Cara biodinamica, quanto ci costi? - Seconda parte

Lettura critica della pubblicazione Crea-Aab. A cura di Mario A. Rosato

Mario A. Rosato di Mario A. Rosato

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Particolare della 'dinamizzazione', consistente nel rimescolare i preparati biodinamici con acqua in un secchio, con un palo di legno, durante un'ora, rigorosamente a mano
Fonte foto: Tratta dalla pubblicazione del Crea - L’Agricoltura biodinamica: verso un modello produttivo agroecologico

Abbiamo scoperto che con il Dm n. 73215 del 4 ottobre 2016, il Mipaaf ha designato una Commissione per la ricerca in agricoltura biologica e regolato i finanziamenti alla stessa, equiparando l'agricoltura biologica - basata su solidi presupposti scientifici - e l'agricoltura biodinamica - basata su una pseudoscienza esoterica.
Sebbene le aziende agricole "biodinamiche" pratichino in linea di massima l'agricoltura biologica, si differenziano dalle aziende "biologiche" per l'utilizzo dei "preparati biodinamici", dalle virtù giustificate solo da credenze "spirituali".
Pare che questi abbiano costi non indifferenti e l'aspetto più grave della faccenda è la non precisata quota di soldi pubblici che andrebbe a finire indirettamente nelle tasche di un'organizzazione privata straniera, in concetto di royalty (vedi Prima parte al link sopra indicato).

Da un punto di vista puramente dialettico, se i preparati in questione fossero in grado di produrre effetti maggiori o uguali a quelli dei prodotti industriali, e costassero di meno, allora il loro impiego sarebbe giustificato, come anche il pagamento delle royalty all'associazione tedesca che ne detiene la proprietà. Da un punto di vista scientifico, è d'obbligo ricordare - come diceva Cartesio - "Dubium sapientiae initium" (Il dubbio è l'inizio della sapienza).

Pertanto, l'obiettivo di questa Seconda parte è analizzare se davvero la pratica della biodinamica produca qualche effetto positivo verificabile sulle colture.

I dati sono stati tratti dalla pubblicazione, edita dal Crea congiuntamente con l'Associazione per l'agricoltura biodinamica (Aab), intitolata L'Agricoltura biodinamica: verso un modello produttivo agroecologico.
Rispetto a questo documento, precisiamo che:
  • Nel sito del Crea non è specificato né il nome e né il costo del progetto di ricerca con il quale è stata finanziata la redazione e pubblicazione del volumetto in questione, né quale sia l'importo del "contributo", segnalato nella seconda pagina di copertina, dell'Associazione coautrice.
  • La data di pubblicazione antecede il finanziamento di cui ci siamo occupati nella Prima parte di questo articolo, per cui si tratta evidentemente di un'altra partita di bilancio, previa alla costituzione del Comitato permanente di coordinamento per la ricerca in agricoltura biologica e biodinamica, e al finanziamento di quasi due milioni di euro erogato a favore del Crea per l'amministrazione di quest'ultimo.
    Una domanda sorge: il Crea ha forse anticipato i soldi per delle indagini, le quali poi avrebbero in qualche modo influito sulla decisione ministeriale di includere la biodinamica fra i programmi di ricerca e il sostegno all'agricoltura biologica? Per il momento ci risulta non chiarito pubblicamente questo aspetto. Aggiunge ancora dubbi sulla credibilità della ricerca in questione anche la scarsa trasparenza con cui è stata gestita nei confronti dei cittadini in generale e degli agricoltori in particolare.


Riassunto del rapporto sull'agricoltura biodinamica

Le prime nove pagine, su un totale di 95, sono l'introduzione a cura di Carlo Tricarico, presidente dell'Aab e membro del Comitato menzionato precedentemente. Nell'introduzione vengono citate: le ipotetiche ricerche compiute da Steiner (in realtà pare che fosse un altro soggetto di nome Pfeiffer che le conduceva, sotto indicazioni di Steiner) e un non dimostrato influsso della filosofia steineriana su personaggi di spicco nella nostra storia, quali Adriano Olivetti, Ernesto Rossi o Giulio Einaudi.

