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Inquinamento da liquami zootecnici - Prima Parte

Allevatori negligenti o disinformazione sensazionalista? A cura di Mario A. Rosato

Mario A. Rosato di Mario A. Rosato

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Per quale motivo, in Italia, ogni iniziativa, impianto o progetto fa insorgere contro la popolazione locale?
Fonte foto: © photoprojektrm - Fotolia

Gli allevatori spesso vengono additati, da ambientalisti e "comitati locali", tra i peggiori inquinatori e deturpatori del paesaggio e dell'ambiente naturale in generale.
E' plausibile che qualche soggetto si meriti tale etichettatura, ma è anche vero che l'Italia si classifica come uno dei paesi europei con più conflittualità nei confronti delle opere pubbliche e private, genericamente chiamata dai politologi: "Sindrome Nimby" (not in my back yard) letteralmente "non nel mio giardino", sottintendendo: "fatelo pure altrove".

La conflittualità arriva a tal punto che il ministero dell'Ambiente e la presidenza del Consiglio dei ministri si avvalgono di una società di marketing e branding, chiamata Nimby Forum, la quale ha il preciso compito di rilevare i casi di contestazione cittadina di opere in corso o di nuovi progetti. L'avvocato Fabio Balocco - nel suo articolo critico Il Nimby Forum: se lo conosci, lo eviti - lo definisce come "ennesima struttura burocratica perfettamente inutile" (sic).

Aldilà del gergo bocconiano, che permea il sito e della mancanza di trasparenza su quanto costa ai contribuenti mantenere una società di marketing al servizio dei politici, il fatto obiettivo è l'esistenza di una buona percentuale di conflitti, rilevati come "Nimby", riguardante gli impianti di biogas.
Si tratta proprio di quegli impianti che, invece, hanno il maggiore potere di mitigazione delle emissioni climalteranti e odorigene direttamente connesse agli allevamenti zootecnici intensivi contestati dai "comitati del no".

Sembra dunque logico domandarsi: per quale motivo, in Italia, ogni iniziativa, impianto o progetto fa insorgere contro la popolazione locale? Azzardiamo alcune ragioni. Da un lato, visto il comportamento generale della classe politica, oggi i cittadini nutrono una scarsa fiducia nei confronti delle istituzioni dello Stato. Un'altra ragione è più culturale: l'istruzione italiana pone scarsa attenzione nei confronti della logica come strumento di pensiero analitico, e del metodo scientifico come mezzo per discernere verità da bugie.
Pertanto, se i cittadini fossero istruiti meglio in materie tecnico-scientifiche, quindi capaci di discernere, autonomamente, fra fatti obiettivi e falsa informazione, allora molte delle situazioni di "Sindrome Nimby" - vissute quotidianamente - nemmeno si porrebbero. In aggiunta, c'è una certa componente di disinformazione diffusa dalle reti sociali.

Ormai, chiunque (senza arte né parte) può mettere in circolazione qualsiasi teoria complottistica, che viene puntualmente amplificata e alimentata da una società che giudica in base al proverbio: "A pensar male si fa peccato, ma spesso s'indovina". Purtroppo, talvolta i mezzi di comunicazione generalisti contribuiscono ad esasperare i conflitti, forse perché il sensazionalismo fa sempre audience, forse per mancanza di preparazione tecnico-scientifica del giornalista.
Prendiamo ad esempio un servizio di Sara Giudice andato in onda nel programma Piazza Pulita, condotto da Corrado Formigli: "Allevamenti: Il liquame che inquina".
 
(Fonte video: La 7)

Con tutto rispetto per i colleghi giornalisti televisivi, l'indagine in questione è poco rigorosa dal punto di vista tecnico-scientifico e dunque promuove la disinformazione perché presenta una visione di parte di un problema senza un contradditorio o una opinione di un esperto indipendente.
             
