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Una Mano per i Bambini

Sullo scaffale le pesche che sanno di pesca

Il consumatore spesso si lamenta che la frutta non sa di niente. Grazie alla ricerca è possibile avere frutti colti a termine maturazione che sopportano la logistica della distribuzione

Tommaso Cinquemani di Tommaso Cinquemani

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E' stata completata la mappatura del genoma del pesco
Fonte foto: © yevgeniy11 - Fotolia

Chi non ha un amico agricoltore e si rifornisce di frutta e verdura al supermercato spesso si lamenta che i prodotti 'non sanno di niente' o che 'non hanno il sapore di una volta'. Le pesche sono un caso esemplare. Le troviamo sugli scaffali del supermercato ancora acerbe, raccolte dall'albero quando non ancora perfettamente maturate per sostenere i viaggi verso i mercati di smercio, anche all'estero.

Grazie al miglioramento genetico sarà però possibile avere pesche mature che non temono urti e scossoni, così come piante resistenti alle malattie o in grado di sopportare gli stress ambientali. Il Centro di ricerca Crea per le colture arboree ha infatti ultimato la nuova mappa del genoma del pesco, aggiornata rispetto alla precedente messa a punto nel 2013.
La mappa è la conoscenza di base utile a migliorare le caratteristiche della pianta. Sia dal punto di vista della resistenza alle patologie, sia per quanto riguarda le caratteristiche dei frutti.

Ma perché è stata necessaria una nuova versione della mappa del genoma del pesco? "Nonostante il lavoro fosse di ottima qualità erano presenti dei piccoli errori", spiega ad AgroNotizie Ignazio Verde, ricercatore del Centro per le colture arboree.
"I miglioramenti che abbiamo apportato hanno consentito di collocare correttamente sui cromosomi il 99,2% delle basi, circa 226 milioni, facendo della sequenza del pesco uno dei genomi più completi e accurati tra quelli vegetali".

Quali ricadute per gli agricoltori potrebbero esserci grazie al vostro lavoro?
"Avere un genoma più completo ci permette di individuare in maniera precisa i geni importanti per l'espressione dei caratteri rilevanti dal punto di vista agronomico. E dunque intervenire per migliorare la varietà".

Ci può fare un esempio?
"Oggi molti consumatori si lamentano del fatto che le pesche non hanno più il gusto di una volta. Questo non è dovuto alle varietà, ma al fatto che i frutti vengono colti dall'albero ad uno stadio di maturazione non ottimale. Questo viene fatto perché il frutto maturo mal sopporta le manipolazioni legate alla catena logistica. Si preferisce avere una pesca integra sullo scaffale del supermercato piuttosto che una pesca ammaccata ma saporita".

Cosa può fare la genetica per cambiare la situazione?
"Con il miglioramento genetico è possibile rendere più resistente il frutto alle sollecitazioni meccaniche, come gli urti o gli schiacciamenti, in modo che l'agricoltore possa cogliere dall'albero il frutto arrivato a maturazione senza il rischio che la buccia si rompa durante il trasporto. Ma si può allungare anche la vita sullo scaffale, la cosiddetta shelf life".

Ci potrebbero essere risvolti anche sul fronte della difesa delle piante?
"Assolutamente sì. Grazie alla mappatura del genoma sarà possibile andare a individuare nelle specie selvatiche i geni responsabili della resistenza. Oggi esistono piante immuni all'oidio da cui possono essere presi i geni da mettere nel Dna delle varietà commerciali".

Per la bolla o la monilia ci sono speranze?
"Potrebbero esserci delle resistenze, anche se servono maggiori ricerche".

Queste forme di miglioramento genetico saranno possibili solo nel caso in cui l'Unione europea modifichi l'approccio attuale alle new breeding technologies, come spiegato in questa intervista a Michele Morgante della Società italiana di genetica agraria?
"Assolutamente sì, altrimenti sarà impossibile coltivare in Italia varietà migliorate geneticamente con queste tecnologie, anche se queste stesse varietà sono sicure al 100% e ottenibili anche in natura. Ma le dirò di più".

Dica.
"Il rischio è che ad avvantaggiarsi della nostra ricerca siano aziende estere concorrenti che potranno sfruttare la nostra mappatura per produrre varietà migliori. La beffa è che anche ad una analisi genetica sarà impossibile determinare se queste piante siano frutto di una mutazione genetica spontanea avvenuta in natura o di un miglioramento avvenuto in laboratorio".

Oltre agli aspetti normativi ci sono altri ostacoli a questo processo di miglioramento genetico reso possibile dalla mappatura del genoma del pesco?
"Ci sono due ordini di problemi. Il primo consiste nel capire cosa fanno i geni, associare cioè ad ogni gene il carattere che controlla. Ad esempio mettere in relazione il colore della polpa con il gene corrispondente".

E il secondo problema?
"Possiamo apportare modifiche a livello di singola cellula, passare poi dalla cellula alla pianta è un salto che per le drupacee è molto difficile. Servono quindi ulteriori ricerche".

© AgroNotizie - riproduzione riservata

Fonte: Agronotizie

Autore:

Tag: innovazione ricerca intervista drupacee genetica pesco

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