E’ di questi giorni la decisione di Italatte, fra le più importanti imprese lattiero-casearie, di rinnovare in Lombardia i contratti con gli allevatori per la fornitura di latte. Molte le clausole previste, ma per ora fermiamoci al prezzo.

Si parte da 36,5 centesimi al litro per le forniture di settembre per poi scendere sino alla fine dell’anno a 35 centesimi. Poi da gennaio 2021 si riparte da 35,5 centesimi, conservando il meccanismo dell’indicizzazione, legato per il 30% all’andamento del Grana Padano.
L’anno precedente, ricordiamo, si partiva da 37 centesimi al litro. Ma cosa è successo dopo, emergenza sanitaria, calo dei consumi, caduta dei prezzi, è cosa nota.
 

Il latte lombardo

Questa intesa riguarda il latte prodotto in Lombardia, di gran lunga la Regione con la maggior produzione in Italia e che per questo rappresenta un punto di riferimento a livello nazionale.
Un accordo che Coldiretti Lombardia, per voce del suo presidente Paolo Voltolini, ha definito frutto di una trattativa complessa, che ha cercato di trovare un “equilibrio tra chi continua giustamente a investire in stalla e la crisi di mercato”.
Ma dalle altre organizzazioni agricole arrivano commenti assai critici. Siamo alle solite scaramucce sindacali (sempre pronte a imitare i polli di Renzo) o c’è qualcosa di più?

Andiamo allora a vedere qualche dettaglio del nuovo accordo. Italatte, che rappresenta importanti marchi come Parmalat o Invernizzi, per citarne solo alcuni, fa parte della galassia della francese Lactalis, e dalla Francia, dove già viene applicata, viene la “formula” per riesumare le quote latte.

 Agli allevatori viene indicato quanto produrre e per chi sgarra scattano le penalità, con una decurtazione sul prezzo del latte, nel caso lombardo 6 centesimi al litro.
Non poi tanto diverso dalle multe inventate da Bruxelles, ma questa volta a decidere quanto latte produrre è un privato, attento come ovvio ai propri interessi.
Ora questa nuova procedura è applicata agli allevatori lombardi, che dovranno evitare di produrre troppo, seguendo un meccanismo particolare, su base mensile.


Le regole da rispettare

In pratica si pretende dagli allevatori di mantenere nel 2021 le produzioni di latte registrate l’anno precedente nei mesi di gennaio, febbraio, marzo e aprile e poi in quelli di novembre e dicembre.
Non sfugge che si tratta dei mesi dove le produzioni di latte tendono fisiologicamente ad aumentare.

A chi non rispetta queste soglie il prezzo del latte si fermerà sotto la quota dei 30 centesimi, cioè sei centesimi in meno per tutta la parte eccedente.
L’acquirente, Italatte in questo caso, si pone le spalle al riparo da prezzi bloccati in momenti di possibile eccesso di produzione e crea le premesse per operare a prezzi talmente bassi da sperare nei surplus produttivi degli allevatori.
 

Il nodo benessere

Ulteriori penali potrebbero poi scattare per quegli allevatori che non saranno in grado di certificare il rispetto del benessere dei propri animali.
Tanta attenzione a questo tema merita un encomio, purché non diventi un improprio strumento di selezione dei produttori.

Sono già molti gli organismi e gli enti che vigilano sul benessere degli animali. Basti ricordare iniziative come Classyfarm o la recente figura del veterinario aziendale. E purché si eviti un aggravio di oneri per le imprese zootecniche.

Senza dimenticare che il mancato rispetto del benessere animale è un reato, del quale si dovrebbero interessare le istituzioni a ciò preposte e non le industrie del latte.