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Coltivare l'alkekengi, anche in Italia è possibile (e conviene)

Solitamente importato dal Sud America, può essere coltivato anche nel Bel Paese e ha un ottimo prezzo di mercato. In provincia di Mantova la coltivazione più grande d'Italia

Tommaso Cinquemani di Tommaso Cinquemani

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Tratto distintivo è il calice cartaceo rosso-giallo che avvolge la bacca, di colore arancione
Fonte foto: © syntheticmessiah - Fotolia

L'alkekengi (chiamato anche alchechengi o alchechengio) è un frutto esotico che vediamo comparire in qualche negozio sotto le feste natalizie. In larga parte proviene dalla Colombia e dal Perù, dove viene coltivato sugli altipiani andini. Un frutto dal sapore forte, agrumato, ricco di vitamina C e acido citrico. Ma è il calice, a forma di campanula, ad averlo reso famoso. Viene infatti fatto seccare e utilizzato come addobbo avendo l'aspetto di una lanterna cinese. E infatti alcuni nomi comuni dell'alkekengi si rifanno a questa pecliarità (Lanterne cinesi, Winter cherry, Chinese lantern plant, Fairies lanterns).

Il Physalis alkekengi, questo il nome latino, è tipico dell'Asia e del Sud America, ma da qualche tempo si coltiva anche in Italia. "Era il 2010 quando una mia amica mi parlò di questo frutto e della difficoltà che aveva nel reperirlo", racconta ad AgroNotizie Paolo Cavalieri, titolare dell'azienda agricola Giallo Grano di Monzambano, in provincia di Mantova.
"Così le ho promesso che avrei iniziato a coltivarlo e che per l'anno successivo le avrei regalato i primi frutti. Invece è stata più dura di quello che pensassi e mi ci sono voluti due anni per riuscire a far partire una coltivazione".

Il primo problema è stato reperire il seme, impresa tutt'altro che facile visto che l'alchechengi è una pianta che fino a pochi anni fa in Italia non era coltivata. E infatti Cavalieri, con anni di esperienza da vivaista sulle spalle, si è dovuto rivolgere a delle ditte importatrici francesi. I primi impianti poi non sono andati bene, su mille semi nascevano dieci piantine perché il Physalis alkekengi necessita del giusto mix di terreno e umidità. Ma dopo i primi esperimenti riusciti la coltivazione si è allargata.

"Oggi siamo i primi produttori in Italia. Coltiviamo alkekengi nella nostra azienda agricola a Monzambano, ma anche in Puglia, Toscana, Veneto, Emilia Romagna e Lombardia", spiega Cavalieri. "Abbiamo dei contratti di esclusiva con gli agricoltori a cui forniamo le piante e il supporto agronomico e in cambio ci impegniamo a ritirare i frutti".

Ma come si coltiva l'alkekengi? E' una pianta della famiglia delle solanacee, perenne, che si sviluppa nel terreno attraverso un rizoma da cui ad ogni primavera nascono i nuovi germogli. Tratto distintivo è il calice cartaceo rosso-giallo che avvolge la bacca, di colore arancione. La fioritura è estiva, da luglio ad agosto, mentre le bacche possono maturare fino all'autunno inoltrato, dipende dall'areale in cui si trova l'impianto.
 
Un impianto di alkekengi
Un impianto di alkekengi
(Fonte foto: Paolo Cavalieri)

"E' una pianta rustica, che predilige il caldo e il sole e ambienti poco umidi. Noi lo coltiviamo in pieno campo, dove non ha bisogno di cure particolari per quanto riguarda trattamenti insetticidi o fitosanitari", spiega Cavalieri. "Bisogna però avere le giuste cure nei confronti di questa pianta e non trattarla come fosse mais. Il campo deve essere tenuto pulito, l'erba sfalciata, e l'irrigazione non può essere a scorrimento, ma a goccia".

Il sesto di impianto è di 5-6mila piante ad ettaro e ogni pianta produce in media all'anno 2,5 chilogrammi di alkekengi. Se si considera che in negozio il frutto fresco viene venduto tra i 15 e i 20 euro al chilo si capisce perché ci sia interesse da parte degli agricoltori a questa coltura.

"Molti si interessano all'alkekengi per il prezzo di mercato che ne fa una coltura remunerativa. Ma coltivare questa pianta non è come coltivare frumento o mais, ha bisogno di cure specifiche e della stessa attenzione che richiederebbero impianti di frutti di bosco o di orticole", precisa Cavalieri.
 
Un campo di alkekengi
Un campo di alkekengi
(Fonte foto: Paolo Cavalieri)

Ma come si mangiano gli alkekengi? La tradizione vuole che si immergano nel cioccolato fuso, ma possono essere mangiati anche al naturale, per assaporare tutto il gusto della bacca. L'azienda di Cavalieri fa preparare confetture, come quella di cachi e alkekengi, e si abbina bene anche con ciliegie, pere e mirto. Poi c'è la mostarda, che durante l'edizione 2017 di Golosaria ha vinto il premio come miglior prodotto dell'anno. Ma è possibile anche produrre panettoni (per restare in tema Natale), colombe pasquali, formaggi di capra, e disidratate le bacche possono fare parte di snack o accompagnare yogurt e frullati.

© AgroNotizie - riproduzione riservata

Fonte: Agronotizie

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Tag: frutticoltura intervista reddito agricolo frutti esotici

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