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Pac, anche in Germania il dibattito entra nel vivo

Gli agricoltori si oppongono al trasferimento di risorse dal Primo al Secondo pilastro

Matteo Bernardelli di Matteo Bernardelli

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La Germania è uno dei player più importanti per produzione lorda vendibile e numero di aziende agricole d'Europa
Fonte foto: © Igor Mojzes - Fotolia

Il dibattito sul futuro della Pac si è aperto anche in Germania, uno dei player più importanti per produzione lorda vendibile e numero di aziende agricole d'Europa. A maggior ragione in una fase in cui le sofferenze per il comparto sono state molto evidenti, sia in termini di redditività che di mortalità delle aziende agricole stesse. A pagarne le spese, in modo particolare, le imprese a indirizzo zootecnico.

Se, infatti, in passato la diminuzione media delle aziende si attestava all'1,6% su base annua, attualmente il numero delle aziende lattiere e suinicole è sceso del ben 5%. Uno scenario che ha fatto dire a Joachim Rukwied, presidente della Dbv (il sindacato degli agricoltori tedeschi) di essere di fronte non solo a un cambiamento, ma a una "vera frattura strutturale".

Dati alla mano, nella campagna 2015-16 il risultato operativo delle aziende tedesche è sceso mediamente dell'8%, a 39.700 euro. Tuttavia, hanno evidenziato gli economisti, il reddito netto di un agricoltore non equivale a quella cifra, perché con quella somma deve anche finanziare gli investimenti avviati nella propria azienda.
Ecco, dunque, che le rivendicazioni della Dbv sulla Politica agricola comune sono molto nette. In vigore fino al 2020, la Pac già dal 2018 potrebbe subire qualche correzione di rotta, anche se forse, per mancanza di tempo, non una revisione così profonda.

"Gli agricoltori hanno bisogno di affidabilità, che significa, in termini più espliciti, di un Primo pilastro stabile", ha affermato Rukwied in occasione della presentazione del Rapporto sul settore agricolo 2016-17.

L'ipotesi di dirottare le risorse dei pagamenti diretti verso il Secondo pilastro (sviluppo rurale) è per la Dbv una proposta inaccettabile, "che colpirebbe in modo grave gli agricoltori". L'idea di aumentare dal 5% al 15%, già a partire dal 2018, i fondi dei pagamenti diretti da trasferire al Secondo pilastro, era stata lanciata da Spd e Verdi.

Il presidente si augura che l'orientamento della riforma della Pac post 2020 garantisca "un'agricoltura economicamente stabile, sostenibile e competitiva". E, magari, con pagamenti puntuali agli agricoltori, dal momento che, come in verità in molti paesi europei, le erogazioni dei fondi alle imprese agricole sono avvenute con ritardo rispetto ai tempi standard cui il sistema agricolo era mediamente abituato; e questo per oggettive complicazioni burocratiche.

"La crisi del 2016 - ha specificato il numero uno della Dbv - ha ben evidenziato come in tempi di volatilità dei mercati le aziende tedesche abbiano bisogno di una Politica agricola affidabile".
Bocciata, pertanto, l'idea di assicurare più fondi allo sviluppo rurale, che, al contrario dei pagamenti diretti, impone dei vincoli agli agricoltori. Imposizioni che in una fase di oggettiva difficoltà renderebbero ancora più onerosa la gestione aziendale, arrivando anche all'esasperazione di un mancato utilizzo dei fondi comunitari stessi.
Fra l'altro, come ha ricordato in occasione della conferenza di Cork 2.0 la Commissione Agricoltura dell'Ue, la Germania nell'impostazione della Pac 2014-2020 scelse di spostare dal Primo al Secondo pilastro risorse pari a 1 miliardo e 228 milioni di euro.

"In futuro abbiamo bisogno - ha puntualizzato Rukwied - di poter accedere a mercati ad alto valore aggiunto e avere un solido quadro commerciale che sostenga le nostre aziende e non le emargini, dal momento che non c'è alcuna possibilità di ritornare a mercati nazionali controllati e protezionisti".

Nei primi anni Novanta nelle aziende agricole lavoravano circa 1,2 milioni di persone, mentre oggi solo 650mila. Il numero di aziende agricole è passato da 540mila a 280mila unità. In tale contesto la Dbv rimane pessimista, soprattutto alla luce delle perdite subite dai produttori di latte nel 2015 (-17%), dei produttori di suini (-9%) e di suinetti (-6%).

Le circa 25mila aziende biologiche presenti nel paese hanno guadagnato in media un quinto in più rispetto all'anno precedente, aumentando il proprio reddito medio a 87.200 euro.
Per i prossimi mesi la Dbv stima una timida ripresa, grazie al lieve aumento segnato dal prezzo del latte.

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