È finita la globalizzazione? In molti dicono di sì. Basta cercare prodotti in capo al mondo, basta la ricerca compulsiva delle economie di scala, basta alle catene di fornitura prolisse e complicate. Si torna a localizzare gli acquisti, a catene di fornitura più affidabili, a una maggiore responsabilità sociale nei propri territori. Forse.

 

Con la pandemia e poi con la crisi ucraina si sta comunque evidenziando una modifica alla tendenza globalizzante imperante negli scorsi venti anni. Una modifica valida anche per l'agricoltura e l'agroindustria. Qui però non basta ripensare le filiere produttive solo nel segno di una maggiore sovranità alimentare. C'è un problema. Il nostro Paese è anche un forte esportatore, in generale la seconda manifattura dell'Unione Europea anche dal punto di vista agroalimentare. Esportiamo non solo nell'Unione (i cui paesi sono comunque il nostro primo cliente) ma in tutto il Mondo, con una tendenza da anni positiva.

Nel 2021 abbiamo toccato per l'export alimentare quota 52 miliardi di euro con un rialzo dell'11,1% rispetto all'anno precedente. Le esportazioni sono risultate composte per 44 miliardi da prodotti agroalimentari trasformati (+11,6 sul 2020) e per 8 miliardi da prodotti agricoli tal quali (+8,8 sul 2020, dati Ismea).

 

Qui il dilemma: un mondo deglobalizzato ci conviene? Noi pensiamo che si debba pensare all'agricoltura come un asset fondamentale per il Paese, dal punto di vista dell'export ma anche per quanto concerne la qualità di vita dei suoi abitanti e tanti altri settori, a partire per esempio dal turismo. A convenire all'Italia sarebbe una politica dei "due forni" (tanto per fare una citazione da Prima Repubblica). Una politica tesa a un migliore e magari più esteso utilizzo agricolo dei suoli e quindi a una maggiore sovranità alimentare può essere molto positiva. Ma dobbiamo continuare a crescere nell'export. Non bisogna dimenticare che per il mondo i prodotti agroalimentari italiani sono l'epitome della buona qualità e del rispetto ambientale e rappresentano un'eccellente carta da visita per gli idealizzati territori italiani. Una politica del "doppio forno" implica però strategie agricole e agroalimentari molto precise sul fronte interno e soprattutto una intensa attività diplomatica e di promozione all'estero tesa a mantenere e sviluppare i mercati extra Ue.