Ancora una manciata di ore e sarà il primo aprile, una data destinata a restare negli annali della zootecnia con l'addio al regime delle quote latte dopo 30 anni di “tormenti”. Un addio che nasconde però molte insidie. Si potrà produrre quanto latte si vuole, senza vincoli e senza freni se non quelli del mercato e dei prezzi. E tutti in Europa, chi più chi meno, già si stanno preparando producendo più latte. Gli ultimi dati, che si fermano a dicembre 2014, dicono che la produzione europea è cresciuta del 4,2%, con Regno Unito, Polonia Francia e Germania a guidare la “pattuglia” dei Paesi con i maggiori incrementi. L'Italia non è stata da meno e anche nelle nostre stalle si registrano aumenti produttivi che oscillano intorno al 3%, come già anticipato da AgroNotizie. Aumenti che probabilmente porteranno l'Italia a superare la propria quota nazionale di riferimento. E saranno nuove multe, proprio ora che le quote saranno cancellate. Le conseguenze degli aumenti di produzione non si fermano qui. L'altra conseguenza è la flessione dei prezzi, scesi a soli 35 centesimi al litro. La situazione è difficile a dispetto di piani, programmi e “tavoli” sin qui discussi, tanto che gli allevatori hanno deciso di alzare la voce e portare la loro protesta sotto le finestre del “Palazzo” il 31 marzo. Nessuno rimpiange le quote latte, ma il loro addio si sta per rivelare più difficile del previsto. Ne sono convinti al Consorzio di tutela del Parmigiano Reggiano dove si è deciso, a ragione, di ripristinare le quote per evitare quegli esuberi produttivi che da settimane hanno fatto precipitare i prezzi del “Re” dei formaggi.

Arrivano le etichette
L'appuntamento con il primo aprile non si ferma alle quote latte, ma sancisce anche l'avvio del nuovo sistema di etichettatura delle carni di suino, ovino e dei volatili. Lo prevede il Regolamento della Commissione Ue 1337 del 2013 che ha fissato per il primo aprile di quest'anno l'obbligatorietà di indicare la provenienza delle carni anche per queste specie animali. Sugli scaffali di negozi e supermercati le nuove etichette dovranno prevedere indicazioni analoghe a quelle che già dal 2002 si leggono per le carni bovine. Allora la decisione fu conseguente alla comparsa della Bse (vacca pazza), oggi dalla volontà di fornire al consumatore informazioni trasparenti e complete per una scelta più consapevole. Così sulle braciole di suino, sulle costine di agnello o sui petti di pollo, per citare alcune preparazioni, potrà essere presente l'indicazione “Origine Italia”. Questa sta a significare che tutto il ciclo di produzione, dalla nascita all'allevamento, sino alla macellazione, è avvenuto in Italia. Questo “Origine Italia” lo troveremo facilmente sui prodotti avicoli, dove l'Italia è autosufficiente. Meno frequente sarà sulle altri carni, come quelle di suino e di ovino (capre comprese), dove la quota di carni importate è rilevante. E qui le indicazioni in etichetta seguiranno diverse indicazioni in relazione alla provenienza (Ue o extra Ue) e ai luoghi ove il ciclo produttivo si è svolto.

Gli esempi
Prendiamo il caso di un suino nato in Olanda e a due mesi di età importato in Italia dove è rimasto per almeno quattro mesi, sino al completamento del ciclo di produzione. Sulla etichetta delle sue carni comparirà la dicitura “Allevato in Italia”. Stessa indicazione nel caso di un animale entrato in Italia ad un peso inferiore ai 30 chili e macellato ad un peso superiore agli 80 chili. In questo caso i tempi di ingresso e quelli di allevamento non sono presi in considerazione. Stessa cosa se il peso alla macellazione è inferiore agli 80 chili anche se l'intero ciclo produttivo è avvenuto in Italia. Regole analoghe sono previste per ovini e caprini. In questo caso “Allevato in Italia” è riservato agli animali che hanno trascorso negli allevamenti italiani almeno sei mesi. Oppure se sacrificati ad un'età inferiore ai sei mesi, pur se nati e allevati in Italia. Ne consegue che per gli agnelli, piatto della tradizione pasquale, è preclusa l'etichetta con “Origine Italia”. Più semplice la situazione per gli avicoli. Un mese di allevamento in Italia dà accesso alla scritta “Allevato in Italia”. Così pure per gli animali che hanno un'età inferiore al mese. Per tutti gli altri, dunque la maggior parte, potremo leggere sulle etichette “Origine Italia”.
 

Gli esempi per le nuove etichette
SPECIE INDICAZIONE REQUISITI
Tutte Origine Italia animali nati, allevati e macellati in Italia


Suini


Allevato in Italia
macellato sopra i sei mesi ed ha trascorso almeno gli ultimi quattro in Italia
Entrato in Italia ad un peso inferiore ai 30 kg e macellato ad oltre 80kg
Macellato a meno di 80 kg e intero ciclo in Italia

Ovi-Caprini

Allevato in Italia
Almeno gli ultimi sei mesi in Italia
Macellato sotto i sei mesi e intero periodo di allevamento in Italia

Pollame

Allevato in Italia
Ultimo mese in Italia
Macellato sotto il mese di età e intero periodo di ingrasso in Italia



Gli esclusi
Ora l'importante è che queste informazioni vengano trasmesse ai consumatori con una adeguata campagna di informazione. Se i consumatori saranno attenti alla provenienza, come ci si augura, le carni italiane potrebbero trarre vantaggio da queste nuove etichette, anche se restano alcuni punti “scoperti”. L'aver escluso le carni di coniglio, ad esempio, è motivo di molte perplessità. Forse il legislatore europeo non è abituato a considerare questo settore fra quelli meritevoli di attenzione. La coniglicoltura, infatti, ha un certo peso economico solo in Italia e poi a una certa distanza in Francia e Spagna. In altri Paesi è pressoché sconosciuta come attività zootecnica. Ma ciò non giustifica questa disattenzione.
L'altro capitolo, ben più importante, è quello delle carni trasformate, in particolare di suino. Anche dopo il primo aprile non sapremo se il prosciutto che si porta in tavola è di suino italiano o meno. Unica certezza della provenienza, come ieri, la si avrà solo per i prosciutti a marchio Dop. Per tutti gli altri, e sono la maggior parte, sappiamo solo che due ogni tre vengono da cosce di suini allevati al di là delle Alpi. Quindi le probabilità di mangiare un prosciutto italiano sono davvero esigue. Ma la Commissione europea non ha chiuso le porte ad un allargamento dei prodotti da etichettare. Se i costi non saranno proibitivi anche i prosciutti (e così altri salumi) potranno avere il “passaporto” con la nazionalità. Ma si dovranno superare le resistenze delle industrie di trasformazione, da sempre contrarie a questo progetto.