L’agricoltura dà i numeri

I dati del sesto censimento come base per tratteggiare le future politiche per il settore. Se ne è discusso in un incontro finalizzato ad osservare la situazione per l’Italia del Nord. Giovani e montagna fra i nodi da sciogliere

Angelo Gamberini di Angelo Gamberini

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Un momento dell’incontro che si è svolto a Bologna

In dieci anni abbiamo perso per strada un terzo delle aziende agricole e quasi metà di quelle che si occupano di allevamenti. Ma in cambio abbiamo aziende con più ettari e più capi in allevamento. E’ il quadro, già noto, del sesto censimento dell’agricoltura italiana condotto da Istat che ha fotografato il settore alla data del 24 ottobre del 2010. La messe di numeri, statistiche e percentuali che il censimento ha offerto rappresentano un patrimonio di conoscenze sulle quali basare le politiche agricole del domani. E’seguendo questa linea direttrice che a Bologna si sono dati appuntamento ricercatori, economisti, amministratori pubblici e sociologi per tratteggiare i possibili futuri scenari per l’agricoltura dell’Italia del Nord. Interventi e dibattito, guidati con vivacità da Lorenzo Tosi, del gruppo Il Sole 24 Ore, hanno prima di tutto messo sul tavolo della discussione i numeri chiave. Così si è puntualizzato che nell’Italia del Nord il calo delle aziende si è fermato al 21%, contro un meno 32,4% nazionale. Le stalle chiuse sono state il 33,3 %, ma anche qui il dato nazionale è più pesante (-41,3%). Ad uscire di scena sono state soprattutto le aziende sotto i 20 ettari. I loro terreni sono confluiti nelle aziende più grandi. Di conseguenza è aumentata la dimensione media aziendale, che al Nord è passata da 8,3 a 11,5 ettari.
 
L’affitto resuscitato
Quali “letture” trarre da questi cambiamenti? Gli aspetti positivi, ha evidenziato l’assessore all’Agricoltura dell’Emilia Romagna, Tiberio Rabboni, si possono cogliere nell’aumento di un terzo  delle superfici medie aziendali. Il maggiore ricorso all’affitto dei terreni, che il censimento registra, va salutato con favore, dopo anni che di questo istituto si era persa traccia. Ma questa è anche una conseguenza dell’elevato valore dei terreni, ormai divenuti beni rifugio, cosa che ci differenzia da altri Paesi europei. La sempre maggiore specializzazione colturale che il censimento evidenzia può essere vista come un elemento di vantaggio. Ma deve far riflettere, suggerisce ancora Rabboni, il calo di alcune colture specialistiche, come è avvenuto per la frutta e per la vite e anche per le barbabietole, sebbene in questo caso abbiano più pesato le scelte di politica comunitaria piuttosto che quelle colturali e di mercato.
 
Il nodo giovani
I dati del censimento evidenziano poi due grandi problemi, i giovani e la montagna. E’ vero che i dati sul management aziendale mettono in luce un aumento dei capi azienda giovani che per di più hanno anche un maggior livello culturale. Il  4,2% di loro ha conseguito titoli di studio a indirizzo agrario, percentuale che sale al 7,7% nel Nord. Ma il problema sta nelle tante aziende che hanno un titolare anziano e dove non c’è un ricambio giovane in famiglia. Non meno preoccupante la situazione della montagna, dove questi problemi sono acuiti dal progressivo abbandono delle aree coltivate (meno 21%). Cala l’agricoltura e cresce l’incolto, il dissesto idrogeologico e il degrado paesaggistico.
 
Montagna, bene comune
Le cause, in pianura come in montagna, riconoscono una stessa matrice: la scarsa redditività delle attività agricole. Colpa in gran parte del “sistema Italia”, con il suo peso fiscale, l’eccessiva burocrazia, i costi dell’energia e dei trasporti. Ma qualche responsabilità ricade anche sugli agricoltori. Troppa frammentazione, debolezza nei rapporti con fornitori e acquirenti, assenza di un governo dell’offerta erodono margini di redditività all’agricoltura. Molte  risposte a questi problemi devono tuttavia giungere dalla politica agricola. Nel caso della montagna va riconosciuto che siamo di fronte ad un bene comune, da presidiare. E se il mercato non è in grado di premiare la presenza degli agricoltori, chi ha responsabilità del bene comune deve provvedere di conseguenza. Poi la multifunzionalità e le produzioni di eccellenza potranno dare un ulteriore aiuto, ma queste, da sole, non possono essere la risposta al problema.
 
Un'agricoltura per ricchi
Parlando di eccellenze produttive, va ricordato fra i tanti contributi all’incontro, quello portato da Corrado Barberis, presidente dell’istituto di sociologia rurale. Con la verve che gli è propria e uno spirito giovanile che solo apparentemente contrasta con la sua lunga esperienza di vita e di studio, Barberis ha lanciato una provocazione degna di nota. E’ vero che il censimento ha registrato la grande forza produttiva del Nord, che ha fatto diminuire le giornate di lavoro per ettaro (da 24,8 a sole 19,5). Ma la nostra agricoltura è destinata a perdere nel confronto globale se il metro di paragone è la quantità. Vince, al contrario, se punta sulla qualità e sulle eccellenze. Ma produrre eccellenza costa di più. E la nostra agricoltura, in questi tempi di crisi, sembra allora condannata a produrre per chi ha i soldi. Oppure si chiude. "Una condizione eticamente criticabile, ma siamo di fronte a un male necessario. E quando un male è necessario - ha concluso Barberis citando un noto aforisma - non è un male.”

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Fonte: Agronotizie

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Tag: agroalimentare allevamento convegni azienda agricola giovani burocrazia agricoltura in montagna politica agricola

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