L'introduzione, alla pagina nove, dice che Benedetto Croce avrebbe fatto stampare le prime traduzioni in italiano delle opere steineriane. Ricordiamo si tratta del filosofo che passò alla storia anche per la famosa frase pronunciata nei confronti del Premio Nobel Enrico Fermi: "Scienziati, vili meccanici!" (Contare e raccontare: dialogo fra le due culture, di Carlo Bernardini e Tullio Di Mauro, Editore G. Laterza & Figli Spa, ISBN 9788858121351).
L'introduzione racconta delle persecuzioni della biodinamica ad opera del fascismo e del nazismo, le quali ne avrebbero impedito la diffusione. Tuttavia, per dovere d'informazione, segnaliamo una fonte contraddittoria: Peter Staudenmeier - storico e professore di Storia moderna alla Milwaukee University (Usa) - racconta che almeno cinquanta gerarchi del regime nazista avevano supportato pubblicamente la biodinamica e l'antroposofia in diverse occasioni. Inoltre, durante una sua conferenza in Norvegia, Steiner avrebbe esaltato la "razza ariana nordica".

Nel Capitolo I viene descritta l'organizzazione giuridica e di marketing del settore biodinamico mondiale, leggasi Demeter. La proprietà intellettuale del termine "agricoltura biodinamica" apparterrebbe all'Università delle Scienze dello spirito del Goethenaeum, che ne ha concesso l'esclusiva alla Demeter e.V. di cui ci siamo occupati nella Prima parte.
Preferiamo lasciare ai filosofi decidere in merito all'esistenza o meno di una connessione tra l'ossimoro "scienze dello spirito" e l'agricoltura, nonché stabilire quale validità scientifica possano avere le ricerche di tale Università.

Da "vile meccanico", l'autore si è limitato a consultare il database online dell'Euipo (European intelectual property office) nel quale risulta registrato il marchio "Biodinamica" con il numero 006292924 ed appartiene ad una ditta portoghese, produttrice di dentifrici, collutori ed altri presidi medici. Il marchio "Biodynamics", registrato con il n. 000533125, appartiene invece ad una ditta belga, la Metagenics Belgium Bnva, produttrice di integratori alimentari.
Inoltre, non c'è alcun marchio registrato con le parole "biodynamic agriculture" e nemmeno le varianti "agricoltura biodinamica", "agriculture biodynamique", "agricultura biodinámica". Per contro, ci sono tredici marchi che contengono la parola "Demeter", dei quali cinque appartengono alla Internationaler Verein für Biologisch-dynamische Landwirtschaft (Associazione internazionale per l'agricoltura biodinamica). Uno di questi tredici marchi appartiene ad una certa Demeter Holding Ltd., con sede nel paradiso fiscale delle Isole Cayman. Dall'accesso pubblico è però impossibile capire se si tratta di una società riconducibile alla Demeter e.V., in questo caso un ulteriore approfondimento sarebbe compito della Guardia di finanza o di investigatori specializzati  e dotati dell'autorità e mezzi adeguati.

In ultima analisi, se "agricoltura biodinamica" non è un marchio registrato in Europa - solo il marchio ed il logo Demeter lo sono - allora non ci è chiaro in base a quale concetto le aziende agricole italiane dovrebbero pagare delle royalty ad una associazione tedesca, per poter utilizzare l'etichettatura "biodinamica" nei loro prodotti. Siamo dunque di fronte ad un autentico paradosso: da un lato il ministro Martina nel suo blog invoca alla competitività e all'eccellenza del made in Italy raggiungibili producendo per un mercato di nicchia, dall'altro invece viene sovvenzionata indirettamente un'associazione tedesca, che opera come una vera multinazionale.
Inoltre, l'inclusione delle associazioni biodinamiche, affiliate alla Demeter, in una Commissione ministeriale, è una palese azione di lobby, esattamente uguale a quelle che larghe fasce del pubblico ecologista contesta, a ragione o a torto, alle multinazionali agroalimentari e agrochimiche. Come direbbe Cicerone: Quo bono? Non sarebbe più logico e patriottico che venisse registrato al Mipaaf un logo rappresentativo con la dicitura "Agricoltura Biodinamica Italiana" (costo 800 euro) e che i soldi delle royalty rimanessero in Italia? Ai lettori la risposta.

