Niente di nuovo sotto al sole: dagli a Monsanto e addosso a glifosate. Al Board of directors di St. Louis, ormai, converrebbe farsi pagare le royalties non per gli Ogm, bensì per le volte che viene usata la parola “glifosate”, “Roundup” e “Monsanto”. Le quotazioni in borsa sfonderebbero il tetto di Wall Street.
 
Vuoi seminare il panico sul virus Zika? Et voilà: basta tirare in ballo un pesticida a caso e una grande multinazionale. A questo giro però, con sommo disappunto degli haters di Monsanto, ci sono di mezzo i semisconosciuti pyryproxyfen, un insetticida, e Sumitomo. Quindi cosa facciamo? Anche se l’industria giapponese è ben più grossa di quella americana (26 miliardi di dollari contro 15), non è mai stata messa nel mirino dai troll anti-chimica, quindi chi se la fila? Chi clicca sui soliti link acchiappagonzi? Nessuno. Quindi anche se Monsanto nulla c’entra con Sumitomo, “loro” ce la fanno entrare d'emblée. Basta dire che il Colosso Giapponese è una filiale di Monsanto e i clickbait s’impennano. Qualcuno a Tokyo avrà fatto harakiri dal ridere. A St. Louis un po’ meno, perché ci metterebbero la firma ad avere come “filiale” un gigante come Sumitomo.
 
Non sei brasiliano, ma italiano? Ti serve sputtanare il vignaiolo vicino di casa, per convincere i clienti che solo tu fai vino sano, senza veleni? Non c’è problema: basta pubblicare compulsivamente sui social fotografie dei vigneti altrui con i segni del diserbo nei sottofila e i commenti dei babbei si moltiplicano più dei lieviti nel mosto.
 
Oppure sei un parvenu politico - nato per sbaglio su qualche blog senza scrupoli - e ora cerchi voti per non perdere l’insperato cadreghino che ti ha salvato dalla disoccupazione? Semplice, basta una mozione per chiedere l’abolizione del noto erbicida. Perché con l’ecotossicologia mica si guadagna share, con la demagogia si.
 
E via così, a piacere.
 
Oggi tocca all’odiata Germania e alla sua birra. A livello geopolitico le due stanno infatti all’opinione pubblica italiana come Monsanto e glifosate stanno all’ideologia agro-ecologista. Odiata la Germania, odiata la birra, per lo meno dai produttori italiani di vini che nella spumeggiante bevanda alemanna trovano un osso molto duro contro cui competere. E così, la notiziona del secolo sarebbe che in 14 marche di bionde tedesche avrebbero trovato residui di glifosate tra 0,46 e 29,74 µg/L. La tempesta perfetta: Germania, birra, Monsanto e glifosate. Tutte insieme appassionatamente.
 
Ça va sans dire, la sbronza mediatica esplode con un fragore al cui confronto i capodanni napoletani sono festicciole dell’Esercito della Salvezza.
 
I rimbalzi mediatici sono quindi immediati e variopinti: dalle comunicazioni giustamente tiepide e tendenzialmente neutre dell’Ansa e di alcuni quotidiani di tiratura nazionale, si passa ad aperture come quelle del blog di Beppe Grillo, ove si riparla di “scandalo delle emissioni truccate sulle automobili” (ma cosa c’entra?) e di “Caporetto economica per la Germania” (per la birra? Si, si: aspetta e spera). Si scopre pure che la birra tedesca sarebbe “affetta dal glifosato”, manco fosse il virus del morbillo. Ovviamente, non poteva mancare lo Iarc con le accuse a glifosate di essere cancerogeno. Infine si sottolinea come siano stati trovati valori “fino a 300 volte superiori ai 0,1 microgrammi, considerato il limite consentito dalla legge per l'acqua potabile”. Uno scandalo, agli occhi del Sacro Blog, se si pensa “al cliente inconsapevole di acquistare veleno”. A coerente corollario di tale asserzione, il pezzo chiude con un video dal titolo “Bevi una di queste birre? Buttala!”. Che volete farci? È il blog di Beppe Grillo.
 
Immediate anche le reazioni sui social network, con i disinformatori hobbisti e professionali che rilanciano la notizia, vuoi con le solite infografiche demenziali, vuoi con dei post pieni di punti esclamativi buttati qua e là nel web come benzina sul fuoco. La tecnica gaglioffa è sempre quella: prendere un numero che non c’entra niente con un altro e confrontare i due come se ciò avesse senso. L’effetto terroristico è assicurato. Questo è infatti ciò che è stato fatto con le birre al glifosate.
 
