Milano e condirettore del Museo lombardo di storia dell'agricoltura, guarda al futuro e una delle sue preoccupazioni è legata alle fake news e al danno che potrebbero arrecare al settore primario.

"Oggi si è diffusa l'idea che la zootecnia abbia un impatto insostenibile sull'ambiente, per colpa di CO2, protossido d'azoto, metano, ammoniaca, nitrati e altro e che debba pertanto essere pesantemente limitata - afferma Luigi Mariani -. Il principale responsabile di tale errata convinzione è stato il report della Fao del 2006, dal titolo accusatorio Livestock’'s long shadow, L'ombra lunga della zootecnia, in cui si scrisse una cosa sbagliata e cioè che la zootecnia emettesse molti più gas serra dei trasporti. In realtà i trasporti pesano per il 14% e la zootecnia per il 5% sulle emissioni antropiche totali. Le affermazioni contenute nel report vennero poi corrette, ma quando ormai avevano già contagiato l'opinione pubblica".

Partendo da un excursus sul lavoro in agricoltura Luigi Mariani ha toccato anche il tema del futuro. "Nel 2050 avremo una popolazione di 9,8 miliardi sul pianeta, una popolazione sempre più anziana e città sempre più grandi e voraci di terra fertile".

Professor Mariani, come sarà l'agricoltura nel 2050?
"Assisteremo ad enormi progressi nei settori della genetica vegetale e animale e delle tecniche colturali. Allo stesso tempo, registreremo un'efficienza sempre maggiore: se oggi nutriamo 7,5 miliardi di abitanti con 1,5 miliardi di ettari di arativi, cioè con 0,2 ettari per abitante, nel 2050 avremo 10 miliardi di abitanti che si alimenteranno, se va bene, sempre su 1,5 miliardi di ettari. La quota di terreno sufficiente pro capite scenderà dunque a 0,15 ettari. Avremo a che fare con logistiche sempre più complesse per rifornire le città e filiere in cui la produzione agricola sarà valorizzata anche in termini economici solo se integrata in modo sempre più stretto con il resto della filiera. Ci saranno enormi opportunità per i prodotti certificati e tracciabili, la professionalità in agricoltura sarà sempre maggiore e moltissima inventiva per nuove forme di coltivazioni, come le alghe, le colture protette, le colture idroponiche".

Con la robotica e la meccanizzazione, dove si andrà?
"Il futuro è già presente. Vediamo applicazioni di alta innovazione: pensate alle stalle e a tutti i processi automatizzati. O all'agricoltura di precisione, per quanto ancora poco diffusa, almeno in Italia".

Luigi Mariani, docente di Storia dell'Agricoltura all'Università di Milano e condirettore del Museo lombardo di storia dell'agricoltura
Luigi Mariani, docente di Storia dell'Agricoltura all'Università di Milano e condirettore del Museo lombardo di storia dell'agricoltura
(Fonte foto: Matteo Bernardelli - AgroNotizie)

Il futuro passerà anche dall'agricoltura urbana?
"L'agricoltura urbana può essere qualcosa di interessante per creare un po' di cultura. Certamente non ha alcun impatto pratico, anzi, le città possono diventare un problema per chi fa agricoltura. Un esempio clamoroso fu quello di Michelle Obama, che coltivò il terreno della Casa Bianca, salvo poi accorgersi che era pieno di piombo. Dovettero così fare una bonifica e si accorsero che i prodotti coltivati come biologici erano in realtà potentemente inquinati. Questo mostra uno dei tanti limiti dell'agricoltura urbana. Dobbiamo inoltre riflettere su un altro aspetto".

Quale?
"Stiamo andando verso enormi megalopoli. Oggi sono 47 le città nel mondo con oltre 10 milioni di abitanti, nel Dopoguerra erano soltanto due. Non sempre sono le megalopoli che immaginiamo vedendo Milano, che ha sì una conurbazione di 7 milioni e mezzo di abitanti, ma non è certo la megalopoli che troviamo in Asia in Africa. Pensiamo a Lagos, che ha circa 18 milioni di abitanti. In quei casi ci troviamo di fronte ad acque inquinate, a problemi diffusi di inquinamento di tutti i tipi: come si fa a fare agricoltura in zone urbane simili? La ruralità, è innegabile, ha ancora un suo valore. I numeri ci dicono che la popolazione rurale è pari a 3,3 miliardi di persone, le stesse di venti anni fa".

Nessuna chance, dunque, per la cosiddetta "urban farming"?
"L'agricoltura urbana avrà futuro, ma meramente su un piano simbolico, per far capire alle persone il ruolo dell'agricoltura: produrre cibi, assorbire la CO2. Purtroppo a volte si considera non politicamente corretto ricordare che l'agricoltura assorbe anidride carbonica. Noi oggi emettiamo per 1,4 giga-tonnellate di carbonio ogni anno come settore agricolo, ma assorbiamo 14,5 giga-tonnellate. La verità è che l'agricoltura è quella che fa fotosintesi, sottovalutare tale aspetto non è corretto".

Sul versante della meccanizzazione agricola, gli imprenditori agromeccanici ambiscono a un riconoscimento all'interno del mondo agricolo. Cosa ne pensa?
"Su questo tema abbiamo discusso a lungo con i colleghi agronomi ed economisti dell'università. Il ragionamento di fondo è il seguente: noi abbiamo bisogno di fare innovazione rifarla in modo rapido. Se la fai come singolo agricoltore, sei costretto ad acquistare macchine che non riesci a giustificare sia per l'uso che ne fai che per gli oneri che devi sostenere. A questo punto, una strada sensata è quella di cercare di fare innovazione attraverso chi professionalmente fa questa attività. Io oggi vedo il contoterzismo come uno strumento di innovazione".

© AgroNotizie - riproduzione riservata

Fonte: Agronotizie

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Tag: interviste contoterzismo zootecnia agricoltura urbana

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