Ora cercheremo di capire, seguendo il metodo scientifico cartesiano, se l'utilizzo dei "preparati" comporti benefici agronomici ed economici. Analizziamo il campione di aziende biodinamiche descritte nel volume in questione. Si tratta di uno studio condotto su sei aziende biodinamiche, le quali complessivamente occupano 1.195 ettari.
Il primo punto debole che abbiamo notato è l'assoluta irrilevanza statistica. Le aziende agricole italiane, al 31/12/2016, erano 1.667.765, occupando 12.744. 196 ettari di Sau (Superficie agricola utile, dati Istat, scaricabili come tabella excel dal database online). Quindi lo studio si riferisce allo 0,0004% del totale di aziende agricole ovvero allo 0,009% della Sau italiana.
Tra l'altro, il sito internazionale della Demeter (e screenshot del 11/01/2018, Figura 1) afferma che in Italia ci sarebbero 321 aziende biodinamiche, per un totale di Sau pari a 9.640 ettari. Quindi il campione analizzato nello studio Crea-Aab è doppiamente poco rappresentativo: riguarda solo l'1,9% delle aziende affiliate alla biodinamica, che però occupano il 12,4% della Sau impegnata in tale pratica, quindi si tratta di un campione sbilanciato.
 
L'Italia è terza al mondo per numero di aziende affiliate alla Demeter, dopo Germania e Francia
Figura 1: L'Italia è terza al mondo per numero di aziende affiliate alla Demeter, dopo Germania e Francia.

Una delle aziende biodinamiche si trova a Capua, tra i comuni più martoriati dalle ecomafie operanti nella "terra dei fuochi", un'altra si trova in una zona di agricoltura intensiva in Lombardia, e un'altra ancora sorge su un "terreno comunale di bonifica". Tutte e sei dichiarano preoccupazione per la "contaminazione" dai campi vicini, perché praticano l'agricoltura convenzionale, ma nessuna di esse conduce analisi di laboratorio sulla composizione del proprio suolo o dei suoi prodotti. Tutte basano i loro giudizi sulla bontà del metodo biodinamico su parametri quali il colore dell'erba o la consistenza del terriccio.
Come si fa allora ad effettuare un confronto scientifico fra la coltivazione convenzionale e quella biodinamica, se i parametri di giudizio della qualità ambientale e dei prodotti sono puramente soggettivi? Nelle aziende che dichiarano di "aver pochi problemi con insetti e parassiti": come si fa a imputare i meriti alla pratica magica di calcinare un pugno di insetti e cospargerne le ceneri sulle colture? Dovrebbe essere ovvio per chiunque che, una azienda di pochi ettari in mezzo ad un comprensorio dove tutti praticano l'agricoltura convenzionale, beneficia "di rimbalzo" di una popolazione di parassiti ridotta in partenza, grazie ai trattamenti effettuati dai vicini.

La prima azienda del campione segnala l'elevato costo della certificazione Demeter come fattore penalizzante, e la sesta denuncia che in alcune occasioni il costo complessivo della produzione biodinamica è risultato più alto del prezzo di vendita del prodotto.

Un'azienda delle sei analizzate in realtà sembra praticare l'agricoltura come attività marginale, perché il suo vero business è in realtà la produzione dei "preparati biodinamici" a base di corno-letame, corno-quarzo, vescica di cervo maschio, ecc. Ingredienti che però si procurerebbe da aziende agricole convenzionali. Ad eccezione di quest'ultima azienda, tutte le altre sembra che ottengano redditività medio-alta (ad esempio 50 euro/bottiglia per alcuni vini) grazie alle vendite dei loro prodotti agricoli in mercati ricchi e di nicchia (Germania, Svizzera, ecc.). Le vendite sarebbero promosse attraverso il marketing della Demeter.
Poiché uno dei principi cardine della sostenibilità agricola è la filiera corta, allora la Demeter predica bene ma si comporta esattamente come la Grande distribuzione organizzata. L'unica differenza con quest'ultima è che, anziché pagare prezzi bassi al produttore per massimizzare il suo margine, si fa pagare delle royalty.

La "biodinamicità" di qualche prodotto sembra operare per contagio:
"Il vino viene prodotto dalle proprie vigne e da uve provenienti da impianti limitrofi (una nota a piè di pagina dice che in Trentino si pratica l'acquisto sull'onore, sic) e, attraverso questa condivisione di prodotti con altre aziende, è in atto un'azione di motivazione degli agricoltori vicini al fine di indurli a passare al metodo di coltivazione biodinamico. In tal modo, circa il 40% dei conferitori esterni all'azienda si sono convertiti alla biodinamica ampliando così il territorio su cui è applicata" (sic).

