La filiera avicola italiana punta al marchio di qualità “100% uovo italiano”. Un progetto sostenuto da Assoavi e dai produttori di uova, con l’obiettivo di invertire la rotta dei consumi e di comunicare le caratteristiche del made in Italy, anche attraverso campagne pubblicitarie via Facebook e sui principali media nazionali.

Il disegno del marchio sul made in Italy è già in fase avanzata e rientra nell’alveo dei sistemi di qualità nazionale (Sqn), relativamente al quale nei prossimi giorni il disciplinare – già depositato al ministero delle Politiche agricole – verrà pubblicato in Gazzetta Ufficiale, in attesa della fase procedurale comunitaria. Il tempo necessario per completare l’iter in Ue dovrebbe richiedere 5-6 mesi.

L’avicoltura per la produzione di uova necessita di un cambio di passo e la strategia sulla quale punta la filiera nazionale – caratterizzata da un modello produttivo in soccida – è quella dell’origine, per fare leva sulla qualità del made in Italy.
Sarà sufficiente per modificare una tendenza ribassista dei consumi, che nel periodo gennaio-agosto 2016 sullo stesso periodo dell’anno precedente hanno perso l’1,8%, come ha ricordato Stefano Gagliardi, direttore di Assoavi?

In un comparto il cui tasso di autoapprovvigionamento si aggira intorno al 103-104 per cento – osserva Gagliardi, intervenuto sabato scorso al convegno “Alla scoperta dell’uovo italiano tra utopia e realtà” alla seconda edizione di Expovo di Cavriana (Mantova) – un calo dell’1,8%, che segue una contrazione dello 0,2% del 2015 sul 2014, non è senza conseguenze, apre scenari complessi. E lo dimostra il calo del 25,9% delle quotazioni delle uova rispetto alla media dei listini degli ultimi cinque anni, anche se in quest’ultima fase i prezzi stanno risalendo”.

Da sola, ha ricordato Diego Balduzzi, vicepresidente di Cia Est Lombardia, “l’interprofessione non basta, perché il settore subisce vere e proprie campagne di disinformazione”.

In effetti, chiarito l’equivoco che non vi sono legami diretti fra il consumo equilibrato di uova e il colesterolo o le patologie epatiche, ora la battaglia contro l’allevamento di galline ovaiole si è spostata nel campo delle modalità produttive. Gli stili di vita – rilevati recentemente  da Ismea – hanno evidenziato che il carrello della spesa è sempre più “wellness-oriented”, con più prodotti di qualità e sostenibili, con maggiore contenuto di servizio, salutistici. La rappresentazione plastica è data da un aumento dei consumi (anno 2015) senza glutine (+33%), biologici (+20%), prodotti integrali (+14,4%), senza lattosio (+14%); per non parlare della crescita dei consumatori vegani.
 
Un momento del convegno
(Fonte immagine: © Matteo Bernardelli - AgroNotizie)

In tutta questa evoluzione l’uovo si ritrova compresso in mezzo a visioni distorte che privilegiano esclusivamente il biologico e l’allevamento a terra e demonizzano le gabbie. Eppure nel 2012 gli allevatori hanno speso 600 milioni di euro per aggiornare il parco-gabbie.
Temo però che, con una campagna contro, gli allevatori si vedranno costretti a fare ulteriori sacrifici per cambiare allevamenti nuovi – ha ipotizzato Gagliardi – perché ci ritroviamo in una condizione paradossale in cui nessuno vuole difendere l’allevamento in gabbia, mentre una ricerca dell’Università di Milano ha rilevato che sul piano sanitario non c’è differenza tra allevamento in gabbia o a terra. La differenza, semmai, è solo dal punto di vista etico”.

Sulla questione delle gabbie Ettore Prandini, presidente di Coldiretti Lombardia, ha puntato l’attenzione sulle storture del passato, che hanno penalizzato gli allevatori italiani.
Le gabbie dismesse in Italia venivano riciclate in altri paesi, magari anche della stessa Ue, che poi produceva uova che vengono importate a prezzi inferiori nel nostro Paese – ha tuonato Prandini – con una chiara forma di concorrenza sleale”.
I costi di produzione in Italia, fra normative legate alla tracciabilità, al benessere animale, alle norme igienico sanitarie, “sono più alti mediamente del 15% rispetto ai paesi terzi, per non parlare di costi di accesso al credito o della burocrazia”, ha riassunto il direttore di Assoavi.

E se uno degli obiettivi è quello di creare un’interprofessione in grado di rappresentare i 3.000 produttori e gli 800 centri di imballaggio con una voce unica per contrastare il potere straripante della grande distribuzione organizzata e rilanciare l’export dei cosiddetti “uovo-prodotti” soprattutto verso il Giappone, che nel giro di un anno ha ridotto l’import dall’Italia del 53%, la strategia che Regione Lombardia intende portare avanti è quella del ripristino dell’operatività del tavolo interregionale di filiera, per tradurre in una posizione condivisa i progetti di Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto, territori che producono 31 milioni di uova sui 42 totali a livello nazionale.

Lo ha annunciato l’assessore all’Agricoltura della Lombardia, Gianni Fava, che ha ricordato come l’avicoltura, “seppure esclusa dagli aiuti diretti della Pac, in Lombardia può beneficiare della misura 16 del Psr, con risorse per 160 milioni di euro. Finora però non risultano pervenuti progetti di filiera, anche se c’è ancora tempo”.

Fra le sfide annunciate dall’assessore lombardo non mancano una nuova modalità di promuovere il prodotto, comunicando la qualità dell’uovo e le proprietà nutrizionali, troppo spesso dimenticate per effetto di una visione distorta e finto-salutista e l’identificazione del made in Italy come garanzia di salubrità, sicurezza alimentare ed etica nell’allevamento.

Qualora la filiera dovesse inoltre ritenere valido il percorso di un marchio 100% italiano, come sembra di capire, Regione Lombardia si farà parte diligente per sostenere il progetto in Conferenza delle Regioni e con i ministeri delle Politiche agricole e della Salute – ha assicurato Fava -. Sono convinto che la strada giusta sia quella di raccontare il mondo avicolo e le uova per incentivare un consumo che negli ultimi anni ha subito qualche rallentamento, complice forse anche una informazione non completamente corretta”.