Proponiamo ai nostri lettori e lettrici un esercizio di ragionamento critico. Vi invitiamo dunque a guardare il video e valutare le seguenti osservazioni:
  • Il servizio giornalistico illustra con una serie d'interviste un caso tipico di conflittualità fra vicini, lasciando sottintendere che tale situazione sia la norma di tutti gli allevamenti. Il titolo sembra un tanto sensazionalista, ma se crediamo nella buona fede e indubbia professionalità dei giornalisti, possiamo quanto meno bollarlo come inadeguato. Infatti, viene raccontata una mezza verità, generalizzando a tutta la categoria degli allevatori italiani un caso puntuale avvenuto in una località non precisata dell'Emilia Romagna. Quando si presenta una notizia, è buona regola precisare dove sono accaduti i fatti e chi sono i soggetti coinvolti.
  • Il servizio presenta un allevatore evidentemente infastidito e scontroso, ma che sostiene di avere l'impianto in regola e i suoi vicini come vittime, che apportano come prova contro il loro vicino qualche macchia di terra priva d'erba. Manca una testimonianza imparziale, ad esempio dell'Asl locale, che spieghi i fatti. Se l'allevatore ha commesso un reato ambientale, allora il servizio avrebbe dovuto specificarne la natura e l'entità. Inoltre, il video mostra lo scarico dei liquami in una canaletta scavata nel terreno, ma non mostra se questa conduce davvero ad un fiume o a una delle vasche di contenimento; e infine è dubbioso che dei gamberi risalgano dal fantomatico fiume lungo una canaletta di scolo per andare a morire sotto lo scarico. A meno che non si tratti di gamberi suicidi, piuttosto sembrano messi ad arte da qualcuno. 
  • Piuttosto che fornire informazione obiettiva, il servizio in questione si basa su percezioni emotive in quanto mostra una signora che deve dormire attaccata ad una bombola di ossigeno a causa dell'asma, che lei sostiene sia peggiorata dalla presenza delle sostanze inquinanti nell'aria prodotte dall'allevamento vicino. Tale immagine certamente commuove il telespettatore, ma se prestiamo attenzione alle dichiarazioni del marito, si desume che la signora aveva già problemi respiratori quando abitava a Roma, quindi non è necessariamente colpa della "puzza" dell'allevamento se ora sta male. Il peggioramento che dichiara, quindi, potrebbe essere causato dall'allergia ai pollini, o a un qualsiasi altro fattore ambientale, tipico della campagna, o perfino "sindrome dell'edificio malato", poiché il video mostra che abita in una casa "stile anni '60" tipologia edilizia notoriamente poco salubre.
    Infine, anche nell'ipotesi che ci fosse una correlazione fra i problemi respiratori e le emissioni odorigene delle vasche di liquame vicine, un caso isolato di tali problemi non costituisce di certo una prova epidemiologica della tossicità degli allevamenti nel loro complesso. La situazione descritta ricade piuttosto nella fallacia logica "post hoc" che abbiamo discusso in altre occasioni in questa colonna: la signora è peggiorata dopo essersi trasferita in campagna, ergo la causa del problema è l'allevamento vicino. Post hoc, ergo propter hoc,  ma non è dimostrata la causalità.
  • Il servizio indica tendenziosamente le vasche di liquame come "prova" dell'inquinamento, quando in realtà le stesse sono richieste dalla direttiva Nitrati in vigore per evitare lo spargimento durante i periodi di divieto (90 giorni, anche se può variare a seconda dalla regione), e inoltre sono necessarie per ridurre il carico di azoto al terreno mediante l'evaporazione dell'ammoniaca.     
  • Il servizio non indica quale sia la distanza fra l'allevamento questionato e l'abitazione. Senza essere esperti in urbanistica, una semplice ricerca in internet ci consente di sapere che l'art. 216 del T.U.LL.SS. R.D. n° 1265 del 1934 stabilisce che le industrie insalubri di prima classe debbano essere isolate nelle campagne e tenute lontane dalle abitazioni. Il D.M.S. 5/9/94 inserisce tra le industrie insalubri di prima classe gli allevamenti di animali, le stalle di sosta per il bestiame ed i maneggi e ne stabilisce delle distanze minime, giudicate sufficienti per mitigare le molestie.
    Per approfondimenti, consigliamo il documento riassuntivo preparato dalla Ulss N° 6 di Vicenza Criteri di valutazione dei fabbricati ad uso agricolo. Alla luce di tali disposizioni è lecito domandarsi chi abbia davvero torto nell'eventualità di una mancata ottemperanza: l'abitazione è stata costruita nel rispetto di tali distanze? Esisteva prima l'abitazione o l'allevamento? Chi ha emesso le autorizzazioni edilizie? 

In linee generali, la nostra modesta opinione è che la redazione di Piazza Pulita avrebbe dovuto intervistare anche un tecnico, o un amministratore pubblico competente in materia, che spiegasse come si gestisce il liquame in modo corretto, così da fornire ai cittadini la visione completa del problema. Insomma un buon servizio pubblico deve sempre contemplare un contraddittorio. Molti esperti sono reperibili anche da una ricerca in internet attraverso i libri e altri tipi di pubblicazioni, o semplicemente rivolgendosi alle autorità locali.

In un articolo precedente (I "comitati del no" ed il vademecum biogas e biomasse) avevamo segnalato come la disinformazione ostacola le iniziative di quegli allevatori che contribuirebbero, con i loro impianti di biogas, proprio a eliminare il problema delle "puzze" contestate dai "comitati" e, inoltre, a mitigare gli effetti del cambiamento climatico che descriveremo in un articolo successivo.
 

Conclusione

Parafrasando l'astronomo e divulgatore scientifico americano Carl Sagan: "La scienza non è perfetta, perché si può utilizzare male. E' solo un mezzo, ma è di gran lunga il miglior mezzo di cui disponiamo". Il miglior modo di evitare la "Sindrome Nimby" è dare informazione corretta ai cittadini. Sarebbe auspicabile che lo Stato utilizzasse i soldi pubblici per campagne di informazione scientifica e in azioni di supporto concreto agli allevatori per la copertura delle vasche di liquami, in modo da rendere più sostenibile ed ecocompatibile l'attività zootecnica.

© AgroNotizie - riproduzione riservata

Fonte: Agronotizie

Autore:

Tag: ambiente biogas zootecnia comunicazione inquinamento

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