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Accordo sì, accordo no

Leggi il punto di vista dell'economista agrario Dario Casati sul Ceta e sull'accordo Ue-Giappone. "Un mercato libero favorisce gli scambi non solo commerciali, ma anche culturali e sul piano delle innovazioni"

Matteo Bernardelli di Matteo Bernardelli

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Dario Casati spiega come mai un atteggiamento di chiusura è penalizzante
Fonte foto: © FotolEdhar - Fotolia

"Il Ceta, prossimo alla ratifica da parte dei Parlamenti nazionali, era già in discussione dal 2009, mentre il negoziato fra Ue e Giappone, che nei giorni scorsi ha visto concludersi positivamente l'intesa sul piano politico, ha preso il via nel 2013. Sono convinto che entrambi gli accordi abbiano avuto una certa accelerazione in seguito alle annunciate posizioni protezionistiche di Trump. Questo perché c'è una buona parte del mondo che vuole dare una risposta positiva, di continuità rispetto al passato, in antitesi agli atteggiamenti di chiusura. Ma è innegabile che il protezionismo che Trump interpreta fa presa in Italia e non solo nel nostro paese".

A interpretare gli ultimi sviluppi del Ceta (l'accordo di libero scambio fra Unione europea e Canada) e il Free trade agreement fra Ue e Giappone, approdato ad una prima fase di intesa politica, annunciata pochi giorni prima del G20 di Amburgo, è Dario Casati, economista agrario, già prorettore dell'Università di Milano, che spiega come mai un atteggiamento di chiusura è penalizzante. Un mercato libero, infatti, "favorisce gli scambi non solo commerciali, ma anche culturali e sul piano delle innovazioni".
 

La premessa

Casati ripercorre le dinamiche del Ceta al Parlamento europeo. "Lo scorso febbraio, il Parlamento europeo in seduta plenaria ha deliberato l'approvazione dell'accordo di libero scambio con il Canada, che è entrato in vigore in via transitoria, in attesa della ratifica dei singoli Stati membri - ricorda - con circa due terzi dei voti a favore. Nella discussione che ne è seguita è stata presentata anche una mozione per costituire un organo di raccordo sul Ceta, che ha visto oltre cento voti spostarsi dal no al sì. Questo significa che esiste una maggioranza forte che i trattati internazionali li vuole siglare, nonostante si sia verificato qualche incidente di percorso, come l'iniziale stop al Ceta sollevato dal Parlamento della Vallonia.
Anche in Francia si è vista qualche resistenza da parte di un gruppo di deputato del Front National, ma tutto questo accadeva prima del voto per l'Eliseo e dell'elezione di Macron"
.
 

L'Italia

"Anche il nostro paese è chiamato a ratificare l'accordo Ue-Canada e la mancata approvazione da parte del Parlamento italiano o di un qualsiasi Stato comunitario complicherebbe la situazione". Bisogna però ricordare che "la componente legata all'agroalimentare, rispetto al negoziato complessivo, è una parte minima, come lo era all'interno del Ttip, l'accordo transatlantico di libero scambio che già prima dell'avvento di Trump era stato congelato".
 

Tutti anti-europeisti?

Casati ricorda come tutti gli schieramenti politici sul Ceta siano tendenzialmente partiti da una posizione protezionista, anche se "le poche voci favorevoli al Ceta rappresentavano un po' tutte le provenienze politiche". Più no che sì, dunque, in modo eterogeneo.
"La tendenza a cavalcare l'anti-europeismo, che in questo caso si è tradotta in un anti-internazionalismo, va ricondotta con ogni probabilità alla paura di perdere voti".
 

Miti da sfatare

Per l'economista agrario le posizioni assunte nei giorni scorsi contro la liberalizzazione fra Ue e Canada non trovano ragion d'essere e così procede a smontarle nei loro diversi aspetti.
 