Dato che il limite delle acque potabili è di soli 0,1 µg/L, un valore di 29,74 è in effetti 300 volte superiore. Quindi s’instilla nei lettori l’agghiacciante sospetto che se si beve quella birra la loro salute è a forte rischio. Gioco tanto vecchio quanto sporco, questo, ma che funziona sempre. Purtroppo, è inferiore all’1% la popolazione conscia che il limite europeo per le acque non è stato fissato tramite valutazioni di tipo tossicologico, bensì è nato “ad capocchiam”, così com’è. Poteva essere uno, dieci, zero virgola uno. A scelta. Qualcuno ha perciò stabilito che più di 0,1 µg/L nelle acque potabili non ci dovesse essere. Peccato che se gli si chiedesse oggi il perché, quel “qualcuno” non saprebbe rispondere se non farfugliando retoriche banalità sulla salute dei cittadini. Anche perché appare dura spiegare a quei cittadini che il limite vale per tutte le molecole indistintamente, dalla più tossica alla meno tossica.
Tanto per dire, tebufenozide ha un limite di legge sulle mele di 1 mg/kg. Ovvero 10 mila volte più alto del suo limite nelle acque potabili. Metomil, molto più tossico, ha un limite di residui pari a 0,02 mg/kg, cioè 50 volte inferiore a quello di tebufenozide. Il loro limite nell’acqua, però, è 0,1 µg/L per entrambi. Un’assurdità che non gioca certo a favore dei normatori delle acque, visto che a differenza del loro quello sulla frutta è un residuo fissato in accordo con i rispettivi admissible daily intake. Tutto un altro paio di maniche.
 
A costo di ripeterci, ben diverso appare l’approccio nordamericano, ove gli enti preposti compiono valutazioni proprio su base tossicologica, partendo cioè da dati certi. Il risultato è che ogni molecola ha un suo proprio limite nelle acque e quel limite deriva dalla sua reale pericolosità potenziale per la salute. E così agendo, guarda caso, in America a glifosate è stato assegnato un limite nelle acque di 700 µg/L, ovvero 7.000 volte più alto di quello europeo. E 23 volte più alto del più alto valore di residui trovati nelle birre tedesche. In altre parole, per bere ciò che negli Usa è permesso in un solo litro di acqua ce ne vogliono 23 della birra a più alto residuo trovato. Va bene che americani e tedeschi con la birra ci vanno molto allegri, ma si dubita fortemente che si possano scolare 23 litri di “bionda” non solo per un giorno, bensì per tutta la vita. I rischi per la loro salute deriverebbero infatti da tutto, tranne che da glifosate, dal momento che in 23 litri di birra ce n’è circa 1,2 di alcol puro. Una dose sufficiente a mandare in come etilico anche il più forte dei bevitori. E l’alcol, per il succitato Iarc, è in Gruppo 1, mica 2A come glifosate. Tanto per mettere i puntini sulle “i” di birra.
 
La vera morale di questa brutta storia è quindi che per colpa di quel maledetto limite nelle acque ogni residuo trovato nell’ambiente o nelle bevande viene fatto passare dai soliti furfanti come un veleno pericolosissimo. Grazie ad esso sono stati pure banditi alcuni diserbanti, mentre altri sono stati fortemente limitati in nome di una salute pubblica che tutto è tranne che in pericolo quanto si vorrebbe far credere.
Se invece si adottassero le procedure di valutazione americane, seguendo cioè la via tossicologica e abbandonando quel balzano 0,1 µg/L, sic et simpliciter, ci si accorgerebbe che i report sulle acque diverrebbero all’improvviso tranquillizzanti, perché non vi sarebbe un solo agrofarmaco trovato oltre i limiti di Legge. Cosa che invece accade spesso con il valore monolitico attuale, creando allarmi ingiustificati e bandi scellerati, forieri di gravi danni all’agricoltura a fronte di benefici nulli per la salute.
 
Se perciò avete in casa qualcuna di quelle birre, bevetevele pure serenamente alla salute di Beppe Grillo, mandando pure a stendere chi ve la vuol far andare di traverso. Magari evitando però di berne 23 litri, ma non per il glifosate, bensì per il vostro fegato.
 
Breaking News. Nel senso che di tali notizie ci si sarebbe anche rotti: dalla patria della birra a quella del vino. In Francia Ségolene Royal, Ministro all’Ambiente, attacca anch’ella glifosate. Non come molecola in sé, ma per i suoi coformulanti. Chiede infatti il bando delle “tallow amine”, o “amine di sego”. Grande polverone, riunioni d’urgenza, strilli sui giornali contro glifosate e contro Roundup. E per cosa? Al solito, per nulla. La morte di questo coformulante è già stata comunque prevista entro luglio 2017. Tanto per dire, dei vari formulati di Roundup che vende Monsanto, solo Roundup Max lo contiene (dato pubblico e trasparente riportato nella scheda di sicurezza, scaricabile dal sito). Gli altri no, anche perché sono ormai anni che la Casa di St. Louis lavora per produrre solo formulati “tallow amine free”. Quindi, con sommo dispiacere di molti, il bando delle amine di sego darà forse solo una leggera pettinata al mercato dei generici, non certo a Monsanto. Nonostante ciò, Ségolene Royal spinge con grande foga una proposta che per le aziende è già cosa assodata da almeno un paio d'anni. Così facendo, crea però anche il sospetto di stare gettando basi furbesche affiché, dopo il bando, lei possa accaparrarsi meriti che non ha. Un comportamento che nei politici sembra scritto nel dna e del quale perciò non vi sarebbe nulla di cui stupirsi. Oppure è semplicemente perché non sa di che parla, ma vuole parlare lo stesso. E anche questa è un'ipotesi. Del resto, se il suo ex compagno, il presidente François Hollande, l’ha mollata, un motivo ci sarà pure. O no?