La carne bovina è sovente sul banco degli imputati. Ma le cause hanno sempre origine fuori dai confini nazionali. Pur senza colpe, gli allevatori italiani pagano però un conto salato ai continui allarmi, il più delle volte dai toni eccessivi. Ogni volta è una inevitabile caduta dei consumi e dei prezzi.


L'etichetta c'è, ma non basta

C'è anche un rovescio della medaglia, positivo in questo caso. Complice prima la vacca pazza e poi le frodi internazionali, da tempo l'indicazione della provenienza della carne sulle etichette è realtà. Ma non basta a dissipare la diffidenza dei consumatori.

A minare la credibilità della carne sono le polemiche sugli allevamenti intensivi, che a dispetto delle opinioni più diffuse, offrono ogni garanzia. Analoghe considerazioni si potrebbero fare sul tema del benessere animale. Si potrebbe continuare parlando di impatto ambientale, quando si dimenticano le iniziative che hanno coinvolto i nostri allevamenti nel risparmio di energia e di acqua.
 

La “Carta di Padova”

La carne bovina italiana merita più rispetto, si sono detti gli allevatori italiani riuniti a fine maggio sotto il vessillo del Consorzio L'Italia Zootecnica. Ma come fare? Ecco allora arrivare la “Carta di Padova”, il decalogo che gli allevatori hanno stilato per sottoporlo a quanti hanno responsabilità su questa materia.

A iniziare dal ministero della Salute, al quale si chiede di rendere più funzionali, anche con strumenti informatici, tutte le informazioni (identificazione, trattamenti, destinazione, etc) che riguardano i capi bovini.
Poi alla Commissione europea per l'istituzione di una “cartella clinica” di tutti i bovini, da affiancare alla ricetta elettronica alla quale affidare anche il compito di tenere traccia di ogni trattamento.
 

Un appello all'informazione

Al ministero per le Politiche agricole è destinato l'appello ad adottare il “Piano Carni Bovine Nazionale”, da tempo messo a punto dal Consorzio l'Italia Zootecnica.
Un altro appello è quello rivolto agli organi di informazione per una “narrativa veritiera e obiettiva” sulla reale condizione degli allevamenti italiani.
Un invito infine alla distribuzione, alla quale si chiede di riconoscere e condividere il valore della carne bovina prodotta in Italia.
 

Oltre le norme

In cambio gli allevatori si impegnano ancor più a garantire il benessere animale, superando i dettami delle normative in vigore, seguendo i più impegnativi protocolli dei disciplinari messi a punto da amministrazioni locali e nazionali, e da talune istituzioni scientifiche e sanitarie.

In più sono disponibili a offrire ogni garanzia sull'uso di farmaci e di alimenti per il bestiame, insieme all'applicazione di ogni accorgimento per offrire le migliori condizioni di allevamento agli animali.
 

Stop alla carne anonima

Se la carne bovina italiana può vantare questi “plus”, sarebbe un delitto non evidenziarli al consumatore. Un aiuto può venire dalle etichettature facoltative che gli allevatori si impegnano ad adottare. Ma non basta.

Il percorso della carne si perde nel nulla quando insieme ad essa si “mescolano” altri alimenti, come fibre vegetali, aromi o spezie. In questi casi, ma è solo un esempio, si perde per strada l'origine della carne.
 

Il ruolo della ristorazione

C'è un altro “luogo” ove la carne perde la sua identità. E' il ristorante o la mensa o qualunque altro punto di ristorazione collettiva. Anche in questi casi, chiedono gli allevatori, l'origine della carne dovrebbe essere nota.

In Francia lo hanno fatto. L'Italia, e i suoi allevatori, non meritano meno. E ci mettono la firma, quella delle undici sigle del mondo associativo e cooperativo che riuniscono il meglio degli allevamenti di bovini da carne italiani e che con il coordinamento del Consorzio L'Italia Zootecnica hanno firmato la “Carta di Padova”