Nessuna tutela? Falso

"Dove sta scritto che il Ceta non tutela le produzioni Dop e Igp?, - si chiede Casati -. Gli undici formaggi che vengono citati e riconosciuti nel trattato di libero scambio rappresentano la maggior parte dei prodotti lattiero caseari Dop e costituiscono oltre il 90% del nostro export. Affermare che non vi è protezione è una favola. La bilancia agroalimentare italiana è attiva non certo per l'export di prodotti agricoli, per la quale siamo invece un paese importatore, ma per i prodotti alimentari che spediamo in Canada, dai formaggi al vino, dall'ortofrutta ai derivati delle carni".

Inapplicabile, secondo Casati, la formula in base alla quale l'Italia o l'Unione europea può imporre regole agli altri, ma avere le mani libere. "Non può funzionare un meccanismo secondo cui la produzione dell'Ue è tutelata e quella degli altri, invece, no - ribadisce -. Altrimenti sarebbe lecito per gli altri applicare le cosiddette ritorsioni, peraltro, ampiamente previste dal Wto".
 

L'importanza delle importazioni

"Un altro punto sul quale è bene essere molto espliciti riguarda le importazioni e il pensiero lo ha espresso compiutamente il presidente di Italmopa, Cosimo De Sortis: l'Italia ha la necessità di importare per ragioni quali-quantitative, perché non abbiamo abbastanza grano e quello che abbiamo non ha la forza sufficiente per la pastificazione".

Da qui il corollario: "Siamo dei bravi manifatturieri - riconosce Casati -. Sappiamo trasformare, anche nell'agroalimentare. La forza del made in Italy è valorizzare l'arte del produrre: lo facciamo con il latte italiano e lo facciamo anche con la pasta, nonostante una parte di frumento duro non sia stata coltivata in Italia. Ma la capacità di trasformare è anche la nostra grande forza".
 

Perdita di ricchezza

Il protezionismo è dunque una "perdita di ricchezza". Ipoteticamente, secondo Casati, "potremmo benissimo produrre agrumi in Lombardia e latte in Sicilia, ma a quali costi?". Inneggiare al protezionismo è, dunque, un suicidio per il made in Italy.
"Dire no al Ceta significa tarpare le ali all'export del Prosecco o mettere in difficoltà i produttori di latte bresciani e le filiere del Grana Padano e del Parmigiano Reggiano, per fare alcuni esempi".

Il pericolo legato al blocco degli scambi è elevato. "E mi stupisce che a chiedere l'applicazione di dazi siano, fra gli altri, i risicoltori, che esportano circa i due terzi della produzione nazionale. Se gli altri paesi applicassero dazi al riso italiano, dove lo andremmo a collocare? Su quali mercati? A che prezzo, soprattutto?", continua Casati.
Parlare di protezionismo "è come chiedere di uscire dall'euro o di fare una seconda moneta. Che cos'è, nostalgia di un tempo in cui per la moneta vi era il blocco dei tassi di cambio? L'unica conseguenza sarebbe, in chiave alimentare, un maggiore costo dei prodotti, che graverebbe sulle spalle dei consumatori, cioè tutti noi".
 

Produttività anestetizzata

"Un altro inconveniente del protezionismo è che non stimola la produttività. Il giorno in cui il protezionismo finisce, come nel caso delle quote latte, vince la speculazione".
La soluzione, secondo Casati, è molto semplice: "Dovremmo ragionare mettendoci nei panni del nostro interlocutore, così vedremmo immediatamente che la bilancia commerciale dell'alimentare è per noi attiva, mentre diventa negativa se consideriamo la sola parte agricola. A chi conviene, dunque, una ipotetica bocciatura del Ceta? Di certo non all'Italia".

Un altro aspetto riguarda le barriere fitosanitarie. "Non vi è alcun obbligo di modificarle, il problema è che non possono essere usate come pretesto per frenare gli scambi - ammonisce Casati -. Anzi, ritengo che, nel complesso, la liberalizzazione che è stata proposta contenga in sé una grande prudenza".

"Ora sarebbe meglio evitare sabotaggi e manifestazioni, che potrebbero solamente rendere più difficile l'attuazione del Ceta - conclude Casati -. L'Unione europea ha una propria autorevolezza sul piano dei trattati internazionali, è bene non vanificarla con afflati anti-europeisti ad uso interno".

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