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Una Mano per i Bambini

Orti familiari, ma i litigi sono mondiali

Si surriscalda lo scontro fra chi propugna la coltivazione eterogenea su piccola scala e chi al contrario sostiene la necessità di moltiplicare gli sforzi su genetica, chimica e meccanizzazione. La fame nel mondo, intanto, resta lì dov’è

Donatello Sandroni di Donatello Sandroni

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Vandana Shiva

Infuriano le polemiche e gli scambi piccati fra Vandana Shiva e il Newyorker. La prima è personaggio ormai noto a livello globale per le sue battaglie anti-ogm e anti-agricoltura specializzata.
Il secondo è un giornale americano considerato “liberal”, quindi tutto tranne che un altoparlante dei salotti del potere e delle multinazionali.
Il motivo della disputa è un articolo del 25 agosto scorso, pubblicato dal Newyorker, titolato “I semi del dubbio” e firmato da Michael Specter. Nel pezzo/inchiesta si analizza proprio la figura di Vandana Shiva, ma lo si fa da un punto di osservazione molto differente rispetto a quelli usualmente apologetici che vanno tanto per la maggiore. Nell’articolo di Specter si propone infatti uno spaccato di Mondo molto diverso da quello che Shiva da anni propala in rete, sui giornali, in televisione e nelle piazze. Una di queste sarebbe stata per giunta italiana, di piazza, visto che il recente tour di Shiva per l’Europa ha fatto tappa a Firenze, in piazza Santissima Annunziata. Lì, di fronte a una folla di persone plaudenti, Shiva si sarebbe esibita nell’usuale filippica contro ogni forma di agricoltura moderna, stigmatizzando praticamente ogni cosa. Di tutto il suo discorso fiorentino basta infatti una sola frase per capirne i contenuti generali: "Ci sono due tendenze. Uno: un trend di diversità, democrazia, libertà, gioia, cultura delle persone che celebrano la loro vita. E l'altro: monocoltura, insensibilità. Tutti depressi. Tutti a prendere Prozac. Sempre più giovani disoccupati. Non vogliamo questo Mondo di morte ". Per certi versi, tale approccio comunicativo ricorda quello con cui in passate campagne elettorali venivano contrapposti  "il partito dell'amore" e "il partito dell'odio". Ovvero: contenuti zero, ma propaganda emotiva a bizzeffe. I buoni si oppongono ai cattivi e i primi sono ovviamente quelli che in quel preciso frangente hanno il microfono in mano. I cattivi, invece, sono da dipingere così cattivi che più cattivi non si può.
E i risultati di questa demonizzazione si sono presto palesati in tutta la loro marcescente arroganza e violenza verbale:  alcuni "simpatici" paragoni fra nazisti e sostenitori pro-biotech sono comparsi qua e là in rete, salvo poi essere rimossi. Per lo meno, sarebbero stati rimossi dal sito dell’associazione diretta dalla stessa Shiva, come riportato proprio dal "Newyorker".

L’articolo di Michael Specter non pare quindi essere piaciuto affatto all’onnipresente e suscettibile personaggio indiano, specialmente in alcuni passaggi ove se ne approfondivano competenze e titoli. Perché di riconoscimenti onorari Shiva ne può ostentare a bizzeffe, di reali a quanto pare il Newyorker avrebbe fatto fatica a trovarne.
Puntuale e appuntita è arrivata a sua volta la replica di David Remnick, direttore del Newyorker, il quale ha contestato punto per punto le critiche di Shiva all’articolo del proprio giornalista. Della serie: sedurre le folle in piazza può essere molto facile, sedurre giornalisti di carattere un po' meno.
 

Anche lasciando Shiva e Newyorker a litigare fra loro, emerge chiaro un fatto: il fronte apologetico della “guru” indiana dell’antibiotech pare non essere più così impenetrabile com'è stato fino a ora. Qualcuno, dai e dai, si è infatti messo di puntiglio a spulciare il presente e il passato di Shiva, portando testimonianze ben diverse da quelle sdoganate ai popoli di mezzo Mondo quasi fossero dogmi, ovvero verità assolute da bersi acriticamente. Non che ci volesse molto, in effetti, a mettere a nudo certi vizietti comunicativi, visto che la panzana degli ibridi ogm sterili è stata sbugiardata più volte, come pure la stessa fine ha fatto la presunta influenza dei cotoni Bt sui trend di suicidi registrati fra gli agricoltori indiani alcuni anni or sono. Credere ancora a tali esternazioni è perciò un atto di pura fede e, si sa, contro la fede la Ragione poco vale.
 
