Negli ultimi anni si sono moltiplicate le startup che hanno come obiettivo quello di coltivare in luoghi chiusi, all'interno delle città, specie di interesse agrario fino ad oggi coltivate in pieno campo oppure in serra. Il trend emergente spopola ormai dagli Stati Uniti all'Australia, dal Giappone all'Italia, tanto che il Fisco nostrano ha varato un codice Ateco ad hoc.
 
Il boom del settore è reso possibile dall'avanzamento tecnologico. Non tanto per quanto riguarda l'idroponica, che ha molti anni alle spalle e alcuni fanno risalire persino ai giardini pensili di Babilonia. Quanto grazie all'illuminazione a led, all'automazione e all'intelligenza artificiale.

Oggi infatti è possibile concludere con successo cicli produttivi di un'ampia varietà di colture in ambienti indoor, con le condizioni ambientali monitorate e gestite in maniera puntuale, fornendo nutrimento tramite soluzioni acquose e facendo crescere le piante in substrati inerti. Le luci a led forniscono l'illuminazione necessaria alla crescita e possono persino essere modulate per garantire le lunghezze d'onda ottimali a seconda della coltura e del ciclo fenologico. Mentre l'automazione permette di seminare e movimentare le vasche di crescita in maniera autonoma, senza quindi l'intervento dell'uomo.

A tenere assieme tutte queste tecnologie c'è l'impiego dell'information technology che nella sua versione più avveniristica si traduce in intelligenza artificiale, in grado di monitorare costantemente l'ambiente di crescita e modificarlo per ottimizzare la produttività.

I pregi delle vertical farm che più volte vengono sottolineati solo la possibilità di produrre senza "consumare" terra o agrofarmaci, ottimizzando l'impiego degli input produttivi quali acqua e nutrienti e di portare le produzioni all'interno delle città, riqualificando edifici già esistenti.

Le incredibili potenzialità di queste nuove tecnologie hanno spinto molti aspiranti imprenditori a fondare startup o vere e proprie aziende con l'obiettivo di rivoluzionare un pezzetto della filiera agroalimentare, portando in città le più svariate coltivazioni. Le realtà di maggior successo a livello internazionale sono Infarm, Plenty, Aerofarms e Bowery farming. Mentre in Italia sta per entrare in produzione il primo impianto di Planet Farms.
 
Sulla scia di questi casi di successo (che tuttavia lavorano in perdita) molti aspiranti imprenditori si sono lanciati nel business (e ci scrivono per avere consigli e visibilità). Ma in molti casi, forse per troppa ingenuità o mancanza di conoscenze, queste startup sottovalutano alcuni fattori. Ecco allora quattro spunti di riflessione per aiutare chi oggi sta pensando di buttarsi nell'avventura dell'indoor farming.


Quale coltura?

Le aziende che producono grazie all'indoor farming sono riconducibili ad un ristretto ambito di colture agrarie: le insalate e le erbe aromatiche. Questo per diverse ragioni. Prima di tutto perché sono colture a taglia bassa e ciclo breve, il che si sposa perfettamente con le condizioni del vertical farming, fatto di piani di crescita sovrapposti l'uno all'altro in cui i costi di gestione sono estremamente elevati. Ad oggi sarebbe impensabile coltivare piante a taglia media e ciclo lungo, come il mais o la vite.

Esiste quindi un importante vincolo economico, come vedremo dopo, ma anche biologico. Non tutte le colture possono essere infatti coltivate in un ambiente artificiale (per ora). Sono off limits ad esempio tutti i tuberi, come le patate, o gli ortaggi a radice, come le carote. Spesso nei team manca un agronomo con una solida esperienze in campo e "in vitro" che faccia da trait d'union tra il mondo biologico reale e quello tecnologico, dove sulla carta tutto è possibile.


A quali costi?

Se il costo di una serra moderna (in stile olandese, per intenderci) al metro quadro si aggira intorno ai 100 euro quando guardiamo ad una coltivazione indoor si deve perlomeno aggiungere uno zero, talvolta due. Inoltre se in una serra l'illuminazione e la gestione del microclima interno è sostanzialmente gratuita, nelle coltivazioni al chiuso rappresenta un costo ingentissimo. Certo, nell'indoor farming si lavora su più piani e indipendentemente dal clima, ma i conti ancora non tornano.

