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Pac post 2020, serve un cambio di rotta

La revisione di medio termine si avvicina, tra obiettivi encomiabili (ma di difficile raggiungimento), tante idee per il restyling e altrettante incertezze politiche. Di Matteo Bernardelli

Matteo Bernardelli di Matteo Bernardelli

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Con il 2017 si aprono le consultazioni per la nuova Pac
Fonte foto: © hramovnick - Fotolia

Quali obiettivi per la Pac post 2020? E soprattutto, alla luce del dibattito pubblico che nelle prossime settimane prenderà il via a Bruxelles, dal 2018 gli agricoltori europei potranno contare su nuove regole e meno pressioni burocratiche o dovranno attendere il 2020?

Ci avviciniamo verso la revisione di medio termine che, è bene chiarirlo, sarà una tappa più soft rispetto agli interventi radicali ai quali eravamo abituati nel passato. Ma che comunque riguarderà 22 milioni di agricoltori e un indotto lavorativo più ampio, costituito da 44 milioni di occupati.

L’ambizione del commissario europeo all’Agricoltura, Phil Hogan, è quello di migliorare l’accesso al credito, garantire un contesto lavorativo stabile e prevedibile e abbattere la burocrazia.

Traguardi encomiabili (per l’accesso al credito suggerirei di introdurre anche la velocità nell’erogazione come elemento dirimente), ma bisogna vedere se si tratta di obiettivi alla portata per una riforma di medio termine oppure se richiedono negoziati a più lungo margine.

Il restyling sarà pesante oppure solamente accennato? Nel primo caso abbiamo già detto, nel secondo potrebbe riguardare essenzialmente il greening (che si è rivelato poco efficace) e il budget. Un elemento non da poco e sul quale si addensano le nebbie più fitte. Negli anni il “bottino” stanziato per l’agricoltura europea si è andato progressivamente assottigliando. Negli anni Ottanta circa l’82% del bilancio comunitario era destinato al settore primario, oggi siamo al di sotto del 39% e l’uscita del Regno Unito dall’Ue, fra le mille incognite di come sarà la separazione, una certezza sembra portarla: meno fondi per il budget della Pac.

Le risorse andranno dunque distribuite con molta attenzione. Per questo, forse, una definizione di “agricoltore attivo” dovrà essere calibrata con le esigenze del tempo. E magari smettere di ostracizzare categorie come i contoterzisti che, inspiegabilmente, sono considerati parte integrante del sistema agricolo, ma senza possibilità di accesso ai finanziamenti sull’innovazione. Loro che, in verità, sono i primi che introducono le innovazioni nella meccanizzazione.

Nei prossimi giorni ci avviciniamo a una sorta di primo check up della Conferenza europea sullo Sviluppo rurale 2.0 a Cork, che ha avuto luogo all’inizio di settembre nella città irlandese. Questa volta ci si vedrà a Berlino, nella giornata di apertura della Grüne Woche, la “Settimana Verde” che attira migliaia di addetti ai lavori della filiera primaria e dell’agroalimentare.

Si lavora per rendere attrattive le aree rurali, mondo che travalica i confini dell’agricoltura e va ben oltre i concetti di competitività e redditività delle imprese agricole, per sconfinare in ambito sociale. Difatti, la Conferenza di Cork 2.0 ha acceso i riflettori su aspetti 20 anni fa inimmaginabili quali la lotta ai cambiamenti climatici e la diffusione della banda larga.

Nel dibattito che sta cominciando ad emergere, gli agricoltori della Germania respingono l’idea di dirottare risorse dal Primo al Secondo pilastro. Il sindacato degli agricoltori francesi ha già inviato un piano per il rilancio dell’agricoltura ai candidati dell’Eliseo e su quello chiederà l’impegno e indirizzerà i propri voti.

I giovani stanno costruendo una posizione comune, ma le idee non mancano. Nell’ambito del Ceja si parla di sostenibilità agroambientale, di tutela della biodiversità, protezione del suolo, qualità delle acque, ma anche di network e di dialogo con il consumatore e la società civile. Redditività e qualità della vita, trasparenza e tracciabilità, lotta alla volatilità selvaggia. Elementi fondamentali per far ritornare i giovani in azienda.
Le misure messe a punto fin qui nell’attuale Pac non sembrano avere invogliato a sufficienza i giovani, nonostante si parli di un ritorno all’agricoltura degli under 35.

Fu grazie a un presidente del Consiglio europeo dei giovani agricoltori italiano, Matteo Bartolini, che il sistema comunitario trovò l’accordo con la Bei, la Banca europea per gli investimenti, per finanziare le aziende capitanate da under 35 (o Uunder 40, come nel caso italiano). Ebbene, disponiamo di alcuni dati: nel 2016 la Bei ha erogato fondi per 11,2 miliardi, aiutando 35.900 pmi (contro le 15.480 nel 2015), che hanno attivato investimenti per 37,4 miliardi. Le operazioni finanziate in Italia sono state 137. Non sappiamo di queste attività quanto hanno riguardato l’agricoltura. Ipotizziamo ben poche, se non altro per deduzione visto la recalcitranza di Bruxelles nel comunicare gli esiti delle misure dedicate ai giovani.

L’auspicio è che il futuro schema di Politica agricola comune tenga adeguatamente conto delle assicurazioni contro l’eccessiva volatilità dei prezzi di mercato (lo ripetiamo) e contro la diffusione di malattie che colpiscono gli animali (si vedano i casi blue tongue, vescicolare, peste suina africana, aviaria) e le produzioni (aflatossine, ruggini, e altro).

Nel dibattito ampio e complesso sul futuro della Pac, all’appello l’Italia si presenta con poche idee e sottovoce. È innegabile, però, che l’Italia non potrà rimanere defilata. Innanzitutto, è uno dei Paesi fondatori dell’Europa unita di cui il prossimo marzo a Roma si celebreranno i primi 60 anni di vita. Può ambire senza dubbio al ruolo di leader di una coalizione del Sud Europa, ma dovrà lavorare.

Resta aperta un’altra questione: converrà di più cercare un’alleanza con Francia e Germania e forse Polonia oppure coalizzare gli Stati membri affini per produzione e struttura agricola? Inseguire la cancelliera tedesca e il presidente francese (entrambi non proprio in splendida forma e alle prese, come detto, con le elezioni) potrebbe rivelarsi vano. Ergersi a capibastone di una cordata del Sud Europa potrebbe forse avere più chance negoziali. A patto, logicamente, che si abbia una posizione comune e l’autorevolezza e la costanza di essere presenti per trattare. Si vedrà.

Quello che è certo è che i cittadini europei – e lo ha detto un recente sondaggio condotto su scala comunitaria – credono nel futuro dell’agricoltura, ma ai produttori chiedono, in cambio di fondi pubblici, alcune contropartite (cibi sicuri, qualità, rispetto dell’ambiente, benessere animale, tutela della biodiversità). Bisognerà tenerlo presente, per non perdere terreno in una fase in cui le grandi potenze guardano al protezionismo e investono risorse ingenti per l’innovazione e l’autosufficienza in agricoltura. Stati Uniti, Russia e Cina ne sono fulgidi esempi.

© AgroNotizie - riproduzione riservata

Fonte: Agronotizie

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Tag: pac unione europea 2020: la Pac che verrà

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