Il vero dubbio resta però un altro. Da anni Shiva propugna un sistema di produzione agricola alternativo a quello attuale, quello basato cioè su chimica, genetica, meccanizzazione e specializzazione colturale. Per la pasionaria indiana la via di uscita dalla fame nel Mondo sarebbe infatti da cercare nella diffusione degli orti familiari, coltivati con criteri di autosussistenza e, ovviamente, seguendo pratiche biologiche.
Il futuro dovrebbe quindi essere basato sulla coltivazione di varietà autoctone, possibilmente antiche e tradizionali, come pure dovrebbe essere bandita la presenza delle multinazionali che vendono genetiche moderne e brevettate, oppure forniscono la chimica necessaria alla nutrizione e alla difesa delle piante.
Viva quindi il libero scambio fra agricoltori di semi e prodotti d'ogni genere, in un clima di fraterna solidarietà e gioia. Perché un po' di felicità, diciamolo, non guasta mai.
Peccato che tali scenari si siano già visti anche nell’opulento Mondo occidentale. Non è però che a quei tempi di cotanta gioia ve ne fosse molta, a onor del vero. Nel nostro Medioevo le cose stavano proprio così: la popolazione era rurale per la quasi totalità, non conosceva la parola genetica, né tanto meno difendeva con prodotti chimici i propri campi. Nelle piazze si scambiava di tutto. O meglio, si scambiava quel poco che la terra aveva prodotto ed era sfuggito alle bramosie dei feudatari locali. Non c'era famiglia che non coltivasse una miriade di verdure e cereali differenti, in modo da cibarsene direttamente e usare poi le eccendenze per fare scambi con altri contadini. In altre parole, quello che per Shiva dovrebbe essere il punto di arrivo cui anelare, per l’Occidente pare sia stato invece il punto di partenza da cui fuggire a gambe levate.

Dura infatti pensare che si possa nutrire con gli orti familiari una popolazione di sette miliardi di Esseri Umani, lievitata in soli 160 anni del 700%. Specialmente pensando alla metamorfosi profonda che in questo lasso di tempo hanno mostrato le statistiche demografiche: negli Stati Uniti chi produce cibo è oggi pari a un misero 0,7% della popolazione totale americana e in Olanda questo valore scende addirittura a 0,41%. In Italia ogni 32 persone circa che mangiano, solo una è rimasta nei campi a produrre cibo per tutti.
In India e in Africa, aree dove Shiva propone l’applicazione del suo orto-pensiero, si sta assistendo oggi a un fenomeno simile, con le popolazioni sempre più numerose, sempre meno agricole e sempre più urbanizzate. Solo in India, Patria di Shiva, nel 1948 vi erano circa 480 milioni di abitanti. Pakistan incluso. Oggi la popolazione indiana, senza più il Pakistan, è arrivata a sfiorare il miliardo e 300 milioni di persone. Praticamente è triplicata in meno di 70 anni. Per giunta, il processo di abbandono delle campagne sta avvenendo anche lì e la proporzione fra chi insiste in aree rurali e chi vive nelle città si sta perciò allineando a quanto già visto nei secoli passati in Europa e in America. Basta infatti scomodarsi qualche giorno e fare un giretto in India, visitando città e sobborghi, per rendersi conto di quali siano i veri problemi di quel Paese, ove la ricchezza (enorme) è concentrata in pochissime mani, mentre la miseria nera e la fame sono le uniche cose che hanno da dividersi svariate centinaia di milioni di poveri figli di nessuno, i quali si aggirano come ombre randagie nelle periferie delle grandi città, sperando in un'elemosina che permetta loro di mangiare almeno una volta, quel giorno.
Come si faccia quindi a pensare che la fame in India possa essere sconfitta coltivando solo orti familiari in chiave bio, resta chiaro forse solo a Vandana Shiva e ai suoi proseliti. 

Che coltivare anche (e si sottolinea la parola anche) un orto per autoconsumo sia scelta saggia, specialmente in alcune aree del Globo, resta fatto appurato, perché consente ai piccoli agricoltori di avere qualcosa da mangiare in caso la coltura principale sia seccata per la siccità. Ma se si vuol far credere che tale spaccato “rupestre” possa assurgere ad assetto agricolo globale del futuro, si corre il rischio di essere presi a schiaffoni, dialetticamente parlando, da chi le dinamiche e le dimensioni dei fenomeni mondiali ben le conosce. Perché un carro agricolo non può essere tirato da un topolino, checché ne pensi Shiva e chi le va dietro. Su questo punto dovrebbero magari soffermarsi tutti coloro che nelle piazze o su web applaudono ai suoi discorsi ispirati. Forse in tal caso capirebbero che di cibo per loro, cittadini senza più terra, ne resterebbe  ben poco se gli attuali agricoltori abbandonassero in massa trattori, mietitrebbia, diserbanti e ibridi selezionati, per passare tutti alla coltivazione di orti condotti a "zappa & biologico". E a nessuno piace restare a pancia vuota, né a lungo, né a breve termine.

Già una volta, alcuni decenni fa, ci fu qualcuno che nelle piazze chiedeva a gran voce “Volete burro o cannoni?” e la folla, inebriata d’ideologia, urlava “Cannoni!”. Poi però si è anche visto che fine hanno fatto gli Italiani a dare retta all’esaltato di turno. Si spera quindi che la Storia qualcosa l'abbia pur insegnata, con buona pace di Shiva e degli orticelli familiari.

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Tag: biotecnologie agricoltura familiare

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