Questo per dire che i costi di produzione tra le due tipologie di sistema produttivo sono estremamente differenti e bisogna tenerne conto quando si affronta il business plan. Produrre un cespo di lattuga in serra costa all'agricoltore pochi centesimi di euro, mentre ad un grower qualche euro. Per questa ragione oggi le uniche colture che possono sperare di essere redditizie sono quelle a ciclo breve e ad alto valore aggiunto, come appunto le insalate destinate alla Quarta gamma, oppure le erbe aromatiche.


Quale prodotto?

Chi promuove l'indoor farming gioca spesso la carta della sostenibilità ambientale, affermando che le coltivazioni indoor sono maggiormente sostenibili rispetto al pieno campo o alla serra. Questo valore aggiunto, sommato alla vicinanza ai centri urbani, dovrebbe giustificare il maggiore costo di produzione e per molti consumatori in effetti questo tipo di approccio giustifica la spesa superiore.

Bisogna però tenere bene a mente che non si sta vendendo un sacchetto di insalata, ma più che altro un'idea e dei valori e che dunque si soddisfano i bisogni di una piccola nicchia di consumatori. Come dichiarato causticamente da Jonathan Foley, ricercatore di Minneapolis, "le vertical farm riempiono il contorno del piatto, non il centro". In altre parole (per ora) si coltivano specie non di primario interesse alimentare (come il grano o il riso) e per un segmento privilegiato di consumatori.


Quale sostenibilità?

Bisogna poi capire che cosa si intende per sostenibilità. Se guardiamo alla carbon footprint di un cespo di lattuga il pieno campo vince di larga misura sull'indoor farming, anche se viene prodotto in Campania e trasportato in camion fino a Milano. Questo perché le risorse necessarie a produrlo sono infinitamente minori rispetto ad una coltivazione indoor.

È certamente vero che nell'indoor farming si utilizza meno acqua, anche se i moderni sistemi a goccia offrono ottime performance anche in pieno campo. Ed è altrettanto vero che all'interno delle fattorie verticali si usano pochi fertilizzanti e non si fa uso o quasi di agrofarmaci, anche se non è affatto vero che si tratta di ambienti asettici.

Se guardiamo però al consumo di energia le vertical farm consumano quanto piccole industrie. Certo, la fonte può essere rinnovabile, ma anche l'installazione di pannelli solari o pale eoliche ha un impatto ambientale e il trasferimento di energia sarà sempre meno efficiente di una foglia lasciata sotto il sole.

E anche sul fronte del consumo di suolo bisogna guardare alla realtà dei fatti. Le vertical farm sono impianti sofisticati che necessitano di edifici nuovi o di ingenti ristrutturazioni di edifici già esistenti. Non basta prendere un magazzino vuoto per realizzare una vertical farm. E in città come Milano, Berlino o Londra il costo al metro quadro di edifici, anche abbandonati, è esorbitante. E sarebbe paradossale se per realizzare delle "fattorie verticali" in futuro i centri urbani si ampliassero, sottraendo suolo all'agricoltura e alla natura.

Sul fronte della sostenibilità bisogna dunque soppesare bene i diversi aspetti e tenere in considerazione alcune innovazioni in campo agricolo che sembrano mature e potrebbero cambiare le carte in tavola. Ad esempio le Tea (Tecnologie di evoluzione assistita o New breeding techniques per dirla in inglese) potrebbero rendere le piante maggiormente efficienti nell'uso degli input produttivi e ridurre drasticamente l'impiego di agrofarmaci. Senza contare l'impatto che l'agricoltura 4.0 avrà sulla produttività delle aziende agricole.
 


Concludendo...

Le vertical farm sono sicuramente un esperimento interessante, un settore agli albori che probabilmente rappresenterà una alternativa a certi tipi di produzioni. E lo sarà ancora di più quando l'ottimizzazione tecnologica renderà possibile produrre led a bassissimi consumi ed alta efficienza.

Ma chi si immagina un mondo sfamato dalle fattorie verticali rimarrà deluso. Le grandi colture estensive, così come la frutticoltura o la viticoltura, rimarranno in campo aperto e le produzioni saranno rese più sostenibile dal punto di vista economico, ambientale e anche sociale grazie a progressi quali le Tea, l'agricoltura 4.0 e lo sviluppo di agrofarmaci di origine biologica.