In altre parole, il 60% delle uve prodotte esternamente, utilizzate nella vinificazione in una percentuale non precisata nel rapporto, non è né biodinamica e forse nemmeno biologica, ma il prodotto viene marchiato comunque come "biodinamico". Non spetta a noi giudicare se ciò si possa configurare come truffa alimentare, ma lascia qualche perplessità su quale sia la "severità" dei controlli Demeter, tanto decantata in diversi passaggi del rapporto e nei siti web ad essa affiliati.
L'azienda in questione usa solfiti, bentonite e acido tartarico quanto basta, come qualsiasi altro vinificatore. Tre delle sei aziende dichiarano di usare composti di rame, "in deroga" ai protocolli steineriani.

Una delle aziende analizzate dichiara che parte della sua redditività consiste nello sfruttamento di manodopera gratuita, fornita dai wwoofers (volontari aderenti al Wwoof, World wide opportunities on organic farms). E' chiaro che non compete a noi giudicare se tale attività si possa configurare come concorrenza sleale nei confronti degli altri agricoltori - che pagano regolarmente ai propri collaboratori stipendi, contributi previdenziali e assicurazione contro infortuni - o come evasione fiscale (si possono considerare i woofers come lavoratori in nero?) o come favoreggiamento dell'immigrazione illegale (qualora i wwoofers accolti fossero cittadini extracomunitari).

Tutte e sei le aziende concimano i loro campi con compost di letame e materia vegetale in proporzioni variabili a seconda del tipo di coltura, tranne l'azienda vitivinicola che però consente il pascolo ai pastori transumanti, quindi riceve comunque un input agronomico di letame, ma semplicemente non lo quantifica.

Il Capitolo VIII segnala, testualmente:
"Laddove, infatti, è stato possibile acquisire informazioni sulle rese conseguite, abbiamo riscontrato il raggiungimento di rese più basse in confronto a quelle di colture corrispondenti in sistemi di produzione convenzionale. Questo dato è comunque variabile con l'azienda produttrice, i terreni di cui dispone, gli input applicati. Le rese più basse trovano parziale compensazione nei prezzi spuntati sul mercato nazionale specializzato, più spesso su mercati esteri. D'altra parte, però, in conseguenza anche dei margini di guadagno imposti dalle catene distributive, i prezzi finali al consumatore sono più alti e alla portata solo di fasce di consumatori con redditi alti (non a caso i maggiori mercati di vendita sono quelli ricchi di paesi come Germania, Svizzera, Inghilterra, etc.) e questo allontana dal raggiungimento di un obiettivo che dovrebbe estendersi ad ampie fasce di popolazione". (sic)
 
Quindi i tanto decantati benefici sociali, "anti-multinazionali”" dell'agricoltura biodinamica sono inesistenti: in realtà si tratta di prodotti di lusso per un mercato di élite. Tale costatazione sembrerebbe giustificare il miraggio perseguitato dal ministro Martina, che nonostante la sua laurea in Scienze politiche sembra ignorare la legge dell'offerta e della domanda: se tutti adottassero la produzione biodinamica i prezzi dovrebbero per forza crollare, ma sembra difficile credere che chi ne controlla il mercato dalla Germania farebbe degli sconti sulle royalty percepite. Ancora una volta: Quo bono?
 

Conclusioni

Il metodo scientifico si basa sulla verifica delle ipotesi, teoriche o indiziali, con prove e controprove. Dal rapporto stilato dal Crea-Aab non sembra che il corno-letame, le vesciche di cervo maschio e le ceneri d'insetti portino alcun beneficio tangibile nella produttività, semmai costituiscono un argomento di marketing, utile solo a vendere a caro prezzo dei prodotti, privi di caratteristiche peculiari, a consumatori seguaci di una pseudoreligione.

Ancora una riflessione: se per i "preparati biodinamici" è necessaria la mutilazione delle vacche, l'uccisione dei cervi (maschi) e l'incenerimento di insetti: dov'è l'armonia dell'uomo con la natura, proclamata dall'antroposofia steineriana? Ora vegani e ambientalisti sono debitamente informati.

Per concludere: nessuna delle 95 pagine del rapporto chiarisce i costi, né quelli dei "preparati", né il valore delle royalty e delle quote associative pagate, né le sovvenzioni ricevute, né quale sia lo stipendio medio che le aziende biodinamiche corrispondono ai loro lavoratori, comparato con la media nazionale del comparto agricolo. Quanto ci costi, cara biodinamica?

© AgroNotizie - riproduzione riservata

Fonte: Agronotizie

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Tag: biologico agricoltura biodinamica

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